Mai più senza # 9 – Solaris

S. Lem, Solaris, a cura di F. M. Cataluccio, traduzione di V. Verdiani, I ed. it. integrale Sellerio 2013.

S. Lem, Solaris, a cura di F. M. Cataluccio, traduzione di V. Verdiani, I ed. it. integrale Sellerio 2013.

Ho letto Solaris in due giorni.
Il primo giorno era sera, ero nel letto, in dormiveglia, la bellezza della scrittura mi teneva sveglia ma il corpo era distrutto, ho dovuto staccare per il troppo sonno verso un terzo del libro. Quella notte ho sognato di urlare senza suoni, di correre in cucina camminando su un paio di gambe oblique.
Il secondo giorno era mattina. Ho ricominciato da capo, sul divano. Il sogno era più vicino alla natura del libro di quanto lo fosse il ricordo della lettura (un libro sugli strati più profondi della mente non può che agire così), ma nonostante il terrore ero calma, quasi beata da tutta quella incomprensibile bellezza. Come Chris Kelvin. Il libro è percorso da un aggettivo: “calmo”. Non ho letto la sconfinata bibliografia su Solaris, non voglio farlo prima di stendere questa nota, ma sono certa che qualcuno l’avrà notato. Ovunque si dice, accanto alle cose tremende che accadono sulla stazione orbitante attorno al pianeta Solaris, che qualcuno è calmo.

Chris Kelvin, lo dico a titolo di riepilogo, approda nella stazione spaziale che gira attorno al pianeta Solaris, un pianeta orbitante attorno a un sole rosso e un sole blu, che collasserebbe se seguisse le leggi della fisica, se ad esse non opponesse una sorta di sua misteriosa volontà. Kelvin è uno psicologo, e sa il cielo (appunto?) se ce n’è bisogno in una stazione dove appaiono, nell’ordine, un paranoico, un cadavere, il fantasma di una donna nera e uno scienziato blindato in una stanza intento a tenere zitta una misteriosa creatura rumorosa. Magnifica la resa immediata di Kelvin, come distesa dal primo all’ultimo dei momenti passati sulla stazione, come se attorno a Solaris non possa abitare che una rassegnazione dolcissima, e al massimo, nella protesta, una forma di titanismo soffuso, ridicolo alla persona stessa che per un attimo se ne veste. In questo libro in cui il lancio nello spazio non è che pretesto per lo sprofondare sempre più preciso nella mente umana, in questo Moby Dick del cervello, dei suoi parti, dei suoi limiti e della sua disperazione (dottor Lem, le ho appena fatto un complimento incredibile) le scelte linguistiche sono la chiave sul pentagramma: mentre la stazione si popola dei fantasmi che Solaris scatena contro chi glieli ha ispirati (ma Solaris ha la concezione del dolore? Solaris vuole forse che questi umani soffrano?), gli uomini vittime di quei succubi sono a braccia basse, osservano i loro spazi saturarsi dei colori che l’alba rossa e l’alba blu alternativamente mandano sugli oggetti, e studiano.

Lem ha supposto la presenza di una disciplina, la Solaristica, che per decenni ha visto contrapposti scienziati di varie branche nel tentativo di venire a capo del mistero di Solaris, pianeta probabilmente pensante e dotato in qualche modo di una volontà, con o senza un fine, per affrontare il quale sarebbe necessario quindi il tanto auspicato ritorno all’unità dei saperi. Matematici puri, scienziati, filosofi, mistici possono alzare il petto di fronte all’affare Solaris e dire la loro, e le baruffe, documentate nel libro attraverso gli enormi tomi che Kelvin consulta, sono le vere perle di un libro che, come delle Lettere persiane ora cosmiche ora neuronali, ad ogni pagina ci ricorda quanto la nostra mente sia la peggiore pietra di paragone di se stessa. Ogni conoscenza su Solaris si arena, viene detto spesso, perché ogni nostro sforzo è antropomorfo, e non può che essere tale.
Eppure ci si spinge, con questa scrittura, verso confini quasi inimmaginabili per purezza di pensiero. Ecco un brano sull’idea dei matematici nei confronti del pianeta:

Tutto questo aveva indotto gli scienziati a credere di trovarsi in presenza di un mostro pensante, di un protoplasmatico oceano-cervello ingrandito milioni di volte, che avviluppava l’intero pianeta e trascorreva il tempo in incredibilmente vaste cogitazioni teoriche sulla natura dell’universo; e che tutto quello che veniva captato dai nostri apparecchi non fossero che i minuti, casuali frammenti di un gigantesco monologo eternamente in atto nelle sue profondità e largamente superiore alle nostre capacità di comprensione.
Questo per quanto riguardava i matematici. Secondo certe persone, le loro ipotesi erano un atto di sfiducia nelle possibilità umane, un accettare supinamente un qualcosa che per il momento era incomprensibile ma che andava considerato come un riesumare dalla tomba la vecchia dottrina dell’ignoramus et ignorabimus. Altri ritenevano invece che si trattasse di sterili fole e che in quelle ipotesi dei matematici si manifestasse una mitologia dei nostri tempi ravvisante in quell’immenso cervello – poco importa se elettronico o plasmatico – il fine ultimo della vita, la summa esistenziale.

