letture

“Un cervo! Ma dove? Ma che!” da “Suite Etnapolis” di Antonio Lanza (con nota di lettura)

Foto di Antonio Lanza

Per il modo di costruire la successione delle immagini, di spostare da una parte all’altra un ipotetico sguardo sul mondo, nel grande libro di Antonio Lanza Suite Etnapolis (Interlinea 2019, su Poetarum Silva qui) è possibile ravvisare qualcosa di simile a una logica, a una sintassi cinematografiche. Quando la variazione della luce ci dà il senso del trascorrere del tempo (“cucine/ domenicali in cui il cielo/ entra a allungarsi sul tavolo”, p. 10; “raggela in risposta la luce/ sui palazzi di via Etnea”, p. 14); o le descrizioni si agganciano a ricordi di pittura (“e il sole adopera il rosso/ delle divise per farne ondeggianti/ papaveri in una quadro impressionista”, p. 89); o ancora certe immagini si presentano alla stregua di piccoli inganni ottici (“per un diffuso/ black-out i negozi/ si oscurano come lastre”, p. 12; “coppie che passeggiano capovolte/ dentro i laghetti artificiali”, p. 16). C’è poi la visione dall’alto di un io lirico sopraelevato che intervalla e chiude ogni sezione, come qui: “Dalla terrazza da cui solo mi sporgo,/ il paesaggio sembra quasi bucolico:/ bimbi sull’altalena; altri con le manine/ sulle sponde di protezione/ che vengono giù dagli scivoli/ disponibili ai ricordi che di qui/ forse a struggerli/ per sempre torneranno” (p. 16), dove l’istante presente sembra già sfumare nella dissolvenza di un flashback. Nel finale dell’opera si fa poi cinema letteralmente, quando all’apparire di un cervo che sconvolge la vita dell’ipermercato, un videomaker prova a documentare l’evento straordinario, non senza qualche comprensibile svarione: “Al diciottesimo secondo qualcosa/ va storto, l’inquadratura salta, va/ per cieli, poi si ferma sul niente/ dell’erba, voci concitate, bestemmie:/ è fuggito di là, è scappato via,/ dice l’operatore prima/ che il video si chiuda” (p. 87). Questo cervo letterale e allegorico è la potentissima trovata con cui Lanza chiude o quasi il suo poema, dopo averne intelligentemente suggerito l’imminenza per via di indizi testuali più o meno secondari: in un logo commerciale (“Tanti hanno/ buste con la scritta HEVEL/ e vi campeggia fiero un cervo/ ferito”, p. 15), in una metafora (“Tornano forti le zampe cerbiatte che prima cedevano/ e sdrucciolavano”, p. 24), in un manifesto pubblicitario (“e un cervo dalle sei punte/ l’occhio pieno e selvaggio/ fiereggia più avanti/ dal cartellone di un circo”, p. 55). La scelta antologica che segue è tutta sul cervo, sullo stupore dei clienti e dipendenti di Etnapolis, sul non trovare le parole pur dicendone tantissime di fronte alla visione incongrua e selvatica. Se infatti fino a quel momento Etnapolis ci sembrava un universo chiuso di ritmi e costrizioni, ecco che il cervo capovolge la prospettiva, apre possibilità di senso inedite e vertiginose, ci dice insomma che nulla è dato una volta e per tutte. Sbaglieremmo a inchiodarlo a un solo significato precostituito, a una speranza univoca: ognuno in quel cervo può metterci ciò che vuole, macchina polisemica e inesauribile. Vale piuttosto la pena di chiedersi in che rapporto stiano l’imprigionamento e la libertà dentro e fuori questo poema, se può esserci cervo senza una qualche Etnapolis, se si dà Etnapolis senza un cervo che ce la renda vivibile, umana, perfino bella.

@andreaaccardi

 

DALLA SEZIONE “VENERDI’”

………………………………………….Ma nell’ultima
luce s’invola fra tutte una voce:
si aggira un cervo nei giardini!
Un cervo! Ma dove? Ma che! Un… cosa?
Ma, signori, scherziamo? Ma dove,
che dici? Sicuro, l’ho visto: di là
dal laghetto, dietro il cipresso:
brucava. Aveva una leggera
maculatura bianca sulle cosce…
… ma ti pare che uno può avere
allucinazioni così nitide?
… ma, io dico, se a quella distanza non…
Aveste visto come ha corso poi,
ma furbo, dietro la linea degli alberi,
in direzione del cinema, mobile,
caldo, muscoli, occhi. Altri hanno
visto, qualcuno col cellulare… L’ultima luce,
ve lo dico io, genera vapori,
incontrollabili visioni
collettive: a uno pare
di vedere, un altro supinamente
conferma, ed è fatta. Io non so
cosa c’entra un cervo a Etnapolis,
ma un cervo, giuro, è quello che ho visto.

