Mauro Tetti, “A pietre rovesciate”: una nota e una fiaba scelta

Fabio Tetti, "A pietre rovesciate", Tunué 2016, euro 9,90

Mauro Tetti, A pietre rovesciate, Tunué 2016, euro 9,90

Ciccai a perda furriada, cercare qualcuno o qualcosa rovesciando le pietre come si fa con le anguille che si rintanano in fondo a un torrente. Ed è davvero il frugare il verbo che viene in mente mentre si scorrono le pagine di A pietre rovesciate (Tunué 2016), opera prima del giovane autore sardo Mauro Tetti. vincitore, con il suo esordio, del Premio Gramsci.
Racconto dei racconti, il libro narra delle tante storie con cui nonna Dora incanta e tiene in scacco i ragazzini che le sono affidati, che altrimenti correrebbero a grattare la polvere di eternit dai campanili o a catturare bracciate di maestrale per copiare le prove d’amore degli antichi cavalieri. Giana, Mustafa, e il narratore, ragazzo scapestrato che non si fa problemi a proclamarsi invincibile correndo per i vicoli e schiantandosi contro le auto in corsa, chiedono a nonna Dora di raccontare delle dinastie immaginifiche e immaginarie che hanno governato il paesino di Nur, in sardo pietra preziosa, e lei li accontenta cedendo a volte il passo ad altri narratori, in un movimento a spirale che va dal mito di fondazione alla fiaba e da questa arriva alla storia familiare dei vivi e dei morti, della sorella e dei nonni, fino alla conoscenza con un orco in carne e ossa, come a scivolare progressivamente dalla fiaba alla realtà ma anche a segnare il loro interscambio.“A pietre rovesciate” è, continuamente, un libro di realtà e di fiabe, e non solo per la struttura a cornice. Si comincia con la Storia delle Storie, una Genesi biblica in chiave sarda dove è un Maureddino a dare inizio alla stirpe degli uomini perché, al contrario degli uomini, ha un cuore; si continua con la regina punita per aver negato un chicco di grano e con la figlia dell’uomo di mare allevata dalle falene che non può guardare il sole. Quindi la vedova che al cimitero si ritrova a pregare per il morto sbagliato, e ai vivi e ai morti di Nur, e agli stessi ragazzi che pendono dalle labbra della nonna che a volte, per qualche storia raccontata a spizzichi e bocconi, hanno visto piangere. La realtà, al fondo di ogni fiaba e fino all’incontro finale con la vita vera, è che nessuna età dell’uomo è realmente priva di paura o priva di motivi per averne, e le fiabe esistono anche per insegnarcelo.

