Sul filo – da Charles Ebbets agli Incubus, passando per Philippe Petit

Una delle più famose foto in bianco e nero di sempre è quella intitolata Pranzo in cima a un grattacielo (Lunch atop a Skyscraper): è del ’32 e l’autore si chiamava Charles Clyde Ebbets. Il quotidiano Repubblica ci ricordava qualche giorno fa, il 20 settembre, che quella foto compiva 80 anni. L’edificio in questione allora Rca Building oggi General Electric Building, fa parte del complesso di grattacieli di Midtown Manhattan in profonda trasformazione nella sua età dell’oro, appunto tra gli anni ’20 e ’30, come sappiamo dalle pagine dei racconti di Francis Scott Fitzgerald, ad esempio in May Day in Tales of the Jazz Age, 1950 (Milano, Mondadori, 1968).

Lunch atop a Skyscreaper: undici protagonisti ordinari e no-name per l’istantanea di un’epoca. La fotografia che, come ben ricorda Walter Benjamin, aveva rovesciato il concetto di arte eterna e – soprattutto – sfidato quello di arte non riproducibile, indaga ora uno spazio (s)confinato catturato primariamente dall’inconscio ottico, uno spazio inteso anche come ‘superficie del mondo’ (secondo la prospettiva di Marco Belpoliti nell’indagine del “visualismo” in Italo Calvino). New York è una città-mondo, fiera, che già fagocita chi vi vive e la vive. Quello di Ebbets è forse uno sguardo sospeso, che incrocia punti di vista diversi e che, imprimendo per sempre queste ‘facce del popolo’, le rende un pezzo di straordinaria quotidianità che si fa leggenda.

La fotografia estende il potere evocativo del visivo ed è forse per questi motivi che quella foto molto fortunata degli operai a pranzo richiama, come in un gioco di matrioske, una performance del famoso funambolo francese Philippe Petit, raccontata in un magnifico film-documentario del 2008 dal titolo Man on Wire, diretto da James Marsh. È del 7 agosto 1974 la sua passeggiata sul filo teso fra i tetti del World Trade Center a più di 400 metri di altezza, laddove lo spazio elaborato inconsciamente diventa reale, trova un ‘contenuto’ fisico. Questo il cinema ce lo fa vedere: immagini ad alto grado di frequenza. Eppure l’azione è immortalata anche nelle fotografie. L’incrocio di corpo (performante), e immagini (riproducenti) ammette un ‘vedere’ multiplo, live e post, unico in quanto la performance lo è, riproducibile in quanto lo sono la fotografia e il documentario. E tuttavia, non è da dimenticare che la performance è anche incarnazione per definizione dell’idea di ars gratia artis «Perché un essere umano sulla sommità di una cima altissima, molto forte ma molto fragile, è un’immagine perfetta» afferma lo stesso Petit, che serve a se stessa per sé.

Nel 2001 le Torri Gemelle crollano, ma l’immaginario ad esse legato e connesso all’epoca prospera di Ebbets – e alla sua prosecuzione nell’arco di tutto il Novecento, e odierna -, non cede. Certo va ri-codificato, come il potere del cinema, e della fotografia.

E quindi, se invece alla camminata di Philippe Petit, fissata su pellicola, fosse attribuito un nuovo significato, come avviene nella copertina dell’ultimo album della band californiana Incubus, If not now, when?, del 2011? «Può essere letta come una metafora della vita: una continua ricerca di equilibri e di senso. È come se tutti noi camminassimo su una corda tesa […]»: l’art pour l’art, in un cortocircuito, può convertirsi anche in ‘allegoria pop’.

4 comments

  1. grazie Gianni. Credo parlerò ancora di questi temi ben presto, magari approfondendo l’arte di Philippe Petit o la letteratura cui essa (in)volontariamente ha dato origine.

    Aggiungo che il caso vuole che quest’album degli Incubus prenda il titolo da un romanzo tardo di Primo Levi – in rete si dice la scelta sia voluta, io non credo – ma voglio ricordare che nel 2011 in Italia la traduzione di quel titolo è stata lo slogan-titolo di un movimento importante per i diritti delle donne, e che il 2011 è stato anche l’anno di nascita del movimento Occupy Wall Street per gli USA, che ha da poco festeggiato il compleanno.

    Se non stiamo immersi nella realtà non possiamo scriver(n)e.

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