Ed ecco il tentativo di spiegare le produzioni del suo oceano in termini architettonici:

[…] immaginiamo, aveva detto Averian, un antico edificio terrestre ai tempi dello splendore di Babilonia, ma costruito in una sostanza vivente, reattiva e capace di evolversi. La sua architettura passa fluidamente attraverso una serie di fasi assumendo sotto i nostri occhi le tipologie costruttive greche, quindi quelle romaniche; poi le colonne cominciano ad allungarsi come steli, la volta perde la sua pesantezza, si innalza, si appuntisce, gli archi descrivono ripide parabole e infine si chiudono ad angolo acuto. Il gotico nato da questo processo comincia a maturare, a invecchiare e a sfociare in forme successive: la severità della tensione verticale e dello slancio verso l’alto sono sostituite da eruzioni di orgiastica esuberanza e sotto i nostri occhi esplodono gli eccessi del barocco. Andando avanti nella progressione e sempre considerando la successive mutazioni come le tappe evolutive di un essere vivente, finiremo per giungere all’architettura dell’epoca cosmodromica e forse ci avvicineremo a comprendere che cosa sia un simmetriade.

A questi linguaggi corrisponde, ovviamente, la musica, ed ecco la bellissima definizione di «sinfonia geometrica», o ancora (sempre riguardo alle escrescenze materiali) «tipo di musica che le nostre orecchie non potevano percepire».

In questo sogno di Pitagora, gli uomini che abitano la stazione sono piccoli uomini straordinari. Davanti alla possibilità di tornare a casa, Snaut vuole restare: «Non tanto per scoprire qualcosa su di lui… quanto, forse, su noi stessi…». E Kelvin, nella sua ultima sortita, tenderà la mano all’oceano che risponderà avviluppandola con una grazia incuriosita, creando tra il se stesso in grado di divorare e proiettare incubi e quella mano tesa una morbida guaina protettiva.

C’è chi, ovviamente nella Solaristica, ha accusato i suoi colleghi di vedere in Solaris una sorta di – o lo stesso – Dio:

La Solaristica, scriveva Muntius, era il surrogato della religione nell’era cosmica, era la Fede indossante i panni della scienza; il Contatto, scopo al quale essa tendeva, non era meno nebuloso e oscuro della Comunione dei Santi o dell’avvento del Messia. L’esplorazione era una liturgia espressa in formule metodologiche e l’umile lavoro degli scienziati era l’attesa del compimento, dell’Annunciazione, poiché tra Solaris e la Terra non c’erano né potevano esserci ponti. […] Che mai potevano aspettarsi gli uomini, che mai potevano sperare di ottenere da un “contatto informativo” con i mari pensanti? Un catalogo di vicissitudini aventi a che fare con un’esistenza infinita nel tempo, e così antica da non ricordare le proprie origini? Una descrizione di desideri, di passioni, di speranze e di sofferenze liberate nei parti improvvisi di montagne viventi? La trasmutazione della matematica in esistenza, della solitudine e della rassegnazione in pienezza? Tutte cose che rappresentavano una conoscenza intrasmissibile: a tentare di trasporla in un qualunque linguaggio terreno, tutti i valori e i significati ricercati andavano perduti, restavano dall’altro lato della barricata. […] No: senza rendersene conto quelli aspettavano la Rivelazione che spiegasse loro il senso dell’uomo! La Solaristica era quindi la figlia postuma di miti morti da tempo, di mistiche nostalgie che gli uomini non osavano più esprimere apertamente; e la sua pietra angolare, profondamente sepolta nelle fondamenta del suo edificio, era la speranza della Redenzione…

Un’idea che, ma in un senso opposto, prende anche Kelvin: «È l’unico Dio in cui sarei disposto a credere: un Dio non condannato a redimere niente, che non salva niente, che non serve a niente e che semplicemente è».

(«Una religione così non è mai stata… necessaria. Se ho ben capito, e temo di sì, stai pensando a un Dio in evoluzione, che nel tempo si sviluppi e cresca, continuando ad aumentare la sua potenza fino a rendersi conto della propria impotenza. Questo tuo Dio è una creatura entrata nella divinità come in un vicolo cieco e che, quando se ne rende conto, piomba nella disperazione. Ma, caro Kelvin, questo Dio disperato è l’uomo. Tu stai parlando dell’uomo… La tua non è solo una filosofia da strapazzo, ma anche una mistica da strapazzo.»)

© Giovanna Amato

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