fiabe

proSabato: Gianni Rodari, Gli uomini di burro

Giovannino Perdigiorno, gran viaggiatore e famoso esploratore, capitò una volta nel paese degli uomini di burro. A stare al sole si squagliavano, dovevano vivere sempre al fresco, e abitavano in una città dove al posto delle case c’erano tanti frigoriferi. Giovannino passava per le strade e li vedeva affacciati ai finestrini dei loro frigoriferi, con una borsa di ghiaccio in testa. Sullo sportello di ogni frigorifero c’era un telefono per parlare con l’inquilino.
– Pronto. – Pronto. – Chi parla?
– Sono il re degli uomini di burro. Tutta panna di prima qualità. Latte di mucca svizzera. Ha guardato bene il mio frigorifero?
– Perbacco, è d’oro massiccio. Ma non esce mai di lì? – D’inverno, se fa abbastanza freddo, in un’automobile di ghiaccio.
– E se per caso il sole sbuca d’improvviso dalle nuvole mentre la Vostra Maestà fa la sua passeggiatina? – Non può, non è permesso. Lo farei mettere in prigione dai miei soldati.
– Bum, – disse Giovannino. E se ne andò in un altro paese.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Giovanna Amato, Fiaba del cane e del suo mezzo cuore

a R.B., con il cuore intero.

Ora vedo che sei un uomo e non soltanto un cucciolo.
La giungla ti è preclusa d’ora in poi. Lasciale scorrere, Mowgli,
sono soltanto lacrime.

Il Libro della Giungla

 

C’era una volta un regno. Era una vasta, bianca città circondata da mura di pietra così bianche da sembrare di perla, e al di là delle mura c’era un paese anche lui dalle mura di perla. Anche quello era il regno. E al di là del paese, una vasta campagna dalle case di mura di perla, e anche quello era il regno.
Reggeva quel regno un re che era solo un ragazzo, per questo tutti ancora lo chiamavano principe. Ma nessuno l’aveva mai visto, perché il principe era molto malato.
Se solo di rado si alzava dal letto, e arrivava appena alla finestra per guardare in giardino, era perché il principe aveva nel petto solo metà del suo cuore. L’altra metà l’aveva un cane, un grosso cane che lui chiamava lupo, che viveva ai piedi del suo letto e faceva per lui tutto quello che si può immaginare. Era il cane, al mattino, a uscire per chiedere la sua colazione, ed era lui a dettare parola per parola il volere del principe ai suoi consiglieri. Chiamava la domestica quando il principe voleva vestirsi e lo teneva stretto con i denti alla vestaglia quando lui era in piedi per guardare alla finestra.
Una notte, il cane si svegliò con un senso di allarme, come quelle notti in cui la neve cadeva tanto da far scricchiolare la grondaia. Sollevò il muso e vide che il principe era seduto sul letto, la fronte aggrottata e la mano aperta sul torace. Allora il cane si mise a sedere, pronto a scoprire quale fosse il malessere del suo amato padrone.
«Il mezzo cuore che ho è inquieto» disse il principe.
«Che succede, padrone?»
«Lupo, lupo, tu non senti questo ronzio?» (altro…)

La botte piccola #10: Akutagawa Ryūnosuke, Momotarō

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il decimo appuntamento è con il racconto Momotarō di Akutagawa Ryūnosuke. Buona lettura.

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Per comprendere fino in fondo quanto detonante e profondo sia il racconto breve Momotarōdell’autore giapponese Akutagawa Ryūnosuke (in Italia, in Racconti fantastici, a cura di Cristiana Ceci, Marsilio 1995), occorre fare un paio di premesse.
La prima. Akutagawa (1892-1927) fu un autore votato alla forma breve, alle atmosfere oniriche, surreali, spesso in aperta polemica con le posizioni vicine al naturalismo che sorgevano nei primi anni del Novecento in Giappone; fu inoltre un grande lettore di fiabe e leggende, classici cinesi e giapponesi; fu, infine, un rielaboratore di quello stesso patrimonio di cui si nutriva. La prima parte della sua produzione (e si parla di un autore che morì suicida a soli trentacinque anni) è quasi interamente incentrata sulla riscrittura o l’omaggio a elementi del folclore e della narrativa di leggenda e di fiaba.
La seconda. Nella tradizione popolare, Momotarō è una delle figure più celebri. Una fiaba raccontata ai bambini, dedicata a un bambino nato da una pesca che viene trovato in riva al fiume da una coppia di anziani che non possono avere figli. Il Giappone è pieno di quelli che in Occidente chiameremmo “figli di cesta”, in questo caso figli di pesche o di bambù che vanno ad allargare famiglie ormai impossibilitate a procreare. Anche nel caso di Momotarō, il bambino in questione è destinato a grandi cose. Momotarō parte infatti alla volta dell’isola di Onigashima, dove vivono gli Oni, esseri enormi e mostruosi, e con l’aiuto di tre animali amici – una scimmia, un cane e un fagiano – sconfigge le creature malvagie e si ritira a casa con il bottino, per vivere con la sua famiglia in serenità.
Qui, a gamba tesa, si inserisce la riscrittura di Akutagawa, che stravolge il messaggio del racconto mettendosi non solo dalla parte degli sconfitti, ma aprendo la riflessione a quello che stava diventando il Giappone nel periodo storico che l’autore stava vivendo. (altro…)

