In una poesia di Ashbery

vet

Vetiver[1] di John Ashbery unisce una nostalgia romantica, in continuità ironica con il Romaticismo del passato, a una vertigine respirata e meditata con cura, per quanto vissuta d’improvviso.
Il vetiver è un distillato di radici, alla base di molti profumi da uomo, un’essenza che può essere anche diffusa in un ambiente per creare atmosfera. Sia il processo di distillazione sia l’effetto della diffusione, evocati e racchiusi nel titolo, si svolgono nell’arco di tre stanze, fino a riassumersi in «una situazione / per cui noi veniamo a significare a noi stessi».
La poesia si avvia con una calma di sapore epico (in particolare con il primo verso), che presto però sarà interrotta da una catastrofe. Si dovrà passare prima attraverso la sfera della malinconia e poi spingersi fino alla preghiera, di fronte alla nuda verità.
Nella prima stanza l’autore allude a un dialogo di Friedrich Schlegel, contenente un riferimento a “una catena o una ghirlanda di frammenti”. Più esattamente: nel 1798, in Frammenti dell’Ateneo, l’autore tedesco sosteneva che un dialogo è una catena o una ghirlanda di frammenti, mentre un epistolario è un dialogo su scala più grande e le memorie sono un sistema di frammenti.
Ashbery varia leggermente, ma significativamente, in “ghirlande frammentate” («fragmented garlands») la “ghirlanda di frammenti” di Schlegel, riconducendo così lo slancio caratteristico di quelle altezze romantiche a qualcosa di rovinoso, mediante un tono più serrato e malinconico. In questo scarto troviamo sottesa l’ironia, nel senso proprio dell’etimo, εἰρωνεία, ricerca e comprensione cioè da parte dell’uomo di una realtà che senza un opportuno scombinamento degli equilibri stabiliti tenderebbe a sfuggirgli. È il motivo per cui le parole più confidenziali, quelle “lettere delle lettere” esaltate da Schlegel, diventano nel testo di Ashbery «Already distilled in letters of the alphabet»: “anticipate” dunque, portate all’origine, all’alfabeto, nate lì per restare dentro un male familiare, consanguineo, sempre presente. Proprio quest’ultimo passaggio della stanza, mentre ogni cosa era in un orizzonte quieto, annuncia un’imminente tragedia.
Ed ecco la catastrofe, nella seconda stanza. Forse, o almeno così si lascerebbe intendere, la perdita di un amico. Una frattura in ogni caso definitiva, capace di generare una profonda crisi interiore. Se ne avverte tutta l’entità già dal primo verso: «It would be time for winter now». La stagione è cambiata, cambiato il tempo, tutto. E tutto adesso sembra pronunciarsi nella sua vera dimensione: la distillazione si precisa, il profumo si diffonde, e la psicologia pendola continuamente fuori e dentro l’Io. Si tratta di un Io allargato, ormai rassegnatosi a un clima rituale, a un’atmosfera quasi funeraria.
L’accento cade quindi sulla suggestiva, splendida immagine: «…a basin called infinity». Per esteso e in traduzione: «…le lacrime sono scorse decorative / oltre noi in un lavandino chiamato infinito».
Se specchiarsi nella natura è un principio eminentemente romantico, Ashbery rompe la linearità di un simile pensiero, secondo cui la spiritualità dell’uomo si convoglia nella natura rigenerando da essa un continuo desiderio d’infinito. Qualcosa, infatti, lo vediamo bene, si è spezzato: all’inizio del testo c’era la raccolta del fieno, il luccio se ne stava placido nello stagno; poi i serpenti hanno cambiato pelle, poi un amo è pronto a lacerare la bocca, e l’infinito “finisce” appunto in quanto di più comune ci sia, un lavandino.
Ma già prima, riferendosi alla muta dei serpenti, simbolo dell’inevitabile cambiamento che ogni volta a tutti spetta, il poeta mostrava la sua ironia, scrivendo: «It had all been working so well and now, / Well, it just kind of came apart in the hand» ovvero: «Funzionava tutto così bene e ora, / beh, quasi si disfa in mano». Il doppio “well”, così volutamente ravvicinato, contiene nel suo risuonare tutta la forza del cambiamento, l’intera, rapida rottura della presunta linearità della vita, mentre la natura manifesta con piccoli segni tutta la sua potenza, vasta e terribile. Ashbery “porta a casa” tutto questo, lo passa al filtro della mente, e meditando intorno all’Apocalisse consueta dei giorni, la “addomestica” per preparare il finale, consegnato al pianto.
Così, l’ultima stanza abbraccia la forza della catastrofe. Il nodo cruciale lo troviamo nel passaggio, altissimo, di due versi: «And in some room someone examines his youth, / Finds it dry and hollow, porous to the touch»… Si rivela a questo punto, in maniera del tutto impersonale, lo svuotamento del tempo e della persona. E dello scrivere: «porosa al tatto», infatti, è speculare alla penna che nella prima stanza al tatto «era fresca». Come dire, invecchiando si conosce sempre più e soltanto ciò che è più vero.
Ugualmente, con l’immagine dei pescatori, c’è un’invocazione che è auspicio e preghiera: «raccolgano le loro reti vuote» scrive l’autore, facendo seguito alla figura dell’«amo in gola» presente nella seconda stanza.
Siamo alla conclusione del disegno. Il poeta vuol dirci che ciò che esiste continuerebbe a farlo senza l’esercizio della violenza. Perché se la potenza è propria della natura, la violenza è propria dell’uomo, e può toccare indistintamente tutti. Allora il poeta non potrà che radunare tutti (se stesso, l’amico perduto, il cacciatore, il pescatore, tutti) intorno a un falò, un falò che tutto bruci, in luogo di un fornelletto che in casa, secondo metafora, diffonda il profumo del vetiver.
La distillazione è avvenuta, il profumo diffuso. Tutto brucia, finalmente, nella sua verità. Resta alla fine il pianto, salvato dalla grazia delle foglie.

