proSabato: Aldo Palazzeschi, Giulietta e Romeo

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Giulietta e Romeo

La contemplazione del cielo adriatico mi fa pensare ai quadri di De Pisis. Nessun pittore ha sentito quanto lui il cielo, anche negli antichi spesso ti accorgi che il cielo rappresentò l’ultima preoccupazione dell’artista, l’ultima mano, una formalità dell’ultimo momento, quando non divenne una facile espressione retorica. In un quadro di De Pisis non di rado è protagonista il cielo con le sue nubi che il pittore ha scoperto e osservato sulla Laguna di Venezia, fra il bacino di San Marco e il mare del Lido: nubi vaganti, inseguibili, che si svuotano e si addensano, si accavallano e s’investono, s’alzano e si abbassano fino a toccare l’acqua e la terra come i tendaggi del palcoscenico; che assumono ogni forma per un gioco di prestigio in una varietà sbalorditiva che assume il più delle volte aspetto minaccioso, drammatico: fra le quali giostrano coi colori del prisma il sole e l’azzurro, rumoreggia il tuono. De Pisis ha saputo cogliere l’inquietudine di questo cielo.
Ma oggi, eccezionalmente il cielo del Lido è senza nuvole: neppure un frammento neppure uno straccio, né un fiocco né un filo, l’azzurro è così limpido e leggero che tu rimanendo disteso sulla spiaggia ti senti piacevolmente attratto fino a chiudere gli occhi per un senso di smarrimento dolcissimo. Il mare è composto da strisce di seta che dal turchese attraverso zone verdi giungono al blu fra luci argentine. Appena delle spumette languide sull’orlo dove l’acqua lambisce l’arenile. Due o tre vele bianche, lontano, fanno pensare a un idillio tirrenico, ma qui l’aria è pungente anche nella calma perfetta di un meriggio estivo.

È l’ora della siesta.
A gruppi sotto gli ombrelloni policromi o all’ombra delle capanne i bagnanti riposano; altri distesi allo scoperto offrono il corpo ai raggi del sole salvaguardando solo la testa col berrettino di tela o un asciugamano avvolto pomposamente con dignità indiana. Tutti dormono e sonnecchiano dopo una colazione di fortuna. Nell’acqua qualche rara testa galleggia solitaria, sparuta.
Nel Bar dei Mutilati, all’ombra delle stuoie alcuni uomini giocano a carte intorno alla tavola rustica sulla quale i litri vuoti formano un trofeo. Altri clienti dopo aver mangiato indugiano sonnacchiosi nell’attesa che il sole riduca la sua fierezza. Sedute su poltroncine di vimini con aria di privilegio tre signore non più giovani guardano il mare, ma la loro posizione contemplativa non è che una mendace apparenza, guardando il mare i loro pensieri sono rivolti in modo esclusivo alle faccende della terra. Sicuramente il mare non riesce a farsi vedere malgrado la sua grandezza e la loro posizione che non potrebbe essere più propizia. Tengono una conversazione alta di timbro, serrata e colorita, aggressiva, ma non è che un severo giudizio, la censura, su tutto quello che si fa. All’avvocato Goldoni non riuscì difficile scoprire un collega nella donna veneziana; mettetene tre insieme d’età avanzata, e sarete alla sbarra. Portano una vestaglia che le copre fino ai piedi, non lasciando scoperta che la faccia e la punta delle scarpe.
È chiaro che sono clienti eccezionali della spiaggia, giornata che dovrebbe essere di riposo e d’oblìo, ma nella quale non intendono concedere un salutare riposo alla lingua, né obliare la propria autorità che il singolare ambiente anzi rafforza. Son le sole vestite fra la gente ignuda, e la loro voce è il solo rumore che si avverte.
La prima ha gli occhiali cerchiati d’acciaio e sui capelli grigi tirati alla diavola, un fazzolettino bianco a guisa di cuffia. È rossa in viso con una patatina fra il naso e la guancia. La poltrona di vimini ha rinunziato a contenerla.
Quella di mezzo porta certi occhialoni neri che formano due insondabili caverne nella faccia cinerea e il gozzo, enorme, impone un giro di circonvallazione al collo della vestaglia. Quando ride, un riso bianco, da un orecchio all’altro la bocca le attraversa la faccia.
La terza è la più vivace e spiritosa, secca, dinamica, parla con voce metallica altissima. È quella che ci vede meglio, non porta occhiali ma è orba.