Mauro Tetti, “A pietre rovesciate”: una nota e una fiaba scelta

Fabio Tetti, "A pietre rovesciate", Tunué 2016, euro 9,90

Mauro Tetti, A pietre rovesciate, Tunué 2016, euro 9,90

Ciccai a perda furriada, cercare qualcuno o qualcosa rovesciando le pietre come si fa con le anguille che si rintanano in fondo a un torrente. Ed è davvero il frugare il verbo che viene in mente mentre si scorrono le pagine di A pietre rovesciate (Tunué 2016), opera prima del giovane autore sardo Mauro Tetti. vincitore, con il suo esordio, del Premio Gramsci.
Racconto dei racconti, il libro narra delle tante storie con cui nonna Dora incanta e tiene in scacco i ragazzini che le sono affidati, che altrimenti correrebbero a grattare la polvere di eternit dai campanili o a catturare bracciate di maestrale per copiare le prove d’amore degli antichi cavalieri. Giana, Mustafa, e il narratore, ragazzo scapestrato che non si fa problemi a proclamarsi invincibile correndo per i vicoli e schiantandosi contro le auto in corsa, chiedono a nonna Dora di raccontare delle dinastie immaginifiche e immaginarie che hanno governato il paesino di Nur, in sardo pietra preziosa, e lei li accontenta cedendo a volte il passo ad altri narratori, in un movimento a spirale che va dal mito di fondazione alla fiaba e da questa arriva alla storia familiare dei vivi e dei morti, della sorella e dei nonni, fino alla conoscenza con un orco in carne e ossa, come a scivolare progressivamente dalla fiaba alla realtà ma anche a segnare il loro interscambio. (altro…)

Questo Natale #13: Laura Liberale, Bianco Natale? (Una fiaba)

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Bianco Natale?

‑ Lassù! ‑ gridò un bambino sulle spalle del padre, puntando il dito in alto.
‑ È tornato! Ce l’ha fatta!
Poi le parole, i mormorii, i gridolini s’accrebbero e si fusero in un coro di sorpresa e di eccitazione.
La neve aveva smesso di cadere da qualche giorno, così tutti i nasi intirizziti poterono alzarsi verso quella macchia rossa sospesa in aria.
Ma non era Babbo Natale. Nient’affatto.
Si chiamava Torototea, e questa è la sua storia.
‑ Sei proprio sicura che non le abbiano ancora inventate?
‑ Di nuovo! Hai intenzione di farmi innervosire per davvero? Perché, invece, non le inventi tu, così poi le brevettiamo e magari diventiamo ricchi!
‑ Eppure mi sembrava finalmente di averne vista qualcuna!
‑ Per quel che ne so! Forse ne avrai viste da motocicletta. Togliti dalla testa quest’idea delle catene da neve per bici, una volta per tutte! Ci andremo comunque. In corriera. Tutto freddo evitato!
‑ Ma non è la stessa cosa, lo sai! La bicicletta fa parte dello spettacolo.
‑ Comincio a essere stanca di fare tutti quei chilometri ogni santa domenica! Inverno compreso!
‑ Ma Pupi cara, se continui a essere così bella è anche grazie a tutto il movimento che ti ho fatto fare in questi anni!

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Tre cose appena su Tchaikovsky

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(Dove non specificato, per ogni riferimento si rimanda all’archivio digitalizzato di lettere e manoscritti presente nel sito tchaikovsky-research.net. Tale, rispetto a Čajkovskij, è la traslitterazione scelta per questo articolo per questioni di frequenza dell’uso

  1. Vita

Nella sua Storia della musica (Ricordi 1989), Riccardo Allorto riporta un passo di una lettera di Tchaikovsky a un destinatario non specificato: «io possiedo la facoltà di esprimere con la musica, in modo veritiero, sincero e semplice, i sentimenti e gli stati d’animo». Una consapevolezza per nulla serena, e un talento vissuto con il senso di scontare ogni singola nota.
La vita di Tchaikovsky – o meglio, la maniera in cui Tchaikovsky accolse gli eventi più tranquilli come quelli più surreali – fu una vita resa intensa e dolorosa dal secondo grande talento del compositore russo: la tendenza a patire ogni esperienza, come se la percezione fosse resa più acuta attribuendosi una colpa attorno cui far ruotare i fatti.
Quello che molta critica ancora gli rimprovera è l’avere scaricato molta di questa nudità nelle sue composizioni. Continui eccessi languidi, overdose di sentimento, finali spesso tirati all’esasperazione. Eppure rimane una pulizia, sotto il frastuono, come quando ci si ferma a parlare con un coltissimo divulgatore. Le sue linee sono spesso ovvie, orecchiabili, tanto da rendere difficile pensare che non esistessero prima che lui le fermasse su carta: dalla celesta della Danza della fata dei confetti all’attacco del primo Concerto per pianoforte, i brani più celebri sbriciolano chi li ha scritti ed entrano nella grammatica dell’ascoltatore. Tchaikovsky aveva l’abilità di parlare una lingua accessibile, che come ogni bagaglio linguistico non è sottoposta a usura.
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Lettera di Camilla Seibezzi #lefiabepertuttiditutti

Un sindaco che decide di ritirare fiabe dalle scuole è molto pericoloso, perciò pubblichiamo la lettera ai giornali di Camilla Seibezzi di Noi, la città. Crediamo che sia una questione che riguardi tutti, a maggior ragione  chi si occupa di letteratura. A fondo pagina, dopo la lettera, troverete i link di che rimandano a due iniziative dei prossimi giorni. (la redazione)

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Quando dico che riguarda tutti intendo proprio tutti tutti. (lettera ai giornali di Camilla Seibezzi)