 

Vetiver

Ages passed slowly, like a load of hay,
As the flowers recited their lines
And pike stirred at the bottom of the pond.
The pen was cool to the touch.
The staircase swept upward
Through fragmented garlands, keeping the melancholy
Already distilled in letters of the alphabet.

It would be time for winter now, its spun-sugar
Palaces and also lines of care
At the mouth, pink smudges on the forehead and cheeks,
The color once known as “ashes of roses.”
How many snakes and lizards shed their skins
For time to be passing on like this,
Sinking deeper in the sand as it wound toward
The conclusion. It had all been working so well and now,
Well, it just kind of came apart in the hand
As a change is voiced, sharp
As a fishhook in the throat, and decorative tears flowed
Past us into a basin called infinity.

There was no charge for anything, the gates
Had been left open intentionally.
Don’t follow, you can have whatever it is.
And in some room someone examines his youth,
Finds it dry and hollow, porous to the touch…
O keep me with you, unless the outdoors
Embraces both of us, unites us, unless
The birdcatchers put away their twigs,
The fishermen haul in their sleek empty nets
And others become part of the immense crowd
Around this bonfire, a situation
That has come to mean us to us, and the crying
In the leaves is saved, the last silver drops.

 

Vetiver[2]

Le Età passavano lentamente, come un raccolto di fieno,
come i fiori recitavano le loro battute
e il luccio si agitava sul fondo dello stagno.
La penna era fresca al tatto.
La scala saliva su
attraverso ghirlande frammentate, trattenendo la malinconia
già distillata nelle lettere dell’alfabeto.

Ora sarebbe inverno, con i suoi palazzi
di zucchero filato e pieghe di preoccupazione
alla bocca e su fronte e guance macchie
del colore una volta noto come “rosacenere”.
Quanti serpenti e lucertole cambiano pelle
perché possa spendersi il tempo, come adesso,
affondando ancor di più nella sabbia, come una ferita
prima della fine. Funzionava tutto così bene e ora,
beh, quasi si disfa in mano,
un cambiamento si annuncia, lacerante
come un amo in gola, e le lacrime
sono scorse decorative
oltre noi in un lavandino chiamato infinito.

Niente era da pagare, le porte
erano state lasciate aperte intenzionalmente.
Non preoccuparti, puoi avere qualsiasi cosa.
E qualcuno in qualche stanza ripercorre la sua giovinezza,
la trova secca e vuota, porosa al tatto…
Tienimi con te, a meno che la vita là fuori
abbracci entrambi, ci unisca, a meno che
i cacciatori facciano sparire i rami,
i pescatori raccolgano le loro reti vuote
e altri ancora diventino parte dell’immensa folla
riunita attorno a questo falò, una situazione
per cui noi veniamo a significare a noi stessi, e il pianto
sulle foglie è salvo, le ultime gocce d’argento.[3]

 

Cristiano Poletti

 

 

[1] È la prima poesia di April Galleons (New York, 1988), già apparsa sul The New Yorker il 23 dicembre 1985 e ora ricompresa, sempre come poesia d’apertura, in Notes from the air (New York, 2007).

[2] Libera traduzione dell’autore di questo articolo.

[3] C’è un’intenzionale polisemia utilizzata da Ashbery negli ultimi due versi. Diversamente dalla scelta personalmente effettuata, si potrebbe anche tradurre: “e il pianto / nelle foglie è preservato, l’ultimo argento cade”.

 

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