Francesco Maino – Cartongesso

cartongesso

Francesco Maino – Cartongesso – Einaudi, 2014 – € 19,50 – ebook € 9,99

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Il Veneto è tutto uguale, orizzontalmente, verticalmente, bonaccia, aviosuperficie dismessa, asfissia, campi tritati, mais, soia, noia, fine pena mai, una meravigliosa cella quattro per quattro (4 x 4) i cui internati, quattro (4) milioni di ex contadini gonfiati dall’insaccato, ulcerizzati dal cabernet, equivalgono a quattro (4) milioni di corpi ammassati, all’ergastolo, che non mi fanno più paura. È finito il Veneto.

Ho scelto di porre in testa alla recensione questo passaggio perché lo considero il codice d’accesso al romanzo di Francesco Maino. Entriamo, allora. Il Veneto, dunque, e in maniera più specifica una parte del Veneto, la zona tra Venezia e Treviso, il Piave, Mestre, Fossalta. Il Veneto che sa di muffa e di terra bruciata, delle villette a schiera e delle villone, del trucco marcato, del razzismo, del tutto ridotto a niente. Un niente che suona gretto, che sa di ignoranza, che puzza come un Raboso andato a male. Un niente allungato in birre annacquate. Il regno dello spritz e del cartongesso.
Il protagonista e voce narrante di Cartongesso (vincitore del Premio Calvino) è un avvocato, Michele Tessari, avvocato delle piccole cause a perdere, che si muove tra Insaponata, il paese in cui vive, e Venezia. Fa la spola sui regionali stracarichi oppure sulla Clio del padre, perché, come vedremo, anche comprare una macchina è una scelta, vuol dire prendere un’iniziativa, ma Tessari non sceglie. Tessari aggancia la propria vita a una serie di non scelte, di cose lasciate accadere. Osserva il piccolo mondo che lo circonda fatto di ubriaconi, campagnoli, immigrati (i suoi unici clienti) e avvocati miliardari; questi ultimi impegnati ad accumulare denaro in ogni maniera possibile, fregandosene della giustizia e dei clienti. Il nostro protagonista racconta questo mondo con profonda capacità di analisi, ma questa lucidità non gli consente di staccarsi da tutto ciò che non sopporta, e da ciò che ama, come i propri genitori, o da quello che – forse – gli manca, un fratello di cui non si sa nulla. Siamo a conoscenza del fatto che prima c’era e che adesso non c’è. Michele è parte di ciò che non sopporta perché non si sopporta. Ha passato la vita, circa quarant’anni, ad accumulare ritardi e inadeguatezze, e adesso vive in apnea in un mare di Cabernet, così come il resto di questa terra veneta. Michele Tessari è solo. Ma chi è il colpevole? È il Veneto che incatena e imbruttisce la sua gente? O è la gente che, preda delle paure e dell’ignoranza, ha reso arida una terra tanto bella e ricca di storia? Michele pare porsi questa domanda tutti i giorni, si chiede: Sono vittima o colpevole?


Tutto accade in Cartongesso grazie alla prosa splendida di Francesco Maino. La sua scrittura si regge su un grande talento, un bel ritmo e su una maniera diversa di usare la lingua. Mentre leggevo mi è tornato più volte in mente il formidabile Cattiverìa di Rosario Palazzolo (Perdisa Pop, 2013). Una storia siciliana quella, una storia veneta questa. Entrambe narrazioni in cui la lingua travolge: risucchia in un vortice nel caso di Palazzolo, prende a schiaffi nel caso si Maino. Narrazioni che scuotono, sparigliano, cambiano le regole del gioco. Cartongesso è una corsa a perdifiato che non puoi interrompere. Avresti voglia di buttare giù quelle pareti, di disattivare i sistemi d’allarme o di prendere Tessari per la cravatta e poi di abbracciarlo. Noi cosa saremmo (siamo) in grado di fare al suo posto? Sapremmo (sappiamo) uscire dalla palude o continueremmo (continueremo) a sprofondare? Chi si salverà?
Michele Tessari è uno dei personaggi più soli e significativi che io abbia mai incrociato, ed è anche il personaggio perfetto. Cartongesso è un libro bellissimo, una storia che non fatico a immaginare sul palco di un teatro, maneggiata da un  Marco Paolini o da qualcuno altrettanto bravo. Buona lettura, davvero.