L'”ordine” del Sindaco Brugnaro di ritirare i libri di fiabe del progetto “leggere senza stereotipi” dalle scuole di Venezia è divenuto sintomo agli occhi dell’intero Paese dello stato della democrazia. La circolare indirizzata alle scuole e pubblicata su Internazionale ha toni grotteschi e pare scritta da un marziano. Cosa sono libri genitore 1 e 2 e le fiabe gender? La questione innanzitutto offende e vincola la libertà del mandato educativo di chi opera al servizio della scuola in asili e materne. Gli educatori non sono in grado di discernere gli strumenti atti ad un confronto con i loro piccoli allievi? Offende pure tutti i genitori che hanno scelto di iscrivere i loro figli/e ad una scuola pubblica e per questo presumibilmente laica. Offende tutte le famiglie descritte in quei libri: le realtà più note e quelle meno comuni. Se oggi il Sindaco crede di tutelare solo la maggioranza delle famiglie composte da madre padre un figlio maschio e una figlia femmina subordinate alla procreazione, cosa pensa di fare di tutte le altre? Genitori single, vedovi, famiglie adottive, affidatarie e coppie genitoriali dello stesso sesso? Le confina allo spazio domestico? E se domani volesse rispedire al confino come si è proposto di fare con i migranti anche chi professa una fede diversa dalla maggioranza dei cattolici? I bambini nati con la procreazione assistita li rimettiamo in frigorifero? Ecco che il tema non riguarda “solo” il dibattito sui matrimoni egualitari ed un singolo tratto della vita di una persona, in questo caso l’orientamento affettivo, bensì la libertà di ogni individuo. La chiamata in causa è sconfinata e ne ho misura dalla quantità di lettere e condivisioni che sto ricevendo da tutt’Italia. Chiama in causa la comunità ebraica, musulmana e i rappresentanti delle altre fedi, chiama in causa la scuola e i sindacati, i vecchi e i nuovi partigiani, i partiti di centrosinistra e tutto il mondo di centrodestra che ben annovera nel profondo dell’animo esperienze comuni in tutta la popolazione a prescindere dall’appartenenza partitica. Chiama in causa le persone con disabilità e i loro cari, che non vogliono solo le passerelle sui ponti ma anche il rispetto della pari dignità per tutti. Io mi rivolgo a tutti voi perché alziate la testa anziché distogliere lo sguardo. Perché la lotta alla censura, al segregazionismo e per diritti sono un traguardo comune, un comune modo di stare al mondo. Invito il Sindaco a rendere noti alla cittadinanza i titoli precisi dei libri messi all’indice e ad avere il coraggio di affrontare questi temi con trasparenza in un confronto pubblico.

Camilla Seibezzi, già delegata ai diritti civili del Comune di Venezia

Due iniziative

Leggiamo ai bambini “Piccolo blu e piccolo giallo”

Per giudicare bisogna conoscere: Incontro pubblico a Venezia il 3 luglio

Donato Cutolo, “19 dicembre ’43”

Mi piacerebbe recensire, in una giornata così pertinente, l’ultimo romanzo di Donato Cutolo, 19 dicembre ’43. La data del titolo sfiora quella della battaglia di Montelungo (16 dicembre), che vide il ripiegamento tedesco sotto l’avanzata italiana e degli alleati. Clima di guerra mondiale, dunque, sfasatura di appena tre giorni, popolati, nel romanzo di Cutolo (la cui topografia è appena mutata ma perfettamente riconoscibile) da frammenti di ricordi, ricerche di superstiti, bandoli di rappresaglie, ferite.
Mi piacerebbe recensire questo romanzo, dicevo, ma temo di non poterlo fare senza due operazioni preliminari.

Innanzitutto il legame con quelle che sono le due opere precedenti di Donato Cutolo, entrambe edite, come 19 dicembre ’43, per ZONA: Carillon (2009) e Vimini (2012). C’è ben poco ad accomunare i tre libri per quanto riguarda le storie (la prima, una vicenda d’amore in un mondo che si colora in base all’umore dei personaggi; romanzo di formazione di un adolescente dopo la morte della nonna la seconda), ma tutto nella loro volontà di percorrere, per servire la narrazione, ogni possibile forma espressiva.

Violet - Nicola Ruoppolo

Violet – Nicola Ruoppolo

Donato Cutolo è un compositore (perfino le indicazioni di capitolo o altre ‘flashback’ o ‘flash-forward’ diventano ‘play’, ‘rewind’, ‘fast-forward’), e si avvale a sua volta di collaborazioni con musicisti del calibro di Fabio Tommasone (Carillon), Fausto Mesolella (Vimini, 19 dicembre ’43), Daniele Sepe (19 dicembre ’43). Paolo Rossi presta la voce, in una traccia audio, al primo capitolo di 19 dicembre ’43, con una lettura rasposa, sconsolata, paratattica, tanto simile alla prosa del libro. Non è possibile separare, e questo vale per l’intera trilogia di Cutolo, ciò che è scritto da ciò che è ascoltabile (i cd riportano tracce audio che, da accenni di milonga a brevi linee melodiche, si prestano a perfetta colonna sonora), così come non era possibile separare i toni del mondo dall’umore individuale in Carilllon o i colori dell’arcobaleno dalle personalità dei personaggi in Vimini. Cui l’artista napoletano Nicola Ruoppolo ha, ad esempio, dedicato un’illustrazione, a testimonianza di come la natura dei testi di Cutolo siano l’apertura verso varie forme d’espressione.

La seconda remora che mi impedisce di recensire 19 dicembre ’43 come romanzo su una storia privata all’intero della Resistenza (storia di amicizia messa in pericolo dalla guerra, di terrore, di bombardamento, di vita d’amore ostacolata dalla continua paura che lui-lei vengano passati al filo del nemico) è che 19 dicembre ’43 non è un romanzo, checché ne dica l’occhiello in copertina. Sotto qualsiasi analisi si voglia fare (dalla lingua alla struttura ai personaggi) 19 dicembre ’43 è una fiaba.

copertina

Il luogo è ben preciso, certo: un Paese asserragliato dalla guerra, dove più che il dramma della storia viene messa in luce l’impossibilità di qualsiasi intimità, nel male («tutto in frantumi. piccoli soprammobili, bicchieri, mobili, sedie, stoviglie, ogni oggetto è imbrattato e trasfigurato, violentato, fatto a pezzi e sparso ovunque») come nel bene («Filarono di orto, di casa in casa, i contadini non ostacolavano la corsa, li facevano passare dalle cucine, dalle stanze da letto, dalle finestre.»)
Una situazione di perdita dell’intimità che va oltre la guerra, che diventa perdita dell’identità stessa. Questo il brano di un momento in cui Ettore, il protagonista, si specchia in un lago per lavarsi non sapendo che i tedeschi sono in arrivo:

– Sbaglio o sto invecchiando, Giorgio?
Si girò verso l’amico che però non fece una piega, rattrappito com’era dal freddo, ma quando volse di nuovo lo sguardo verso l’acqua trasalì: vide la sua faccia macchiarsi poco a poco di chiazze scure,  e in pochi attimi diventare completamente nera. Sfigurata.

