I me medesimi. N. 7 Ernesto

Parigi 2015 - foto gm

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I me medesimi. N. 7 Ernesto

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Ernesto torna a casa a piedi e il vento gli scompiglia la cravatta. Ernesto cammina e il vento gli si oppone con una certa forza. C’è il sole e la polvere va negli occhi, Ernesto li strizza.

Ernesto è uscito presto dal lavoro. Dalla finestra si vedeva il cielo blu e il sole, attraverso le finestre, riempiva di luce tutto l’ufficio. Che bello, aveva pensato Ernesto, tornerò a casa a piedi. Poi si era un po’ pentito di quella decisione, c’era davvero troppo vento. Ma come si fa ad andare in metropolitana con questo sole? Si ripeteva Ernesto.

Adesso però è arrivato alla stazione e casa sua è proprio dall’altro lato. Alla stazione ci si può passare in mezzo, tra l’altro. La stazione è grande ed Ernesto la conosce abbastanza bene. Ci sono le scale mobili e tutti quei cunicoli al pian terreno. Stanno facendo dei lavori e i corridoi sono ristretti dagli steccati di legno. Ernesto,  sospinto dal vento, si avvia verso la stazione.

Riparati dietro un’edicola ci sono due uomini, a Ernesto sembrano nordafricani. Quelli lo guardano mentre passa, anche lui si accorge di loro ma il vento lo sospinge avanti. Quasi calpesta una donna con la faccia paonazza distesa sull’erba di un’aiuola. Vecchia ubriacona, pensa Ernesto, ma la donna non è tanto vecchia. Ernesto la evita con un saltino e il suo impermeabile beige sembra una vela al vento. È quasi arrivato all’ingresso laterale della stazione e sente tutti i capelli sulla propria testa che si appiattiscono ora di qua ora di là.

Ai lati dell’ingresso della stazione, appoggiati al muro, ci sono quattro o cinque ragazzi. Sono altissimi, neri, sembrano alberi. Magari il più giovane ha quarant’anni, pensa Ernesto, sembrano sempre dei ragazzi. Questi non lo guardano, restano appoggiati al muro, incuranti del vento, con gli occhi chiusi e la faccia protesa al sole.

Un gruppo di uomini bianchi esce dalla stazione e subito è tutto un grande alzarsi di baveri e imprecazioni contro il vento. Gli uomini sono tutti tarchiati, hanno mascelle squardrate, piccoli occhi malinconici e nasi a punta. Ernesto non capisce la lingua che parlano. Appena il gruppo è uscito, Ernesto si tuffa dentro la stazione.

Ernesto si sfrega gli occhi, rimette a posto la cravatta, sputa in un fazzoletto un po’ di polvere. Sente il rumore del vento fuori e gli annunci dei treni dentro. Decide di non salire al primo piano ma di fare il percorso fra i lavori, che è come un lungo corridoio tortuoso fra due pareti di legno. Le assi usate per lo steccato sono state dipinte di blu. Ernesto prosegue la sua strada verso casa.

Il corridoio parte dritto poi fa diversi angoli, ogni tanto c’è un apertura per le scale che portano ai treni al primo piano. Ernesto cammina, valigetta in mano, riposando gli occhi nella penombra del corridoio. All’improvviso un lampo compare davanti ai suoi occhi e una voce un po’ profonda gli dice: dacci tutto. Appena il lampo si abbassa, Ernesto vede due uomini che non saprebbe dire di dove sono, però gli stanno vicini e uno ha in mano un coltellino. Sarà spuntato, pensa Ernesto ma ha paura e, all’uomo più vicino, tira un pugno.

Ernesto non ci ha pensato, il braccio è partito da solo: si è piegato e poi steso, mentre la mano si stringeva forte. Dopo, Ernesto non saprebbe dire se il pugno è arrivato. Forse sì, visto che gli è sembrato di sentire qualcosa contro le nocche, ma qualcosa di appena sfiorato non di duro come si sarebbe aspettato. Ernesto non lo sa, mentre il pugno è partito lui ha chiuso gli occhi.

Quando gli occhi li riapre, c’è un altro pugno già vicino al suo viso e questo colpisce sicuro. Allora Ernesto chiude di nuovo gli occhi, dal dolore, ma non cade. Un’altra gragnuola segue il primo pugno. Come una pioggerellina fatta di nocche che pesta la faccia di Ernesto, come il vento poco prima pestava l’impermeabile. Ernesto non trova più la terra sotto i piedi, gli sembra quasi di volare, poi lungo tutto il fianco qualcosa di duro lo schiaccia. Anche con la faccia lo sente e dall’odore capisce che si tratta del marciapiedi. Poi mani lo frugano e gli portano via la valigetta.

Ernesto resta a terra, non sa ancora se aprire gli occhi. Ha paura che se li apre il dolore che sente aumenterà. Si spinge con i piedi contro il muro di legno e un poco si rannicchia tenendosi la faccia con le mani. Cerca di tirare sotto di sé il suo impermeabile.

Passa di lì un signore, gli butta venti centesimi.

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© Paolo Triulzi

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