Musica “messa a fuoco”: un’intervista a Paolo Brusò

Focus on the Breath

Focus on the Breath

Oggi ospitiamo su Poetarum Silva Paolo Brusò, chitarra, voce, compositore; artista che affronta con grande elasticità e intelligenza tre progetti musicali molto diversi fra loro di cui andiamo a parlare: Margareth, Schrödinger’s Cat e Focus on the Breath.
Com’è già avvenuto qualche tempo fa, facendo 4 chiacchiere con Thomas Zane dei Kleinkief e con Marco Iacampo (a cura di Marco Annicchiarico), speriamo di incuriosire i lettori nello scoprire musicisti che ci piacciono. Facciamo parlare loro e la loro musica.
In un momento di sfrenato revival alla Jack Frusciante è uscito dal gruppo voglio ricordare il primo concerto dei Margareth cui ho assistito: credo fosse il 2007 e, uno dei miei miglior amici (amico a sua volta di Paul e compagni) mi trascinò al pub poco distante da casa. Guadagnai qualche birra e i loro primi EP. Quella musica, prima, dal vivo, mi aveva trascinata fuori da me e poi di nuovo in me, come accade (quasi soltanto) a vent’anni. Mi folgorò. Mi ricordò del mio amore per John Lennon, e quello che stavo ascoltando era una forma d’amore e rispetto simile a quella da lui professata nei confronti della musica. Una consapevolezza genuina del passato, con un orecchio rivolto al futuro. Non mi è sembrato, quella sera, di essere in una città di provincia in Italia, ma in altro luogo, in cui quei testi (in inglese) trovavano una sede diversa, non più consona, semplicemente diversa, e vera. Sette anni e sette o più vite dopo, eccoci di nuovo qui. Ringrazio Paul per aver accettato di rispondere alle mie domande e curiosità: ho grande stima del suo talento e della grande umiltà artistica con cui porta avanti il percorso che sta facendo. In coda all’intervista, qualche video. Buona lettura e buon ascolto!

© Alessandra Trevisan

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1) Iniziamo dal progetto collettivo più longevo, la band Margareth [con Alessandro Benvegnù, Alessandro Fabbro e Niccolò Romanin]. Si leggono molte recensioni sul web o altrove che parlano, negli anni, della vostra evoluzione dal folk-rock e rock di ispirazione beatlesiana al rock più elettronico dei Radiohead (riduco a due termini solo per orientare la lettura), ma vorrei chiedere a te, ora che son passati due anni dall’uscita dell’ultimo disco Fractals (Macaco Records, 2012), raccontaci quale pensi sia stata la vostra storia e quale direzione sta prendendo ultimamente il gruppo, musicale-stilistica-utopica che sia, vista anche l’uscita dell’EP Flowers nel 2013. Musicalmente è più sofisticato di Fractals, a mio avviso, è qualche passo in salita, stratificato per l’utilizzo maggiore di strumenti acustici, per l’utilizzo più ampio dell’elettronica e per il polistrumentismo che mettete in atto nel ‘live’.

Ciao Alessandra e ciao a tutti i lettori. È la prima intervista ‘individuale’ della mia vita, wow! Grazie per avermi contattato, e per aver condiviso i tuoi pensieri su quel tuo primo concerto dei (giovani) Margareth. All’epoca eravamo un’altra band: suonavamo canzoni in punta di dita, frutto di momenti emotivamente delicati; puntavamo a rilassare l’ascoltatore, a farlo sedere assieme a noi. Venivamo da esperienze diverse, e da buoni ventitreenni avevamo già avuto i nostri gruppi rock, punk, reggae, ska, hardcore. Avevamo appena scoperto che si poteva suonare anche senza fare ‘casino’, e ci piaceva. Era bello, era come innamorarsi. Poi il tempo scorre, si ascolta sempre più musica, e parte di questa diventa te, il tuo modo di pensare, di esprimerti. Crescendo, abbiamo voluto inglobare sempre più elementi e giocare con le forme e le strutture, per divertirci, per non ripeterci, per essere il più possibile noi stessi. È stato naturale. White Lines, Fractals e l’EP Flowers raccontano di questa crescita, del nostro modo di amare la musica, di tributarle il rispetto che merita. Oggi la direzione che sta prendendo la band è orientata verso una scrittura maggiormente partecipativa, assieme a una riflessione sull’interazione tra scrivere musica e farla scrivere dalle macchine, dai sintetizzatori, dai sequencers, strumenti che stiamo imparando a usare e a conoscere più da vicino. Per quanto a volte sia difficile, per quanto possa portare spesso a periodi più astratti che concreti, la nostra costante voglia di cambiare è una fase che spero non finirà mai.

