Nota a “I miei portacenere” con un’intervista a Florence Delay

Florence Delay, fotografia di Laura Guerrero

Florence Delay, fotografia di Laura Guerrero

Non si tratta del catalogo di una collezione, mette immediatamente in chiaro la scrittrice e membro dell’Académie française Florence Delay; né, mi viene da aggiungere dopo qualche lettura, di un’autobiografia per portaceneri. Sembrerebbe più un trattatello senza scopi didattici e con la sola intenzione di dare al portacenere quello che è del portacenere, che è molto più di quanto gli sia stato dato finora.
Certo, il titolo è Mes cendriers e i portaceneri, con il loro carico di cicche e di ricordi, appartengono alla vita e alla libera associazione aneddotica di Florence Delay:

Chiamo miei quelli che onoro con assiduità, quelli le cui vecchie ceneri hanno alimentato la mia fornace, bucato i miei vestiti e la mia memoria. Quelli che popolano le solitudini della mia scrivania, delle mie scrivanie, della mia camera, delle mie camere, quelli intimi, originari francesi, o naturalizzati dopo un soggiorno di qualche settimana a portata di mano. Le formalità da parte mia sono più rapide che nei ministeri. Amo ricompensare la fedeltà di servizio, ma attenzione, magnanimità non vuol dire costanza. Resto libera di bandire quelli che mi vengono improvvisamente a noia. Che magari mi evocano un tempo migliore, o che sono invecchiati male. In particolare, sospetto quelli sbreccati di portare iella.

Eppure, in questo gioco di forze apparentemente tutto sbilanciato dalla parte dell’autrice, ecco che il portacenere e la sua ragion d’essere, la sigaretta, mostrano un’aderenza tutta esatta che ci fa pensare:

Non si può rinunciare a produrre ceneri a comando, né dimenticare per decreto dove si viene e dove si è diretti. Accendo una sigaretta per assaporare la mia condizione passeggera, in cammino verso il cielo, di cui mi sembra di ingoiare una scodellata.

I miei portacenere (Nottetempo 2015, trad. Laura Barile) è quindi un’autobiografia i(n)spirata per barlumi, un memoriale di immagini che parte da un presupposto di vicinanza tra un oggetto voluto a reggere le ceneri e creature che, una volta accese, saranno ceneri anche loro.
Se penso al fumo, il pensiero corre al reticolo dei miei compari peccatori: l’amica che ride di allegria per la velocità con cui le rollo il tabacco, quello che cerca di offrirmi pesantissime sigarette per una pausa al grido di “Time!”, i miei scritti, che hanno fumato più sigarette di me e anche loro sono bestiole che vanno al mondo. Penso al fumo in rapporto agli altri, né ho mai portato avanti una relazione duratura con qualcuno che non fumasse almeno in mia presenza. Ne I miei portacenere c’è la meditazione calma di un rapporto intimo, invece. Una riflessione che non è mai filosoferia, ma capacità di arrivare al nocciolo di una questione privata e scoprirla universale:

Il mio tesoro invisibile non ha altra banca che il mio corpo. La sua cassaforte è la mia cassa toracica. Quando fumo in compagnia della mia diletta morte, io costituisco il campione più raro, di maggior pregio, il più quotato della mia collezione. Un esemplare unico, perché contenente e contenuto si fondono in me mirabilmente.

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I suoi portacenere non sono oggetti di memorie, né pretesti narrativi, e meno che mai formano una collezione: sono specchi. È lei ad aver detto: “io stessa sono una sigaretta”.

Mi sembra che determinati oggetti, come alcuni vestiti o tessuti, risveglino dei ricordi. Ma mi premeva meno evocare ricordi che riflettere, e mi occorreva un pretesto, perché riflettere tout-court mi annoia. Riflettere della rapidità delle nostre vite, compararle, in maniera provocatrice e sincera, alla vita di una sigaretta. E quando ho compreso che i miei portacenere erano anche dei piccoli sepolcri, ho compreso che avevo il mio “soggetto”.

Come copertina dell’edizione italiana di Mes cendriers c’è la fotografia di un preciso portacenere; se lei sente “il rimprovero dei portacenere di cui non ho parlato”, quanto è stato difficile scegliere?

Il portacenere scelto da nottetempo per la copertina non è mio. È stato trovato dalla mia editrice, Ginevra Bompiani, ed è assurdo, il che mi si accorda bene. Rappresenta un grosso pesce (il mio segno astrologico) dalla bocca spalancata, e ci si chiede davvero dove possa andare il fumo se non nei miei polmoni.

La sua scrittura ha frasi cesellate, morbide, eleganti, dove ogni parola contiene il massimo grado di significato possibile. Per costruire una tale precisione non ama scrivere al computer, mi sbaglio?

Ho provato spesso a scrivere direttamente al computer, ma la cosa non va. Un peccato. Ho bisogno di una pagina di carta, della mia “Pilot” – il nome della penna che pilota le mie pagine – o di una matita, la meravigliosa matita che scrive “le ombre delle parole”, come diceva Ramón Gómez de la Serna, un genio sottovalutato. La matita la cui migliore amica è la gomma.

Riesce a pensare a un altro oggetto con cui organizzare un libro simile?

I fiori, i bouquet di fiori. Si può fare lo stesso bouquet per tutta la vita, eternamente secondo la stagione. Che conforto. L’opposto dei portacenere.

© Giovanna Amato (grazie ad Andrea Accardi per la revisione linguistica)