Un altro termine che caratterizza una fiaba è l’inverosimiglianza dei personaggi, intesa come loro essere superficie di contenuto simbolico. Delle creature di Cutolo noi conosciamo, per suo volere, appena la linea che dal vissuto va al pensiero e quindi all’azione, e questo rende i loro comportamenti tanto credibili quanto ipoteticamente universali. Ecco allora i due amici, Ettore e Giorgio, il loro legame che risale ai primi della guerra, Ada, detta la fata per la sua bellezza e per la generosità con cui cuce per chi è più povero; ecco l’orco, il tedesco, che le fa scendere una mano sui capezzoli; e Aldo, figura quasi muta, gestore di una biblioteca che sembra cattedrale in mezzo al nulla, uomo che sa senza bisogno di sapere; ecco l’oggetto magico più che transizionale (il suo fazzoletto azzurro, che Ettore preme sulla ferita per fermare il sangue e non sentire dolore). E la prosa, che è paratattica e tesa alla ridondanza, alla ripetizione.

Chi si aspetta un semplice racconto di resistenza si armi, insomma, alla fiaba. La vicenda di Cutolo tra i giovani protagonisti e il lupo tedesco si scioglie non con la vittoria di questa o dell’altra parte, ma grazie a dinamiche che hanno a che fare con la rimozione e la memoria, il lutto come processo che è quasi incantesimo. Il finale verrà, ovviamente, taciuto; ma è il finale di una fiaba, esattamente, non di più.

© Giovanna Amato

Pillole da Mantova #2 – (il mondo migliore)

A Festivaletteratura si viene per conoscere libri e autori nuovi. Non si viene sempre ‘imparati’, anzi, si viene più spesso impreparati, magari infarciti di letture estive diverse da quelle che ci aspettano qui. Mantova è un luogo unico per scoprire quali potrebbero essere le letture dei prossimi mesi; in primo luogo lo è la sconfinata bellezza dei luoghi che ospitano il festival: palazzi storici, cortili, sale concerto, teatri, che già da soli, nelle loro pietre, racchiudono centinaia di storie. In secondo luogo devo dire che merito della forza con cui certi autori arrivano al pubblico, va ai traduttori presenti agli eventi, i quali dimostrano sempre la loro attenzione e qualità nel lavoro che fanno ‘dal vivo’; la loro è la capacità di farci entrare ‘nel vivo’ della conversazione che si vede sul palco, di supportare il presentatore, di rendere piacevole un reciproco scambio di idee. Stamattina, ad esempio, incuriosita dal titolo dell’evento 70 “Il Sacro Graal del romanzo totale”, mi sono recata ad ascoltare lo scrittore olandese Tommy Wieringa, presentato da Francesco Abate e, per l’occasione, tradotto da Donata Mori. Iperborea, ad agosto 2014, ha pubblicato il romanzo Questi sono i nomi, uscito in patria due anni prima, dove ha venduto 200 mila copie. Una storia di ‘confine’ e confini ambientata nella steppa dell’Asia centrale e con al centro la vicenda di sette profughi ma dedicata, più in generale, agli erranti del XXI secolo. Anche Wieringa, a suo modo, è stato un ‘ragazzo di confine’: cacciato da molte scuole, da diciassettenne anarchico-attivista si definisce ora ‘uomo che segue l’ordine costituito’. IMG_20140905_110508Eppure il suo sentirsi borderline l’ha aiutato con la letteratura, a scrivere, e a narrare questa storia che, ricorda Abate, nonostante sia stata scritta da qualche anno, pare attualissima: «Mai come in questo momento si sta assistendo al processo di eternizzazione della migrazione», afferma l’autore, il quale è appena rientrato da un viaggio in Israele. A proposito di questa esperienza: «Pensavo e speravo che questa mia visita avrebbe portato chiarezza. Il bilancio è che mi sento ancora in una situazione difficile, dai confini assolutamente non determinati rispetto alla politica che viene perseguita da Hamas. In Israele anche le persone più illuminate fanno continuamente propaganda. Nessuno vuole parlare di politica ma, se per cinque minuti si parla di qualcosa d’altro, le persone diventano subito nervose, perché c’è questo assillo continuo. Io non penso di aver trovato risposta a questo problema eterno. Penso però comunque di riuscire a capire un po’ meglio questo mondo. Spero [anche] che i lettori possano trarre dal mio libro la stessa lezione che io ho tratto dalla mia visita in Israele: che non c’è una risposta ma una maggiore comprensione.»

20140904_112216A Mantova si vagabonda da un posto all’altro per tutto il giorno: le strade sono affollate da facce sudate, sotto la calura del dopopranzo, oggi che pare esplosa l’afa. La sagrestia di S. Barnaba è, per fortuna, uno spazio di refrigerio, dove nel 2011 ho avuto il piacere di ascoltare Anna Maria Carpi presentata da Elia Malagò. Un folto pubblico attende alle 16.00 Vivian Lamarque, pronta a leggere se stessa e Wisława Szymborska per l’evento 96. La presentazione è di Vanna Mignoli che entra sin da subito prepotentemente nei versi di Lamarque, per sviscerarne in senso e restituirlo al pubblico con quello che l’autrice ha definito “un orecchio femminile che scava e incide”, quasi in modo violento. La solitudine di bambina, il mondo della fiaba (con riferimento a Perrault), l’essere adulta-sola; e ancora, gli uomini della sua vita-autoriale: il padre [mancato quando la Vivian di Teresino (Guanda, 1981) aveva 4 anni], ma anche lo psicoterapeuta di cui s’innamora con un processo di transfert ne Il signore d’oro (Crocetti, 1986) e poi il marito assente. Ma anche i temi della morte e del tempo, quello che pretendiamo dalle relazioni umane, la gelosia, sono al centro di una lettura incrociata e analogica che comprende, oltre all’annunciata autrice polacca, anche Emily Dickinson. Lamarque accosta coerentemente ai suoi testi soprattutto alcune poesie di Szymborska: è un gioco di echi in cui la sua voce fa da controcanto a quella della poetessa polacca, come nell’ordito di uno stesso tessuto. Ad esempio, azzeccato è quello che concerne lo ‘spostamento di lutto’ (così dice la nostra autrice) di Szymborska nella poesia Il gatto in un appartamento vuoto mentre in Poesie per un gatto (Mondadori, 2013) il gatto Ignazio interroga Vivian sull’aldilà, la quale risponde “È come una specie di giardino si diventa tutti erba fiori.” “Fiori? Un fiore io? Mai!” “E perché? essere un fiore è un onore non lo sai?”.