(altro…)

‘Letizia di Cagno nel corpo della poesia’ di Roberto Lamantea

C’è uno sguardo alla Dickinson in questo libro di Letizia di Cagno – la sua prima silloge – dall’ossimorico titolo Urla la fine che pianta germogli (Marco Saya Edizioni, 68 pagine, collana “Sottotraccia” diretta da Antonio Bux). 21 anni, nata a Bari, Letizia di Cagno vive a San Martino Buonalbergo (Verona) e studia Filosofia. È un’altra di quelle voci, solo anagraficamente molto giovani, che fanno pensare a una nuova stagione della poesia in Italia: un innamorato rifiorire.
La dama bianca di Amherst guardava il mondo dalla finestra sul giardino e da questo limite Emily capiva l’universo. Letizia guarda il mondo – gli altri, l’amore di cui è, più che un’attrice, una “cavia” – in un continuo scambio tra sé e l’altro. È un trapassare dai fantasmi dell’io (l’invocazione, la disillusione, il ricordo) al mondo esterno, dalla metafora alla cosa: «La mia lontananza intenerisce / un muretto sul mare… senza mai sfilare i nastri / delle tue corde vocali – / ma ogni cosa è davvero in me?» (pag. 9); «Tappata di un pensiero a rose / e volendo appassire» (10); «Le stelle numerate / se ci crollano addosso / e sbriciolano il vino, le strade, / i fiori sul tuo volto»; «lo spicchio di luna / che ho aperto con l’apriscatole. / Avevo perso la follia / del rivederti» (12). Nella lezione dell’espressionismo, è un continuo trasmigrare tra corpo e natura, tra l’io e l’altro: le cose – anche i suoni, compreso il silenzio – sono il proprio corpo: «Io non conosco acqua / più limpida delle mie braccia» (37); «Tirai fuori una casa dal frigo / e loro chiedevano semplici fiori di campo» (42). È poesia della vertigine, musicata da un’autrice che, giovanissima, è attenta lettrice dei grandi poeti francesi e ha già letto Celan. Letizia ama il cinema, e a volte lo sguardo di queste poesie ricorda arditi movimenti della macchina da presa sui dettagli e raffinate alchimie del montaggio. È una fusione dell’io nel mondo, teatro della natura è il proprio corpo, ma nei versi di Letizia di Cagno non c’è nulla di panico o dannunziano: questo essere nel (il) corpo delle cose è un’invocazione disperata di appartenenza: «Quanto mi tocca da vicino / la scoperta del mondo! […] Sopravvivo a sorsi / alla carezza» (13); «verso la fine / la vita genera inspiegabili campi / di quadrifogli» (15).
Ma Urla la fine che pianta germogli è prima di tutto un canzoniere. Scrive Antonio Bux nella quarta di copertina: «Amore, per tutti, è stare da soli in due; amore ovvero sedimento, di una radice che alimenta due alberi. Questa è l’inversione dell’amore, la propria ri-conoscenza: un esistere attraverso l’altro e per l’altro, che siamo noi». «Posso paragonarti perfettamente / al mio unico atto di coraggio: / quello che ho salutando un cuore / slittamenti di me / che cammino amando» (14). Stupendo «Di quante persone sei / gli occhi» (23).
Nel suo canzoniere, Letizia lascia lo sguardo alla Dickinson e si fa corpo. Il corpo di Letizia è il corpo del mondo, è il paesaggio (o la città) ed è, lei, il corpo del suo amore; il corpo dell’amato è un albero, è una strada, ma è un corpo sfuggente perché l’amore è sempre altrove, forse l’amore non ha pienezza se non – come nella grande letteratura francese – nella coscienza della perdita. Fulminanti i versi di pag. 43: «Vorrei starmene attaccata / al fieno delle parole, da qui / per spaventosamente / ancora – te». E Lettera alla bambina, quasi una confessione: «Eppure mi resta un odore / che ancora non è mio» (57).
È il canzoniere di un amore sempre a lato, fisico e lontano come un ologramma, tangibile e assente: «Parli una storia / che ha cambiato radici» (25); «Amore mio, / cammina dentro al sogno. / Almeno qui non ci temiamo» (29); «Ci partoriamo estranei negli occhi. / Uomini pieni di altri uomini. / L’atto di riconsegnare senso / all’impressione sfocata degli altri» (53).
Fino alla poesia che suggella questo libro bellissimo, l’invocazione ironica e disperata di chi cerca di appartenere al mondo e forse, nell’assenza, ci riesce (60): «È un grande amore / la mancanza di amore. Adesso lo so. / Smetto di bruciarmi le dita / con tutto questo avere. / Poi rassereno voi tutti. Che amate. / E vi saluto».

.