2) Di recente siete partiti per una nuova avventura: una presentazione-reading-musicale che accompagna il romanzo Einaudi Cartongesso di Francesco Maino (di cui potete leggere una recensione di Gianni Montieri, qui). Autori che si incontrano, lui e voi. Com’è nata questa collaborazione? Cos’ha comportato come lavoro di “messa in scena” da parte vostra? Come si armonizzano questi due “momenti”?

Conoscere Francesco è stata per noi una grande fortuna, specialmente considerando come siamo entrati in contatto: lui cercava un suono per il suo libro, senza riuscire a trovarlo. Fino al giorno in cui, in un negozio di dischi (uno dei credo 2 negozi sul pianeta Terra che hanno i nostri dischi), si è ritrovato ad ascoltare Flowers e ha capito che era quello il suono che cercava. Ci siamo incontrati e ci ha lasciato il suo libro. Mi ricordo bene che ero in aereo quando ho iniziato a leggere Cartongesso, mentre fuori dall’oblò la campagna veneta si allontanava sempre più. È stata per me un’esperienza devastante. Il libro di Francesco ci ha stesi, è talmente ‘intimo’ che sulle prime eravamo quasi preoccupati per lui. Abbiamo scoperto affinità profonde con lui, è diventato un nostro punto di riferimento, qualcuno con cui parlare a cuore aperto, un amico. Siamo stati entusiasti della sua proposta, del reading, con le sue parole e la nostra musica. L’armonizzazione di questi due elementi è avvenuta attraverso l’esperienza della condivisione: abbiamo fatto entrare Francesco nella band, non era mai successo con nessun’altro. Facciamo le prove assieme, condividiamo i momenti “on the road” e ovviamente i pre e post-spettacolo. Tutto è venuto da sé, l’obiettivo di tutti è far percepire agli spettatori che in realtà non esiste “lo scrittore con la band”, in realtà siamo una cosa sola.

Margareth

Margareth

3) Son sempre stata molto affascinata dai tuoi testi: banalmente li trovo un perfetto mix di narrazione per immagini, suggellati dalla tua voce che apre mondi e conduce altrove, fuori dal significato. Anche se per me, quest’ultimo, è sempre importante; è la (mia) necessità di capire. Dico banalmente, perché è quasi tutto ciò che io cerco da ascoltatrice: l’intenzione di una voce che dice, subito, in modo “esatto”.
Voglio chiederti come nascono le canzoni, cosa le ispirano. Parlaci delle tue fonti, musicali e anche letterarie. Negli anni il tuo modo di scrivere è cambiato e come? E, in ultima sede, una questione che mutuo dallo scrittore Claudio Morandini: cosa pensi la parola debba invidiare alla musica e viceversa?

Ho sempre avuto la sensazione che le canzoni siano lì, in attesa di essere scoperte. Le ‘mie’ canzoni esistono già, nascono in modi e istanti diversi, e si manifestano in un momento nel tempo. Tutto è frutto di quel momento. Sono brandelli di lucidità che voglio ricordare, fantasie, deliri. Possono essere ispirate davvero da ogni cosa, e sono convinto che in genere vengo influenzato spesso a livello inconscio. Adoro scrivere dei miei sogni, faccio spesso sogni pazzeschi. Mi diverte molto poi scherzare con la percezione dell’essere “persone serie” che ho, che abbiamo. Mi piace giocare con l’aura di solennità delle canzoni. Mi piace giocare.
Le fonti di ispirazione più strettamente musicali sono moltissime, di sicuro tra le più conosciute e ‘assimilabili’ a quello che scrivo ci sono Beatles e Radiohead (che hai già citato), ma in realtà sono centinaia e centinaia, ho passato metà della mia vita ad ascoltare più musica possibile, e tutto quello che ascolto mi plasma, mi ‘serve’ per scrivere. Tutto. Al punto che una lista di nomi non darebbe alcuna indicazione, probabilmente confonderebbe e basta.
Mi piace leggere ma sono un non-accanito lettore, anche se un pezzo di Flowers si intitola Asimov… Quando leggo mi piace ascoltare musica, mi piace accostare le due cose.
La mia scrittura è cambiata molto da quando avevo 16-17 anni; da allora e fino a qualche anno fa scrivevo pezzi già ‘finiti’, che poi venivano arrangiati in sala prove con la band. Oggi sono maggiormente attratto dallo scrivere sopra parti create in assenza di voce: frammenti melodici improvvisati, oppure intrecci strumentali calcolati al millimetro, o anche randomizzati da un computer. Oggi scrivo meno canzoni di una volta.
La musica e la parola non hanno per me nulla da invidiarsi a vicenda. Arrivano entrambe dove devono arrivare, basta voler farle entrare.