A Mantova si vengono ad ascoltare parole che già si conoscono e si vengono a sentire parole inesplorate. Si vengono ad ascoltare autori che ci piacciono, altri che speriamo ci possano piacere poi. Di certo si viene per salire sul primo gradino di una scala impervia che è la scala dell’esperienza di ognuno di noi, e che si compone di consigli; uno azzeccato, è stato dato ieri sera da Fabio Geda, a chiusura dell’ultimo evento del secondo giorno di festival; intervistato dai ragazzi di Blurandevù sul palco di Piazza Alberti, dice: «Lasciate il mondo meglio di come l’avete trovato». Io direi: «Ricordiamoci di lasciare il festival meglio di come l’abbiamo aspettato.»

Silvia Vecchini – La bambina dagli occhi storti e dalle parole strane

sampa 2013 - foto gianni montieri

sampa 2013 – foto gianni montieri

 

La bambina dagli occhi storti e dalle parole strane

 

Per via di un parto difficile e di una manovra fatta con uno strumento dal nome sinistro che mi avrebbe perseguitata per tutta la vita, il “forcipe”, sono nata con un problema di strabismo agli occhi. Questo non fu chiaro fin quando non ebbi compiuto due anni. Uno dei miei primi ricordi risale ad allora. Sono in spiaggia con i miei genitori e sto giocando con la sabbia, quando uno ad uno vengono a radunarsi lentamente intorno a me dei bambini che si mettono in cerchio, se ne stanno lì e mi fissano, tra l’incredulo e il divertito, e mentre passano altri bambini li chiamano con un gesto puntando il dito verso di me. Mia madre scoppia in lacrime, corre a prendermi per mano e mi porta via urlando tra i singhiozzi ai bambini: “lasciatela in pace, è solo strabica”. Il fatto è che dovevo essere davvero buffa da guardare, i miei occhietti erano proprio storti, si giravano completamente in dentro, verso il naso, senza che io potessi farci niente.

Da quel giorno “strabica” divenne una delle mie parole strane. Sono strabica. Lo dicevo a tutti, quasi come fosse un vanto. E anche per farmi dare un po’ di tregua, insomma, lasciatemi in pace, non lo vedete che sono strabica.  Io a quel tempo non sapevo assolutamente che diavolo volesse dire. Sapevo che ero strabica. Che era una cosa mia, che mi apparteneva. Come Silvia, era come un mio altro nome.

Più tardi iniziai ad accompagnare la parola “strabica” con quell’altra parola strana, “forcipe”. Ascoltavo spesso mia madre raccontare questa storia del mio parto difficile ad altre persone. Lei diceva che mi avevano tirato fuori con il forcipe, per quello ero strabica. Ma da dove mi avevano tirato fuori? E che collegamento poteva esserci con i miei poveri occhi girati? Non lo sapevo. Non l’avrei saputo per un sacco di tempo. Il primo forcipe lo vidi solo moltissimi anni dopo, nello studio di una ginecologa. Era in una vetrinetta insieme ad altri oggetti che sembravano strumenti di tortura medievale. Solo quel giorno riuscii finalmente a comprendere il significato di quella  parola strana che avevo ripetuto per anni.

Mi piacevano davvero un sacco quelle parole strane degli adulti che non capivo, me le facevo ripetere, le masticavo nella mente e gli davo un significato tutto mio.

Mio padre tutte le sere prima di andare a letto mi leggeva la mia fiaba preferita: Cappuccetto Rosso, ero talmente invasata che la ricordavo a memoria, perfino il momento in cui doveva girare pagina, e glielo dicevo. C’era una frase del lupo vestito da nonnina che mi faceva restare di sasso: Tira il paletto ed entra, disse il lupo guardandola con cupidigia. La “cupidigia”, chissà cos’era. Non me lo feci mai spiegare. Non ero molto interessata alle spiegazioni delle parole. Non mi interessava sapere cosa volessero dire. Preferivo usarle quando mi andava. Così per me guardare con cupidigia era diventato “guardare con un’amica strana”. La cupidigia doveva essere nascosta nel letto con il lupo travestito da nonnina. Forse la cupidigia era nascosta anche nel mio letto mentre mio padre mi leggeva Cappuccetto Rosso. Chissà perché la cosa non mi faceva paura.

Non tutte le parole strane erano innocue, però. Certe erano spaventose. Mia madre che mi sgridava e mi diceva che avevo “torto marcio” mi faceva venire i brividi, per esempio. Per me il tortomarcio era una parola unica, era un mostro a cinque teste, nero e cattivo. E io ce l’avevo dentro quando facevo la birichina. Non so spiegare come ma poi il mostro se ne andava. Non potevo avercelo dentro tutto il tempo. Diciamo che dopo un po’ si stufava e mi lasciava in pace. A volte dopo quelle sgridate mi mettevo a piangere da sola nel mio letto. E piangevo finché non diventava buio. E quando diventava buio arrivava mio padre dal lavoro ed entrava in camera mia, e io ero esausta ma dovevo raccontargli quello che avevo combinato perché mia madre voleva così. E lui mi dava un bacio lo stesso, anche se ero stata molto cattiva, e accendeva l’abat-jour. Ecco, diciamo che ero sicura che il tortomarcio se n’era definitivamente andato quando mio padre faceva click.