© Roberto Lamantea

Festivaletteratura2019 #5: Unplugged

Abraham Yehoshua

Voglio dire subito, per favore: siamo agli sgoccioli di questo festlet, e io lo ricorderò come quello degli imprevisti più spiazzanti, eppure non c’è stata cosa che i volontari non abbiano provveduto ad aggiustare, trovare, mandarmi, indicare, risolvere, recapitare. Voglio dire subito il mio consueto grazie. Senza scendere nel dettaglio degli imprevisti; non per privacy, ma perché perderei ai vostri occhi quel po’ d’aura di compostezza che mi sono costruita.
Va così. Ho la testa sulle spalle più di quanto la mia migliore amica potrebbe credere, quando vengo qui, eppure a volte è un attimo e sono distratta come gli innamorati. Dopo sei anni, valicare il Ponte San Giorgio è ancora un colpo al cuore; simile a quello che ci ha raccontato Nadia Fusini, quando la riservata e tenera e cerebrale e fragile e acutissima Virginia Woolf venne trascinata nell’esistenza da una selvatica Vita Sackville-West, che dal canto suo le portava un amore abbastanza accorto da avere l’accortezza di non amarla troppo, per non destabilizzarla. Il racconto del carteggio tra le due scrittrici, di cui si è già accennato in uno scorso articolo Festlet, ha tenuto banco in una mattina finalmente piena di sole nella bellissima chiesa di Santa Maria della Vittoria, gremita di ascoltatori. E una folla quasi da record ha aspettato lo scrittore Abraham Yehoshua nel pomeriggio, a piazza Castello, atteso con Wlodek Goldkorn per parlare del tema “ascoltare l’anima e non il cervello”. Guardare la fila formarsi con un’ora e un quarto di anticipo e diventare sempre più lunga mi ha dato una lezione sul tempo, su come investirlo. Su come valga la pena anche di provare un’ora e un quarto di noia stretti in una fila se il tempo che ci aspetta sarà ben speso. Mantova ha sempre avuto, nel mio passo mentale, questa capacità di dilatare e contrarre, negli impegni affastellati che schiudono sacche di vuoto, nello scorrere più veloce dell’orologio durante un evento particolarmente riuscito. (altro…)

I poeti della domenica #390: David Maria Turoldo, Vedrai

 

Vedrai

Anima mia, non pensare
male di Lui: gli è impossibile
fare altro.

.               E – vedrai! –
il Male non vincerà.

 

da © David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti 1991

I poeti della domenica #389: David Maria Turoldo, Epilogo provvisorio

 

Epilogo provvisorio

Gloria alla tua fatica di essere,
di essere sempre, di continuare ad essere!

Ma è per il Nulla che sei te stesso,
senza il Nulla Tu saresti ogni cosa
e tutto sarebbe indistinto e immobile.

.                    * * *

Vera tua onnipotenza
è che il Nulla non vinca
e l’universo non abbia mai fine.

 

da © David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti 1991

proSabato: Luigi Pirandello, Candelora – La carriola

Fausto Pirandello, Ritratto di Luigi Pirandello (1936)

Quand’ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d’addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr’occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto. Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d’una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio a o non fosse scoperto. Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile. Sarei un uomo finito. Forse m’acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.
Sono affidati a me la vita, l’onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m’assedia
dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza; d’altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d’esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall’esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno più serio dell’altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d’avvocato. Guai, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero. Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento più sicuro. Sono costernato e inquieto. Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è così chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all’altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito. Il valore dell’atto ch’io compio, può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d’un
tratto s’è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile. Mi proverò.

Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei più gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m’opprime, il peso enorme di tu i i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non
indulgere minimamente al bisogno di un po’ di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama. L’unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un’altra nuova.
M’ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare. A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura. Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla. Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra. Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m’occupava, senza che per questo, intanto, mi s’avvistasse di più lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai più a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida. Ariosa. Lo spirito mi s’era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell’infinita lontananza; d’una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d’atti, non d’aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti; con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichio, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce; e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora, sì, ah, tu o intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue. (altro…)