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Schrödinger’s Cat live in Berlin, AUT FEST

4) Tra i tuoi progetti anche il trio Schrödinger’s Cat in cui si coniugano (cito) impro/post-rock/freejazz/illbient/drones; con te, Niccolò Romanin alla batteria (già Margareth) e Riccardo Marogna al clarinetto basso, sax tenore, sintetizzatore, Max/MSP Programming. Il vostro disco è uscito pochi mesi fa per l’etichetta Aut Records con sede a Berlino; a settembre avete anche preso parte all’AUT FEST 2014 nella stessa città. Io l’ho trovato, sin da primo ascolto, comunicativo e alchemico: una riuscita sintesi dei vostri approcci ai rispettivi strumenti che ho scoperto prima in altri contesti (più jazzistici per Romanin e Marogna, ad esempio). Qui, insieme, sembrate dire qualcos’altro, parlare un nuovo linguaggio, nuovo (forse potrei dire ‘rinnovato’) perché inedito, perché vostro. Le recensioni uscite (ad esempio, una di Claudio Morandini, qui) parlano di “soundtrack”. Tu non utilizzi la voce, ma la chitarra e gli effetti.
Ci parli del tuo ruolo, del tuo apporto alla formazione? Mi interessa anche sapere come lavorate dal vivo, dato che il disco è nato da un’improvvisazione in studio (se non erro).

Schrödinger’s Cat per me si sta rivelando un progetto fondamentale (oltre che molto divertente). Niccolò e Riccardo mi stanno aiutando ad abbattere tutti i pregiudizi che avevo e che ancora ho sulla musica ‘colta’ e sull’improvvisazione. Percepivo questo mondo come una cosa esclusivamente per gente preparata, che ha studiato scale e armonia e che si può ‘permettere’ di improvvisare, mentre io non so leggere nemmeno il pentagramma. Ovviamente mi sbagliavo.
Il mio ruolo in questo trio? Suonare quello che mi passa per la testa e giocare con gli altri musicisti. Pianifichiamo delle ‘atmosfere’ da raggiungere, e in linea di massima siamo parecchio dilatati con tempi e suoni, perché un po’ ci piace essere cinematici, “soundtrack” lo trovo azzeccato. Può succedere che ci siano dei momenti di ‘ritrovo’ all’interno dell’esibizione dal vivo, dei punti di riferimento, ma non ci sono regole particolari. Panta rei.

5) Focus on the Breath è invece il tuo lato solista, in cui confluiscono vari mondi musicali che appartengono, se non sbaglio, anche ai tuoi ascolti prediletti: dall’elettronica all’ambient, ai field recordings che utilizzi nel disco, uscito per l’etichetta lituana Cold Tear Records. Il concept è il rapporto uomo-ambiente, che echeggia già prima di definire il “come” viene sviluppato.
Tu scrivi canzoni dal 2001 ma questo è il primo progetto in solo pubblicato. Anche qui, niente voce. Quand’è iniziata questa nuova storia e attraverso la scoperta di quali artisti? Come hai dato forma all’idea e che direzione sta prendendo attualmente?