Altre volte, alla fine di una discussione estenuante, dopo aver tirato fuori questo tortomarcio, mia madre mi suggeriva anche di farmi un “esame di coscienza”. Per me l’esame di coscienza era il peggiore dei compiti in classe, avevo solo mezz’ora di tempo per farlo, e c’erano delle domande veramente difficili a cui non sapevo rispondere ma dovevo consegnarlo in tempo altrimenti avrei avuto una brutta punizione.

Quando ripenso a queste parole strane mi viene molta nostalgia. Non sono più parole solo mie. E non riesco più a giocarci come prima. Adesso non mi invento più un significato diverso per quelle che non conosco. Le vado a cercare. Ora non sono più strabica. Mi hanno operato agli occhi e mi è rimasto solo quello che il mio oculista descrive come uno strabismo di Venere che è molto attraente. Perché dice che è una leggera imperfezione dello sguardo che attira molto l’attenzione. Sì, lo so benissimo. Ho avuto per anni orde di bambini scemi che passavano il tempo a fissarmi. Adesso so benissimo cos’è lo strabismo, e ho anche visto un forcipe in carne e ossa. Adesso mi faccio da sola degli esami di coscienza, devo dire che ci metto anche più di mezz’ora. Adesso sono io che dico agli altri quando hanno torto marcio, lo dico anche a mia madre con una certa rivincita, ma, ecco, non è più così divertente.

©Silvia Vecchini

Di là dal bosco (dal blog: Fiabe di Francesca Matteoni)

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Di là dal bosco – Edizioni Le voci della luna – 2012

L’introduzione di Francesca Matteoni

Dove tornano i mondi immaginari

 

