Una frase lunga un libro #56: Vincenzo Frungillo, Le pause della serie evolutiva

frungillo

Una frase lunga un libro #56: Vincenzo Frungillo, Le pause della serie evolutiva, Oèdipus, 2016, € 11,50

Ma tentare, bisogna tentare,
perché il vuoto valga per ciò che vale,
resti una variante, sia lo sguardo pulsante,
ci distragga per un solo istante, ci porti a fondo,
ci porti a trasformare il tempo in spazio,
in camere e strofe, ci ricordi le parole,
la nostra scommessa finale. […]

Come fosse un viaggio.
Questo libro è un viaggio, fate proprio come se fosse un viaggio, perciò sedetevi e leggete, ma, come si fa nei viaggi, poi alzatevi, guardatevi intorno, alzate gli occhi e guardate in alto, osservate, lasciatevi portare per mano. Guardate la gente, non pensate a un monumento, pensate a un mondo, fate una pausa quando credete e poi ricominciate a camminare, perché così si legge la poesia, ci si porta una borsa leggera, ci si mette in ascolto e si fa in modo che il poeta la riempia, così si legge la poesia. Così faremo con Le pause della serie evolutiva, nuovo libro di Vincenzo Frungillo.
Frungillo ha sempre fatto i conti con la storia, con la scienza, con la filosofia. Ha sempre fatto in modo che la conoscenza entrasse nei suoi versi, e facesse da tramite alla comprensione del testo; fosse cioè un codice di lettura in più: insieme alla metrica, al ritmo, alla scelta delle parole e dell’argomento. È accaduto con Ogni cinque bracciate (Le Lettere, 2009), l’indimenticabile poema in ottave sulle nuotatrici della Germania Est, dove epica e allegoria portavano a galla – è proprio il caso di dirlo -, mostravano il senso del tempo e dell’uomo, e quindi della storia, attraverso un “racconto” sportivo estremamente simbolico, per periodo e luogo di collocazione. È accaduto ne Il cane di Pavlov (d’If, 2013), dove una storia sadomaso, di sottomissione e reclusione, e di morte, ci veniva – in fondo – a dire della solitudine, dello smarrimento e di come, a volte, ci si possa riconoscere e così sperare di salvarsi negli occhi di un altro.
Il viaggio che Frungillo ci invita a fare ha come stazione di partenza un lutto, una perdita. Una cosa naturale ma estremamente complicata, come la perdita del padre quando si è ancora giovani. Quella perdita, in un dato periodo, che è quello della crescita, della formazione, quello in cui un genitore trasmette, è una lacerazione, uno strappo che genera un vuoto profondo e inesorabile.

Resta il mancato utilizzo
d’ogni oggetto. Lo puoi vedere, certo,
come facevi da ragazzo,
fissandoti allo specchio.

Il petto nudo, e tutto il resto,
spezzato nel mezzo,
un capezzolo che guardava il cielo,
l’altro l’inferno.

In questo eri un mitico busto
con i vestiti di tua madre tutto intorno
e la macchina da cucire
che fissava i punti alle gonne.

Allora aspettavi il padre
l’occhio mansueto del tempo,
di questo non puoi avere rimpianto,
nemmeno adesso,

che la rosa nel vaso
fa la muffa lungo lo stelo.
Lo dici a te stesso,
riflesso nel vetro:

“I vestiti che indosso
li darò in pasto agli zingari del centro”.

Frungillo ci mostra con versi bellissimi, che la mancanza che nasce da una perdita non è una soltanto. Quella mancanza si scompone, nel tempo, in tutta una serie di piccole mancanze, anche violente. La storia dell’uomo che è stato ragazzo è fatta di cose che non sono accadute, che non sono potute accadere mentre altre – perché si vive e si cresce nonostante – accadevano e si costituivano, strato dopo strato, sui vuoti, su quelle pause cui il titolo rimanda. Il lutto, quindi, non porta via con sé solo una persona importante, porta via con sé le possibilità di trasmissione di idee, pensieri, carezze, discussioni e valori; questo è il campo vastissimo in cui muovono questi testi, il campo in cui il poeta si misura e ci porta, perché con un padre è scomparso un contesto sociale. Il tempo in cui viviamo, e da qui lo smarrimento e lo sgomento, è cambiato molto rapidamente, ma quanto abbiamo potuto incidere, saltando da un vuoto all’altro, rincorrendo o sopravvivendo? Passo al “noi” perché quella perdita così intima che appartiene a Frungillo riguarda tutti noi, ognuno la declini come crede, ognuno è libero di cercarla in questi versi. I riferimenti autobiografici maggiori sono presenti nella prima parte del libro, dove l’io mette in gioco tutto. Nella seconda parte, avanzando di stazione in stazione, di questo che, ricordiamoci, è un viaggio, Frungillo confonde l’io lirico con tre personaggi storici, preceduti da un quarto: Plinio il vecchio; che incrociamo nella sezione Il porto di Baia, da quel punto Plinio osservò l’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei ed Ercolano, chissà i pensieri, chissà cosa vide davvero. E poi Lucrezio, Stephan ed Epaminonda, chiamati dal poeta in soccorso per raccontare lo smarrimento, l’abbandono e il senso della perdita. Nella nota dell’autore, posta in chiusura del libro, Frungillo dà per vera l’ipotesi che Pompei sia stata la città natale di Lucrezio. Nel testo in cui interviene Lucrezio, si parla anche di Memmio, l’allievo che – secondo la tradizione – prese alla lettera gli insegnamenti del maestro, fino a distruggere il giardino di Epicuro.

Memmio mio figlio
mio unico allievo,
mio solo consiglio,
prima degli altri l’hai capito,
solo tuo il messaggio,
nella casa del maestro
hai distrutto il peripato,
il giardino sterminato
dalla tua giovane mano.
Non sentirai le loro chiacchiere
crescerti nel petto,
con larve di mosca
invecchiare il mio aspetto.

Un rapporto tanto stretto tra maestro e allievo equivale a quello tra padre e figlio, qui va addirittura oltre, ma mostra in maniera lampante cosa significhi l’assenza di una guida, e quell’ultimo verso “invecchiare il mio aspetto” è destinato a risuonare a lungo nella memoria di chi legge, diventerà nostra paura e ricordo. Più avanti troviamo Stephan e Nicolaus, i due giovani che guidarono la crociata dei fanciulli, troppo giovani per essere guida, partirono verso la terra promessa per finire venduti come schiavi. L’ingenuità del fanciullo che crede a un messaggio, lo smarrimento e quindi l’accettazione dell’offerta dei mercanti di un finto viaggio, un altro inganno. La guida totale che fu Lucrezio contrapposta alla purezza e ingenuità di Stephan. Frungillo chiude il libro con Epaminonda a Spinalonga, solo e perduto: «Questo mi spetta./ S’arresta la linea del tempo,/ la sua grana sottile si scioglie,/ m’accoglie.»

Le pause della serie evolutiva è un libro prezioso, colto, complesso, e molto efficace; un libro bello. Frungillo crea un universo che mette insieme esperienza personale, tradizione lirica, mito e storia, e così facendo mette in scena un mondo che ci riguarda, che appartiene a tutti.

*

© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

.

Nota
Altri estratti dal libro si possono leggere cliccando sui link qui riportati di seguito: Poetarum  e Nuovi Argomenti.

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