La conversazione investe i problemi scottanti dell’ora: i turisti che in folla strabocchevole riempiono la città: «sta masnada de done mezo nude per Venezia». Quella dal gozzo alza un braccio in segno di minaccia. Da cui si vede che la prudenza non basta anche se è molta. Coperte come sono, a loro resta tutto da coprire. «Tasi lengua mia, tasi» ripete intercalando la terza, ma non possiede il mezzo per raggiungere la nobilissima meta. «E quele vestite da omo?» La signora del gozzo fa col braccio un più deciso gesto di minaccia. «Cossa che i fa sti omeni boni da gnente, che no i prende un pesso de legno quando i vede che la mugier la se mete le braghe?» Dice con estrema indignazione la terza, e la prima conclude con acrimonia: «che i frisa in tel so ogio».
Trenta metri più là, al centro della spiaggia è un fortino in cemento residuo di guerra, poco più grande di un pozzo e con la feritoia della quale veniva puntata la mitragliatrice allora, e alla sua ombra bassa sono distesi due giovani, come in una annunciazione l’uno di fronte all’altra. Lei con un grazioso costumino da bagno di seta celeste e lui con le mutandine del medesimo colore. I capelli dorati dell’una e dell’altro, risplendono sulla pelle del corpo dorato dal sole e le gambe sembrano quelle di due angioli che da opposta direzione vi siano capitati in volo. Ma le teste sono così vicine che ogni poco, quasi chiamate da una forza magnetica s’allungano leggermente per darsi un bacio. Un bacio né appiccicoso né lungo, ma che si ripete all’infinito col profumo e la più eloquente parola. Nessuno dei due ha toccato i vent’anni, si capisce, e non so perché mi fanno pensare a Giulietta e Romeo, forse perché avendo Shakespeare portato il mare a Verona, diviene un dovere per me mettere Giulietta e Romeo sulla spiaggia.
Le tre signore sedute in fila, seguitano a pronunziare severi giudizi e aspre condanne pure guardando i giovani che ripetono il fatto loro simile a un prodigioso congegno d’orologeria.
Vicino ad esse è un bagnino che profittando del momento di tregua consuma la sua frugale colazione seduto sulla sabbia: nella rude pagnotta produce una frangetta appetitosa la mortadella di Bologna e gli è fedele compagna una bottiglia col vino rosso fino a metà. Anche lui mangiando all’ombra delle stuoie nel Bar dei Mutilati, guarda il mare di cui ogni molecola della sua carne è pregna, quasi lo vedesse per la prima volta, il mare e il cielo quasi fossero un elemento nuovo ogni giorno di sua vita, come il vino che beve e il pane che mangia. Un bagnino che finita la stagione dei bagni ritornerà pescatore nella sua isola di Burano policroma. Senza dubbio vede anche lui i giovani distesi all’ombra del fortino, e li guarda nel modo stesso che guarda il cielo e il mare, e con lo stesso ritmo che quelli si danno un bacio affonda i denti nella pagnotta.
Sulla poltrona di vimini angusta, ha un primo sussulto la pancia della prima signora, quella della patatina fra naso e guancia; e a scadenza brevissima produce un impressionante gorgoglìo il gozzo della seconda. La terza, dopo aver fatto ripetuti e crescenti segni d’irrequietezza con tutta la persona, rivolgendosi al bagnino esplode:
Andè!
E quello, cascando dalle nuvole la guarda:
Dove voleu che vada?
Andè! – ripete con maggiore violenza indicando i due giovani la signora orba: – no vedè? Vardè! Diseghe qualcosa.
Il bagnino, ch’è un ometto d’indefinibile età, con la pelle divenuta come la corteccia degli alberi sotto l’azione del sole dell’acqua e dell’aria marina, pare non abbia voglia d’alzarsi, ma il tono di comando è così imperioso che si decide di malavoglia.
Butèghe un sechio d’aqua che ghe passi i calori – gli grida dietro con tono severo la prima signora.
A due terzi di strada il bagnino si ferma:
Ehi! tosi, fenimola. – E torna indietro, prende la sua bottiglia e senza guardar nessuno se ne va per non ricevere altra incombenza.
Come svegliandosi, i giovani si guardano attorno, e su le tre signore si fissa il loro sguardo. S’alzano con lentezza, comprendendo come possa disturbare qualcuno l’altrui felicità; e uno vicino all’altra giungono con la testa bassa fin sull’orlo dove l’acqua lambisce la sabbia. Lì giunti si allacciano alla vita e prendono a camminare piano piano, finché le loro figurine celesti e ora divengono sempre più piccole, si confondono, si perdono nell’azzurro del cielo, del mare e nell’ora della sabbia.
Non avendo più davanti agli occhi uno spettacolo che dava tanto fastidio, le tre signore con accresciuta baldanza riprendono la loro seduta dopo una causa vinta.
Eppure, vicino a voi era un uomo solitario che tutto osservava in silenzio, un uomo come voi non più giovane, ma lui vedeva quello che guardava: il cielo, il mare, e anche i giovani che all’ombra del fortino ogni poco si davano un bacio, e vedeva come tutto vivesse in un’armonia infinita, e per i superstiti occhi penetrava nel suo animo tanta gioia. A voi non è rimasto nemmeno quella, povere vecchie, v’è rimasto poco davvero.

© Aldo Palazzeschi, Giulietta e Romeo, in Tutte le novelle, Milano, «I Meridiani» Mondadori, 2000; già in «Corriere della sera», 9 settembre 1954.

3 comments

  1. Un quadro di de Pisis, si, ma con un’eloquenza evocativa e, al tempo stesso, suggestiva da tele trasportarti lì, tra i bagnanti, tra le vecchie, a perorare la causa della bellezza che ancora oggi sembra, purtroppo, essere di troppo ai tanti. Grazie per questo splendido racconto.

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  2. Un bellissimo testo, letto con grande piacere. Una prosa che avvolge con lentezza e pian piano coinvolge fino all’ultima riga. Il mio sguardo ha seguito docile lo sguardo dell’autore, spostandosi dal cielo e dal mare sulle persone. Questo brano è davvero un quadro, natura e umanità che si intrecciano, la bellezza ma anche le piccole miserie che stanno in noi.
    Grazie.
    Piera

    Liked by 1 persona

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