“Ci aiuta a vedere il mondo reale / visualizzare un mondo fantastico” ha scritto il poeta americano Wallace Stevens. Il mondo fantastico in cui ci spingiamo ha un rapporto di prossimità con il nostro contingente, avviene in quel luogo dove l’altrove, preconizzato più che manifesto, si incontra con la comune quotidianità – il noto si confonde con l’ignoto, in una zona di confine che non separa affatto, ma si lascia più volte attraversare.
Su questi margini nascono, si addensano le storie.
Su questa vaga frontiera un piede è ben saldo nell’ordinario, l’altro si avventura in una terra interiore. Quale dei due terreni è più stabile, più reale? Ogni nuovo viaggiatore avrà al riguardo la sua opinione. Noi preferiamo indugiare ancora un poco in quello spazio marginale che definisce l’attesa. Attendiamo di addentrarci o di uscire dal bosco. Il rintocco della mezzanotte o un passo straniero. Un animale che ci guidi nell’intrico dei roveti o sulla gigantesca superficie del mare.
Della sostanza di questa attesa sono fatte le fiabe. La loro ricchezza di situazioni magiche, straordinarie e al tempo stesso l’indeterminatezza dei loro scenari ridotti ai nomi comuni – la foresta, il villaggio, il palazzo del re – ne fanno perfetta materia simbolica, esemplificativa di un viaggio esperienziale. Così le fiabe restano nell’immaginario collettivo, anche se non le abbiamo lette, se nessuno ce le ha raccontate da bambini o abbiamo un’idea approssimativa di  chi siano Basile, Perrault, i Grimm, Andersen o Afanasev, per citare i più importanti tra gli autori delle fiabe letterarie. Permangono non tanto per la loro presunta antica origine orale, questione tanto dubbia quanto dibattuta in campo accademico,[1] quanto per la loro capacità di riprodursi da almeno due secoli, trasformandosi fin nella contemporaneità. Che elementi di variegate tradizioni orali sopravvivano congiunti al genio e all’inventiva letteraria degli autori, è in questo senso secondario rispetto all’impatto sulla sensibilità, la fantasia e perfino la memoria di chi nuovamente le incontra. Una fiaba ci immerge in un mondo familiare, improvvisamente ostile o meraviglioso, chiede al suo lettore di guardare sempre un po’ oltre e molto dappresso, qualsiasi cosa accada – di abbeverarsi alla fonte della propria speranza.
Convinta di questo e da sempre innamorata dell’universo fiabico ho deciso, nell’anno che celebra il bicentenario di quel primo volume di ottantasei fiabe a firma dei Fratelli Grimm, di coinvolgere scrittori e blogger in un esperimento online, aprendo, circa un anno fa, il blog FIABE e chiedendo ad ognuno di ripercorrere tramite l’esperienza personale una fiaba, classica o proveniente dalla tradizione locale. L’esperimento non è nuovo: nel 1998 esce Mirror, Mirror on the Wall: Women Writers Explore Their Favorite Fairy Tales, curato dalla scrittrice Kate Bernheimer, in cui note scrittrici come A.S. Byatt, Margaret Atwood o Joyce Carol Oates, tornano sui sentieri delle loro fiabe preferite. Ero tuttavia molto curiosa di vederne i risultati in ambito italiano, dove la fiaba è meno frequentata rispetto a contesti nordeuropei o americani, e, soprattutto, rivolgendomi ad autori nati grossomodo tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta – un arco generazionale più a contatto con la disneyficazione del fiabesco, o con la sua diffusione tramite altri media diversi dal libro, come le audiocassette Fabbri delle Fiabe Sonore.
Sono arrivati così I musicanti di Brema, vecchi animali malandati, non voluti eppure ancoracon una loro sorte bizzarra da assolvere o fallire, traslocati in una biblioteca di paese nell’Appennino tosco-emiliano di Azzurra D’Agostino; la pericolosità e il richiamo del desiderio, dell’essere altro da sé e in questo smarrirsi, nelle Scarpette rosse di Marilena Renda; una Cenerentola non più sottomessa, ma liberata nella lettura vendicativa di Marco Simonelli, che rende alla fiaba la sua giusta crudeltà; la  Cappuccetto Rosso gioiosa  di Renata Morresi, che si ribella in fuga da tutte le esistenze, le punizioni e le assoluzioni che le sono state attribuite; il conflitto femminile, ma sotto il patronato maschile da cui non c’è scampo, che volge inevitabilmente una donna nella sua rivale, della Biancaneve di Cristina Babino; la sopravvivenza e l’affermazione individuale, attraverso mascheramenti che la portano dall’umiliazione al riscatto, della Pelle d’Asino di Francesca Bertazzoni; il sonno protettivo, epifanico della Rosaspina chiusa in un bosco di rovi, come in una camera infantile, di Franca Mancinelli; la Raperonzolo sapiente e selvatica di Patrizia Dughero in cui si riflettono altre donne fantastiche, da Melusina alle Agane dell’Italia nord-orientale. E ancora il mistero dell’altro bestiale in cui si riconosce la Bella di Mariasole Ariot, disarmata, più che guidata, dalla figura paterna; il disvelamento di tutte le apparenze e il perdurare del mistero, in ciò che del reale si percepisce, ne Il guardiano dei porci di Viviana Scarinci; una fiaba segreta di luce e ignoranza, nel gelo nudo de La chiave d’oro di Tiziana Cera Rosco; o la vicenda de Il tenace soldatino di stagno di Mariagiorgia Ulbar, soldato vero stavolta, che si ripara dalla follia della guerra nella scrittura di un diario. Gianni Montieri e Lidia Riviello si confrontano con la leggenda del Pifferaio Magico, portata nel nostro più immediato e cogente contesto attuale, concentrandosi l’uno sulla prospettiva dei bambini, qui piuttosto adolescenti inquieti, e sulla musica perduta, così come sulla dimensione sognante dell’infanzia; l’altra sulle bugie e gli inganni sciagurati del sindaco della città-paese, che caccia da sé la gioventù e quindi la possibilità di cambiare, diventare migliori perfino. C’è anche chi ha scelto fiabe meno note al grande pubblico, mutuate dalla tradizione popolare italiana: così Chiara Catapano spedisce tre cartoline da Sassolungo, vetta delle Dolomiti che si confonde nella fisionomia di un gigante ladro e bugiardo; mentre Vanni Santoni si cimenta con le variazioni orali e la censura subita in ambito familiare dalla Capra ferrata, spauracchio rimesso in riga da un uccellino linguacciuto. Non fiaba, ma ricca di elementi fiabeschi e assimilata, al pari di altre avventure per l’infanzia, dall’immaginazione occidentale come qualcosa che è “sempre stato lì”, incontriamo anche la Dorothy de Il mago di Oz, rapita o tratta in salvo dalle scimmie volanti nel racconto di Paolo Triulzi. Infine due celebri gatti che diventano a loro modo la parte migliore dell’umano: la partenopea Gatta Cenerentola,  che si mescola al ricordo infantile di  Giovanni De Feo dell’amore per “l’altro” animale, più caro nella sua pelliccia che non nell’abito sociale della famosa ragazza coperta di cenere prima, di ricchezze poi; e la scaltrezza de Il gatto con gli stivali di Vincenzo Bagnoli, maestro dell’invenzione di sé, rocambolesca, rischiosa, temeraria, che permette il ribaltamento ironico del mondo come dei destini – permette al futuro di dover essere ancora sognato.
Le vie fantastiche del blog si sono incrociate con il laboratorio di poesia condotto da Elisa Biagini proprio attorno ad una fiaba dei fratelli Grimm, Hänsel e Gretel, cui io stessa ho dedicato il mio scritto. Per due giorni i dieci partecipanti hanno accettato di perdersi nel bosco come i due bambini, recuperando indizi, la strada di casa, in forma di tracce poetiche, qui incluse nella sezione finale.
Oggi le fiabe fino ad ora raccolte diventano un piccolo libro, un talismano per ripensarci bambini, tornare a quel primo afflato, slancio verso le cose, consapevoli del tremendo che ci circonda come della sorpresa, capaci soprattutto di immaginare il passo successivo, fuori dalla foresta, dal castello, dalla pelle malconcia, dagli stivali vecchi, dalla cenere, dal tornado, dalla neve, dal naufragio, dalle calzature strette, dalla montagna, dal cumulo di neve, dalla stia, dalla lingua attorcigliata – a casa.


[1] Si vedano ad esempio i libri di Ruth Bottigheimer, Fairy Tales. A New History (State University of New York, 2009) e il più recente di Willem de Blécourt, Tales of magic, tales in print. On the genealogy of fairy tales and the Brothers Grimm (Manchester University Press, 2012).

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Elenco Autori

Mariasole Ariot, Cristina Babino, Vincenzo Bagnoli, Francesca Bertazzoni, Chiara Catapano, Tiziana Cera Rosco, Azzurra D’Agostino, Giovanni De Feo, Patrizia Dughero, Franca Mancinelli, Francesca Matteoni,  Gianni Montieri, Renata Morresi, Marilena Renda, Lidia Riviello, Vanni Santoni, Viviana Scarinci , Marco Simonelli , Paolo Triulzi, Mariagiorgia Ulbar.

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Dal laboratorio di poesia Hansel e Gretel a cura di Elisa Biagini testi di:

Paola Ballerini, Katia Ferri, Andrea Gigli, Liliana Grueff, Jacopo Ninni, Caterina Pardi, Brenda Porster, Marco Simonelli, Davide Valecchi, Annarita Zacchi.

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Copertina e illustrazioni di Nicoletta Ceccoli

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per ordinare il libro, scrivete qui:  info@dotcompress.it

Il Re è nudo. Anzi, muto.

 

If I am King, where is my power? Can I declare war? Form a government? Levy a tax? No! And yet I am the seat of all authority because they think that when I speak, I speak for them.

