La botte piccola #3: Ambrose Bierce, “Il sogno”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il terzo appuntamento è con Il sogno di Ambrose Bierce. Buona lettura.

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Devo già averlo detto da qualche parte: quando mi capitava di stare da mia nonna, da bambina, stravedevo per i libretti Newton “100 pagine 1000 lire”. Lì ho scoperto una letteratura che mi sarebbe sempre stata cara, quella specialmente anglofona del racconto dell’occulto e del terrore, e avuto l’imprinting verso quella sospensione inquieta che cerco in ogni forma, anche nella più ancorata alla realtà.
Ambrose Bierce è probabilmente uno dei miei autori più amati, e proprio da un volumetto Newton, a cura di Gianni Pilo (A. Bierce, I racconti dell’oltretomba, Newton Compton 1998) voglio pescare il primo racconto, Il sogno, e raccontare perché.Nel 1874 il protagonista e narratore del racconto si ritrova a passare la notte dopo una battuta di caccia in una casa abbandonata sul burrone di Macarger. Il luogo è stato già descritto, in poche frasi, con la tecnica assieme precisa e evocativa di Bierce: un paesaggio non ostile ma semplicemente desolato, un avvallamento scavato da un fiume ormai asciutto, che nessun uomo civilizzato ha sentito il bisogno di rivendicare o collegare a un centro abitato. Ma la casa si configura subito come minacciosa, con la sua porta aperta e la sua finestra vuota; dal suo interno, «la mia fantasia dipingeva il mondo esterno e lo riempiva di entità a me nemiche, sia naturali che soprannaturali: (…) il possibile e l’impossibile erano ugualmente inquietanti». Stremato dalla paura, l’uomo si addormenta e sogna una città popolata di uomini con piccole differenze di lingua e abitudini; qui incontra una coppia – una donna scura, un uomo con una cicatrice – di cui al risveglio scopre di sapere il cognome, MacGregor. Non fa in tempo a stupirsi che, nella casa disabitata, sente il grido di una donna morente.

Sogni, violenze che lanciano la loro eco nel tempo, contatti con vittime innocenti o viaggiatori dello spazio-tempo, visitazioni da parte di quello che è morto o della morte stessa: questi i temi favoriti di Bierce, con i quali l’inventore di Carcossa ha costruito, rimescolandoli, oltre quaranta racconti dell’orrore. Ma il tocco è fermo e desolato, e questo toglie quasi sempre energia alla parte orrorifica del racconto per consegnarlo al genere fantastico. A sua volta, a smorzare il fantastico c’è una ferocissima satira e la completa assenza di retorica che sono la cifra di Bierce.
Ambrose Bierce era stato soldato nella Guerra Civile Americana dal 1861 al 1866. Suo zio Lucius, fervente antischiavista, l’aveva sottratto alla disciplina ultrareligiosa dei genitori e si era preso cura della sua formazione. Dopo una carriera rapida, un salvataggio, svariate promozioni e un proiettile in testa, Bierce lanciò una monetina per decidere se proseguire nell’esercito o intraprendere la via del giornalismo. Dopo due anni Il Banditore di San Francisco lo assunse per la pagina satirica; in quattro anni i suoi attacchi feroci sollevarono molte proteste ma solo una denuncia, smantellata in tribunale con un pezzo di oratoria. Seguirono anni di lavoro per i giornali, il celebre Dizionario del diavolo e, tra il 1882 e il 1896, i racconti. Intanto aveva perso un figlio e la stampa avversaria, tra le altre accuse, cercò di dargliene la responsabilità di fronte al pubblico. I suoi pezzi erano sempre velenosi, la sua produzione narrativa metteva in luce l’oscenità della guerra e della retorica sulla morte.
Gianni Pilo, cui mi sto attenendo per questa piccola biografia, dice: «pubblicò, nella sua vita, praticamente tutto quello che voleva fosse pubblicato, una cosa unica negli annali della letteratura e che spiega come fece a pubblicare – primo e ultimo – ben quattro milioni di parole».
Scomparve, letteralmente, nel 1913, durante un viaggio in Messico.
Il sogno non è finito dove l’ho interrotto. In una coda, il narratore racconta di essersi fermato anni dopo gli eventi a cena da un uomo di Sacramento, da cui ha saputo che il burrone si sarebbe dovuto chiamare MacGregor’s («Cara – aggiunse rivolgendosi alla moglie – il signor Elderson ha rovesciato il suo vino»):

«(…) Si appurò solo che la coppia veniva da Edimburgo, ma non… Mia cara, non vedi che il piatto per le ossa di Mr. Elderson contiene acqua?»
Avevo messo le ossa di pollo nella vaschetta lavadita.
«In una piccola tazza trovai la fotografia di MacGregor, ma questo non portò alla sua cattura.»
«Posso vederla?» chiesi.
La fotografia mostrava un uomo scuro, con un viso cattivo, reso più torvo da una lunga cicatrice che dalla tempia sinistra si estendeva diagonalmente fin dentro i neri baffi.
«A proposito, Mr. Elderson», disse il mio cortese ospite, «posso sapere perché mi avete chiesto del Burrone di Macarger
«Una volta ho perso un mulo là vicino», risposi, «e il fatto mi ha… mi ha molto… contrariato.»
«Mia cara», disse Mr. Morgan, con l’intonazione meccanica di un interprete che sta traducendo, «la perdita del mulo ha fatto mettere a Mr. Elderson il pepe nel caffè.»

© Giovanna Amato