Mi vengono in mente il porto di Monfalcone, la Fincantieri di Marghera, i mulinelli della foce della Piave a Cortellazzo, il ponte a bilancia di Caposile, il ponte di barche di Fossalta, il cippo di Hemingway nel luogo del ferimento, otto (8) di luglio 1918, il sentiero delle mie corse solitarie verso la zattera dei canottieri, a valle, il vecchio inceneritore, oggi adibito a deposito di cassonetti comunali per la differenziata e il ponte della ferrovia, e contemporaneamente i chioschi di Barcola, Sistiana, quello specchio adriatico che si vede a intermittenza dal finestrino dell’interregionale per Trieste, dopo Monfalcone, le telecronache di Sergio Tavčar, da Tele Capodistria, anni ottanta, nella mia televisionetta in bianchenero, quando all’epoca della mia militanza per la Pallacanestro Insaponata spopolava il crossover, il cambio mano, con palleggio in mezzo alle gambe, a velocità della luce, dell’immarcabile diavolo di Sebenico, Dražen Petrovič, che a soli vent’anni (20) era già mito in Jugoslavia e spaccava tutte le difese europee col Cibona di Zagabria; mi viene in mente l’Adriatico davanti a Pirano-Piran con incorporati i nostri incredibili addii al celibato, e i nostri incredibili addii al celibato senza festeggiato, all’Hotel Alibi, dove quando apri la finestra la finestra ti rimane in mano e quando vai al cesso il cesso ti crolla sotto il culo, se giri la manopola del rubinetto esce il fango, le scale son bislacche, le porte non si chiudono e se un bubbone appiccasse  un incendio arrostiremmo come il porcellino sloveno sul girarrosto; […]

 

© Gianni Montieri

14 commenti su “Francesco Maino – Cartongesso

  1. Deve essere davvero un bel romanzo. Il senso reale di una regione apparentemente gelida e disperante, ma pure gentile e sorniona. Impeccabile, la recensione di Gianni.

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    • grazie ale, il libro è tosto ma ci prende. Il Veneto è, poi, una grande metafora

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  2. Una recensione bella ed efficace, un invito a leggere un libro senz’altro duro e veritiero. Incantata, per ragioni affettive, dal passaggio sulla pallacanestro e sul suo Mozart Dražen Petrovič.

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  3. da buon veneto, anzi veneziano, devo dire che riconosco i segni di una terra snaturata e sradicata dalla sua vocazione tradizionale (come direbbe Zanzotto).
    da studioso di Tommaseo avrei qualcosa da ridire sulla “diavolo” di Sebenico (e questa volta pure Manzoni mi darebbe ragione) :p

    bella recensione, Gianni. e, io che son restio a leggere i romanzi, credo che questo presto arriverà a casa

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    • Grazie Fabio, credo proprio che ti piacerà. Zanzotto è, a un certo punto, malinconicamente citato nel romanzo

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  4. Pingback: Francesco Maino – Cartongesso | gianni montieri

  5. L’ha ribloggato su beabea414e ha commentato:
    Michele Tessari è uno dei personaggi più soli e significativi che io abbia mai incrociato, ed è anche il personaggio perfetto. Cartongesso è un libro bellissimo, una storia che non fatico a immaginare sul palco di un teatro, maneggiata da un Marco Paolini o da qualcuno altrettanto bravo. Buona lettura, davvero.

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  6. ora che lo sto leggendo mi ronza in testa questo nome: Thomas Bernhard

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