Il progetto Focus on the Breath nasce nella mia testa circa 2 anni fa, dopo una vacanza in Canada e dopo l’inizio della mia vita a casa da solo. In questo periodo, parlando poco e avendo molto tempo per riflettere, ho migliorato le mie capacità di osservatore e ascoltatore di ciò che mi circonda, e ciò si è inesorabilmente tradotto in suono. Grazie al grande Mattia Gastaldi (già producer con Margareth) abbiamo registrato in un pomeriggio di live session the Garden, e ho avuto la fortuna di trovare Cold Tear Records disponibile a farlo uscire. Conoscevo già Cold Tear e alcuni suoi artisti, è un’etichetta che fa ottima musica, e per me è un onore farne parte. Amo moltissimi artisti nel suo roster: Giriu Dvasios, Vejopatis, Vytis, Optical Frameworks, F.l.o., e altri. Cold Tear è uno dei responsabili del mio avvicinamento a questo lato meditativo e morbido della musica elettronica. Poi ci sono altre label che adoro, come Silent Season, Dewtone, Deepindub, Echospace, Drift Deeper, BineMusic, e ci sono grandissimi artisti come Rod Modell, Purl, Segue, e i sempreverdi Basic Channel, Pole, Deadbeat, e molti altri. C’è un universo di suoni magnifici che è tuttora emozionante scoprire.
Focus on the Breath è un progetto che si sta evolvendo. Per ora è poco dal vivo e molto da studio. Il prossimo disco lo sto producendo in maniera opposta rispetto a the Garden, curando i dettagli, prendendomi tutto il tempo, mettendo dentro più elementi. Lo sto facendo a casa, per la prima volta in vita mia. Spero venga pubblicato ancora da Cold Tear, ma è presto per dirlo. Per ora sono contento di come sta venendo.

6) È quasi Natale. Vuoi consigliare ai nostri lettori 3 libri e 3 dischi che regaleresti, vecchi o nuovi che siano, che fanno parte del tuo bagaglio e che secondo te sono imprescindibili?

Domande difficili come questa richiedono risposte secche in stile spaghetti western. Non ce la farò mai. Per il bene di tutti, prendo per oro colato la tua indicazione “è quasi Natale”, perché ho imparato che un disco è sempre un oggetto che si relaziona con il mondo circostante, e quindi tengo in mente il freddo, i regali, il clima di festa, le cene con i parenti, le luci. Ahem, dicevamo:

  • Atlantic R&B 1947-1974. Un box da 8 cd, il meglio dei singoli Atlantic. Ok, un po’ ho barato, ma non credo ci siano obiezioni in merito. Io l’avrei mandato nello spazio assieme al Golden Record della sonda Voyager lanciata nel ‘77. Descrive chi siamo e da dove veniamo altrettanto bene. Più superficialmente poi, clima natalizio e R&B vanno bene a braccetto; e il box è un’idea regalo mica male.
  • Tim Hecker, Virgins. L’ultimo lavoro di uno dei miei artisti preferiti, la sua musica in questa stagione secondo me rende molto in auto, magari al mattino dopo averla sbrinata, oppure di notte con la nebbia. Momenti qualsiasi che potrebbero diventare indimenticabili.
  • Mikola Hobdych & Kiev Chamber Chior, Silvestrov: Sacred Works. Natale, musica sacra. Taaac. Un ottimo pretesto per lasciare impolverato almeno per quest’anno il disco gospel che mettete su di solito quando arrivano amici e/o parenti a casa. Stupiteli con qualcosa di diverso. No, non sto pensando a Bublé. Dai che per un anno ce la potete fare a rinunciare a All I want for Christmas is you.

Libri, qui sarò più veloce. Direi:

  • Francesco Maino, Cartongesso. Perché è stata la mia ultima folgorazione letteraria e per tutto quanto ho scritto sopra.
  • Isaac Asimov, Il Ciclo delle Fondazioni. Perché l’infinito non è mai stato così vicino a me come quando ho avuto questo libro sotto il naso.
  • Nick Hornby, Alta Fedeltà. Evidentemente, alcuni libri parlano di te.

paul picPaolo nasce il 23 aprile 1984. Inizia a suonando pianoforte alle medie, poi chitarra alle superiori. Nel 2002 la prima band e il primo concerto. Nel 2006 inizia l’avventura con il progetto Margareth, nel quale canta, suona la chitarra e scrive canzoni; con Margareth pubblica 3 dischi ufficiali che escono per l’etichetta mestrina Macaco Records: White Lines (2010), Fractals (2012) e Flowers (2013). Dal 2012 suona la chitarra nel trio di improvvisazione Schrödinger’s Cat, che con il loro primo disco omonimo debuttano nel 2014 per la italo-tedesca Aut Records nel 2014. Sempre nel 2014, esce il suo primo disco come Focus on the Breath, the Garden, per l’etichetta lituana di musica elettronica Cold Tear Records. Oltre a questi progetti, è compositore freelance per video a scopi divulgativi e commerciali (http://musicforyourideas.wordpress.com/).

Potete ascoltare i Margareth ai link e qui https://www.youtube.com/watch?v=LlFDln5KxYk

e Focus on the Breath al link o qui: https://www.youtube.com/watch?v=ZpOhEjYG5G8