© Giovanna Amato

C’era una volta la regina Maria Nora Ernestina Defenza Porcu, che per mancanza di voce chiamerò soltanto la regina Defenza Porcu. Una donna brutta come il debito, che le bestie s’allontanavano quanto era brutta. C’aveva su per giù trecento anni, portati male su per giù. Vecchia ché aveva i capelli come il tabacco; ché gli occhi suoi erano perduti nelle orbite; ché il naso befanoso voleva penetrare nella bocca sdentata; ché al posto dei seni c’erano due prugne secche. La regina Defenza Porcu non si perdeva una puntata della telenovela sul quarto canale. Si stendeva sul divano di pelle inclinabile e piedi all’aria si carezzava l’inguine peloso.
C’era una volta la regina Defenza Porcu, la piantagione e i suoi schiavi neri. Regina più ricca di Nur. Che caca pepite e starnutisce gemme! diceva qualcheduno. Discendeva dall’antica dinastica di prepotenti regine e proprietari di terre. L’occhio umano non poteva abbracciare tutta intera la distesa che le apparteneva. Padrona di tutte le bestie che ingrassano,, degli alberi e dei ruscelli dorati. Lo sguardo era nero e attento, nel buio del palazzo. Le luci sempre spente per risparmio di corrente. I lampi di uno schermo trenta e più pollici erano gli unici segni di energia. La regina Defenza Porcu dormiva sopra un barile di monete, così si dice, nelle mezzenotti rinfrescate di aria e vento di terra. Nei mezzogiorni incandescenti di afa e vento di sole gli schiavi del sud spaccavano il manico del picco, nei campi di grano della regina. Ogni tre passi zappa la terra, ogni tre passi semina il grano, ogni tre passi vibra la falce. In terzine, le voci dei neri dalle schiene spezzate dicevano Libertà. Nei mezzogiorni incandescenti gli schiavi intonavano canti, Nelle mezzenotti rinfrescate gli schiavi ballavano scalzi.
(…)
L’anno dei fiori fioriti fu anno di grandi raccolti, la terra grassa e grondante. Dai terreni della regina Defenza Porcu si raccolse l’impossibile, nelle sue aie si ergevano due mucchi di grano e di paglia visibili perfino dai villaggi intorno. L’avara regina si arricchì ancora di più, nell’anno dei fiori fioriti. Il quinto giorno dell’anno dei fiori fioriti qualcheduno bussò alla sua porta. Si dice che in quel momento lei stesse guardando la televisione e negli intervalli pubblicitari spiando la propria ombra sul muro. Zoppicando, carezzava la parete con un dito e commentava la propria deformità. Che non poteva essere altrimenti, pensava, con un corpo così sgraziato non rimaneva che ira e cattiveria. Il quinto giorno dell’anno dei fiori fioriti qualcheduno bussò alla sua porta. Era Cristolu, il mendicante delle case vecchie. Oltre i tetti, una montagna di grano e una di paglia coprivano gli orizzonti.
Chi è? Chiese la regina Defenza Porcu.
Sono Cristolu, vi prego porgetemi un chicco di grano prima che muoio di fame.
Mi dispiace, non avrete un chicco di grano finché non ci sarà un’annata propizia.
Cristolu non ebbe un solo chicco di grano, alzò una polvere grigia e se ne andò lanciando improperi.
Il sesto giorno dell’anno dei fiori fioriti qualcheduno bussò a quella porta. Era William il mendicante, reggeva sottobraccio alcuni manoscritti.
Chi è? Chiese la regina Defenza Porcu.
Sono Williamm poeta, vi prego porgetemi un pugno di grano prima che muoio di fame.
Mi dispiace, non avrete un chicco di grano finché non ci sarà un’annata propizia.
E anche William non ebbe un solo chicco di grano.
Il settimo giorno dell’anno dei fiori fioriti qualcheduno bussò a quella porta. Erano gli schiavi del sud, uniti per le mani, smunti dal vento e piegati dalla fame di libertà.
Chi è? Chiese la regina Defenza Porcu.
Vi preghiamo in coro. Non badate signora al nostro aspetto, siamo cani che piangono, il nostro cuore masticato dai denti d’oro, siamo i poveri del mondo. Vi preghiamo in coro, porgeteci un pugno di grano prima che la morte ci colga.
Mi dispiace, non avrete un chicco di grano finché non vi sarà un’annata propizia.
E anche gli schiavi del sue non ebbero un solo chicco di grano. Oltre la nebbia, mentre andavano a morire leggeri, le loro labbra accennavano canti e lamenti.
L’ottavo giorno dell’anno dei fiori fioriti qualche cosa si trasformò. A sera la regina Defenza Porcu sentì i propri arti irrigidirsi, i seni diventare come rocce. Muta, non poteva più muoversi, non ebbe nemmanco il tempo di accorgersi che stava tramutando in pietra. E due mucchi, uno di grano e uno di paglia, diventarono le campagne di Nur. I sudori della regine Defenza Porcu colarono nelle acque dorate della valle erbosa e fiorita.
E giorni e mesi e anni passarono, ha detto nonna Dora, e un continuo alternarsi di ingiustizie ci fu nel paese, di regine malvagie o principesse buone, deboli, crepate sotto il controllo di lune spietate. Ancora oggi gli spettri di avare e brutte regine volano in groppa a cavalli infuocati per i pendii dell’inferno, tra i ricchi. Chiunque passi ora nelle campagne di Nur può incontrare la regina Defenza Porcu piantata in terra, pietrificata. Alcuni che passano di lì fanno uno schizzo di saliva in segno di sprezzo. Altri strillano e si caricano di male parole. Poi a sera, almeno così si dice, dagli occhi della statua cascano lacrime di ghiaia.