Forte la tentazione di uscire dal cinema e cercare assonanze con l’attualità più geograficamente vicina. “C’era una volta (e solo una) molti anni fa, così tanti che il passaggio del tempo non era neppure iniziato, un Re che amava così tanto i vestiti nuovi che spendeva in essi tutto quello che aveva….” Comincia così una favola per bambini scritta da Hans Christian Andersen, una favola che ci racconta di cattivi consiglieri che confezionano al Re “un bel nulla”, un vestito invisibile agli stolti, agli ignoranti e agli stupidi, un vestito che potrebbe essere allegoria del potere della parola. La parola intesa come la forma che veste le nostre idee e i nostri comportamenti. La forma che – nel bene o nel male – a volte finisce per coincidere con i contenuti. Allo stesso modo, questo The King’s Speech fornisce diversi spunti di riflessione sul ruolo della comunicazione nell’esercizio del potere e lo fa mettendo in scena un (futuro) re balbuziente nella disperata ricerca di una voce e di un’identità, proprio nell’era della diffusione delle comunicazioni di massa e della minaccia dei totalitarismi. Significativa la risposta che egli dà alla piccola Elizabeth quando, durante la proiezione di un discorso di Hitler, aveva chiesto cosa stesse urlando il Führer in tedesco: “I don’t know but… he seems to be saying it rather well”.

Se più importante delle cose è il modo in cui facciamo le cose,  Bertie, l’uomo che è chiamato a diventare Re Giorgio VI, non riesce nemmeno a raccontare una favola alle proprie figlie. Come può trovare il coraggio di guidare un impero? Involontarie pause, ripetizioni, prolungamenti dello stesso suono, esplosioni di rabbia. Tanti personaggi del passato e del presente sono ricordati per quello speech impediment che Lewis Carroll chiamava la sua “esitazione”, un disordine nel ritmo della parola piuttosto frequente che è stato oggetto di molte speculazioni. E questo scarto tra ciò che si pensa e ciò che si dice, o se vogliamo tra dimensione privata e dimensione pubblica della parola, non sono in fondo espressione di una distanza tra forma e contenuto? Non poter esprimere cosa si vuole quando si vuole ingenera nel tempo una sensazione di impotenza, causando un’impressione di perdita di controllo e questo può avere ripercussioni nelle relazioni sociali. Non siamo lontani dalla sensazione che si prova nei sogni di impedimento nei quali il soggetto non riesce a portare a termine qualcosa, sogna di essere impossibilitato a muoversi, oppure di essere inseguito e non riuscire a fuggire. Incubi di questo tipo sono anche quelli in cui si presenta un ostacolo imprevisto che ci lascia disarmati: si deve prendere l’autobus o il treno ma non si ha il biglietto, oppure ci si accorge all’ultimo momento che la destinazione è quella sbagliata. A chi non è mai capitato di sognare di sapere con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non essere in grado di dirlo?

È con questa sensazione che si esce dal cinema, accompagnati da un logopedista che è anche – a suo modo -uno psicanalista. Come se, sfruttando gli stessi meccanismi di cui si serve il lavoro inconscio (dalla condensazione al trasferimento, alla regressione) questo film lasciasse nello spettatore un nodo interiore non sciolto, una difficoltà non compresa, un ostacolo che impedisce di proseguire nel ragionamento. Non solo perché la balbuzie, disturbo che come nei casi di lieve sordità può essere motivo di facile ilarità, non era mai stata rappresentata in modo così drammatico. Ma soprattutto perché, per analogia, questa difficoltà e gli sforzi per superarla fanno luce sulle nostre più profonde insicurezze e illusioni. Dal momento che il paradosso della balbuzie vuole che – come in un gioco di ruoli – entrambi si finga di non accorgersi della difficoltà comunicativa. La persona che balbetta fa di tutto per controllarsi, e anche per questo, più si impegna e più non riesce. Il suo interlocutore trascorre tutta la conversazione sforzandosi di apparire naturale. È la messinscena della vita sociale, la stessa illusione collettiva. Chi ha il potere finge di non averne e chiede una nostra libera scelta. Chi teme le responsabilità – che da un reale potere derivano – finge di esercitarlo all’interno di una cornice di menzogne e contraddizioni. Quante volte ci comportiamo come se fossimo liberi di scegliere eppure ognuno di noi, in democrazia, è un re che non può decidere se non soltanto formalmente, non può che delegare ad altri le vere decisioni. Quante volte l’egoismo ci ha spinto più o meno inconsciamente a metterci da parte, ad agire secondo i precetti di una moderazione che è sinonimo di mediocrità. È il limite del principio democratico in sé,  inteso come menzogna necessaria a mantenere l’ordine sociale. Talvolta, come direbbe Chomsky, sotto la maschera illusoria e auto-illusoria che ritrae la stampa, le manifestazioni di piazza o certi talk show televisivi, come l’argine della pubblica opinione nei confronti del potere, si nasconde uno strumento di quello stesso potere che persegue il controllo del consenso e del dissenso. Non sto parlando dei contenuti ma della forma stessa della democrazia. Quella forma che oggi ha ridotto la politica a “fabbrica del consenso”. Il teorema dell’impossibilità di Arrow ha dimostrato matematicamente che una democrazia perfetta è impossibile. Lo stesso principio di unanimità risulta teoricamente – prima che praticamente – irrealizzabile a meno che una parte della popolazione non rinunci ai propri diritti. Del resto, fenomeni come quello di Wikileaks mettono in luce i confini della democrazia rappresentativa e alimentano una crisi della fiducia nelle rappresentanze parlamentari che va ben oltre il tema della libera circolazione delle informazioni. Perchè l’impatto delle rivelazioni di Assange – scoop che molti tendono a minimizzare – sta soprattutto nel fatto che quelle indiscrezioni non ci dicono nulla di nuovo, ci confermano quello che sapevamo. Il problema non è l’invasione della privacy dei potenti, è la nostra privacy ad essere sconvolta. Perchè la dimensione pubblica del potere costituito e costituente ci appare come qualcosa di irrispettoso e irrispettabile eppure è all’interno di quelle stesse regole che ci ostiniamo a combatterla. Ed è questo che più ci terrorizza.

Giovanni Catalano