Quando dici Mantova # 2 – (rivelazioni)

 

Giovanni Bietti - lavagna "Ascoltare Beethoven", piazza Mantegna

Giovanni Bietti – lavagna “Ascoltare Beethoven”, piazza Mantegna

Ieri, nel semibuio accogliente del Teatro Ariston, sono andata ad ascoltare un incontro su Simone Weil. Giancarlo Gaeta, storico del cristianesimo, e Maria Concetta Sala, filosofa, sono i curatori di La rivelazione greca, raccolta di scritti pubblicata da Adelphi nel 2014: posato nella trattazione il primo, infiammata la seconda, i due curatori hanno regalato al loro pubblico una lezione “magistrale” in ogni senso, tratteggiando in poco meno di due ore non solo il contenuto del libro ma, attraverso gli stimoli di questo, la figura di Simone Weil. Il volume raccoglie infatti scritti organizzati con un criterio cronologico e che hanno come ambito di studio il mondo greco, in special modo quello antico, e non testimoniano, ma sono la capacità di Simone Weil di mantenere fisso lo sguardo sul proprio tempo. Sono la tensione di rendere accessibile la tragedia greca ad ogni classe sociale; sono la riflessione sull’epopea come «geometria del castigo e della forza», in una fase in cui l’Occidente perde il concetto di Nemesi per sfumarlo nella sovrana brutalità; sono l’ammirazione per l’Iliade come prima traccia scritta di uguale compassione verso le miserie dei vincitori e dei vinti.
Di sera, mi si perdoni se sembro saltare di palo in frasca, durante un altro evento sotto le stelle (le “lavagne” di piazza Mantegna), il musicologo Giovanni Bietti (vero drago della divulgazione) ci ha fatto ascoltare Beethoven. Letteralmente. Al piano o da cd, previa piccola dissezione, brani che credevamo di conoscere si sono spalancati come ostriche, rivelando i loro debiti con il classicismo mozartiano ma soprattutto la loro grandissima novità: il gioco di simmetrie e riprese con cui Mozart costruiva volute diventa, con Beethoven, galoppata di proposte e risposte, tempo stretto, accelerata, e soprattutto non dialogo ma dramma. Per definire le scelte di Beethoven al nostro orecchio, Bietti usa la parola «ineluttabile»: come il suo tempo, ed è questa la tesi di fondo, richiede. Di fronte a predecessori inarrivabili per linguaggio melodico (Mozart muore un anno prima del suo arrivo a Vienna), Beethoven intuisce di voler cambiare terreno, registro, misura: semplifica allora la melodia perché si sollevino il ritmo, la dinamica, la drammaticità. Comincia a parlare, insomma, «nella direzione in cui sta andando il mondo». Per poi concedersi, alla fine della sua vita, con i Quartetti, di guardare infinitamente in là.
Sto facendo piccole e grandi scoperte, durante questo festival; alcune minime riguardano la zucca con il gorgonzola, ma vi prego di non sottovalutare neanche queste. La giornata di ieri mi ha rivelato, però, qual è una delle capacità misteriose che rendono grandi, grandissimi: declinare la propria potenza d’immaginazione, le infinite possibilità creative e di pensiero, nella lettura del proprio tempo, e accoglierlo, e offrirsi.

© Giovanna Amato

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