Festivaletteratura2019 #2: On Stage

Michela Murgia, Elif Shafak e Marina Astrologo a Piazza Castello

C’è che quando arrivo in redazione, ogni anno, arriva quel bel momento della consegna del pass, oggetto quasi transizionale che andrà a raggiungere i suoi fratelli, a fine Festival, appeso come una ghirlanda di Natale alla maniglia di camera mia, in bella vista. In genere è anche il momento di altre belle sorprese (su tutte, matite fantastiche), e quest’anno il Festival si è superato regalandomi un libro di un tale arancione da trasparire attraverso la tela della borsetta. Non ho resistito e l’ho subito frugato. Si tratta di Anthology!, una raccolta di sedici racconti di cui imparo, prima dell’ultimo foglio di guardia, la storia: scritti di Calvino, Chambers, Levi, Mari, Joyce, Adiche, Woolf e altri sono stati selezionati da lettori tra i 14 e i 19 anni, che all’interno del progetto Read On del 2018 hanno ridotto una list di 60 racconti in quei sedici che ora sono sul mio comodino Festlet (non immaginatelo come un mobile, più come la zip esterna di un borsone, ma immaginatelo felice).
Il progetto Read On prosegue anche quest’anno, e io sono andata a dare un’occhiata. La stazione ha ospitato Chiara Valerio (che da ragazzina appuntava opinioni sui libri letti scrivendo a matita sui fogli di guardia) per un brainstorming sulle recensioni: quali elementi assolutamente inserire, quali assolutamente evitare? E come cambiano i contenuti in base al mezzo? Si possono raccontare la trama, e addirittura il finale? Ed è possibile, e giusta, una recensione che abbatta il punto di vista del recensore, o si può e si deve recensire con una tale soggettività da rendere scrittura e scrivente soggetti al tempo? Ricordando, come dice Valerio, che «le recensioni sono attestazioni di lettura e di responsabilità: ciò che hai scritto fa parte della storia di quel libro ed è tassello della storia culturale».
E comincia un altro tipo di lettura, la staffetta che nell’attimo in cui scrivo si dà il cambio su una panchina dei giardini di Palazzo Castiglione per leggere il magnifico carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West, da poco uscito per Donzelli (Scrivi sempre a mezzanotte, a cura di Elena Munafò, traduzioni di Nadia Fusini e Sara De Simone). Sono lame di scrittura al calor bianco, ma di una specie di grazia sorvegliata, come un bisturi che apre e cauterizza: Ho appena smesso di parlare con te. Sembra tanto strano. C’è una pace perfetta qui – fuori giocano a bocce – ho appena messo i fiori nella tua stanza. E attorno a te invece cadono le bombe. Che dire – se non che ti amo e vivrò questa strana calma serata pensando a te che sei lì da sola. (altro…)

PoEstate Silva: Poesie inedite di Alessandro Canzian

 

da Olga

Di domenica mattina Olga
ascolta musica anni ottanta,
credo di quand’era una bambina.
La sento ballare coi piedi scalzi,
lo smalto rosso e un’unghia rotta.
La vita ritirata come un ragno.

 

 

Olga la sera investe
tutta se stessa in un divano,
una telefonata a sua madre,
uno schianto. La distanza
degli anni è come ortica.
È tutto ciò che resta.

 

 

da Carlo

Carlo è il ragazzo della porta
accanto. Vive solo. Grida
qualche volta di notte perché
tutto ciò che è trattenuto
alla fine esplode, butta
le immondizie la sera, come
la vita, una volta alla settimana.

 

 

da © Alessandro Canzian, Condominio S.I.M. (raccolta inedita)

 

Sono brevi componimenti questi di Alessandro Canzian, dal sapore epigrammatico; quasi istantanee dell’ascolto e dell’auscultazione dei tempi, dell’oggi. Condominio S.I.M., raccolta inedita e sulla quale ancora verte il lavoro di lima (come attestano le note sulla copia che ho ricevuto in lettura), non vuole essere una Spoon River della verticalità condominiale perché qui si ritraggono vite in corso, per quanto siano condensate e racchiuse nei loro tic meccanici. Vite che appaiono anonime malgrado le sezioni portino il nome del condomino della porta accanto, perché le nostre vite sono così oggi: sconosciute nel rapporto diretto e note nell’osservazione e nella ricostruzione dall’altra parte della parete, del corridoio. (fm)

Festivaletteratura2019 #1: Best Of

«Pure», dico dopo una scorsa rapida al programma.
Per “pure” intendo: pure quest’anno. Pure quest’anno il Festivaletteratura è riuscito a leggermi nel pensiero. È che ho da poco comprato Opera struggente di un formidabile genio, e anche se non sono pazza di Eggers (sono più un tipo da Foer), Eggers a questo Festival ci sarà. (E pure Foer.)
La prima volta che il Festival mi ha letto nel pensiero è stata la prima volta che ho messo piede a Mantova; credo di avervi raccontato fino allo stremo delle (vostre) forze come ho passato la prima settimana di settembre del 2014, all’inseguimento di un sempre più perplesso Michael Cunningham nello strenuo tentativo che i nostri incontri apparissero casuali. E il primo FestLet fu anche quello dell’intervista combo a Michela Murgia e Chiara Valerio. Parlavano di eroine. Murgia si concentrò sulla Morgana di Le nebbie di Avalon, che tanto avrebbe lasciato ramificare in seguito. A quel tempo Murgia era per me l’autore di Il mondo deve sapere e di tutta una serie di libri che volevo leggere; con l’andare dei FestLet, perché è lì che compro i suoi libri, sarebbe diventata l’autrice di quasi tutto quello che ha scritto e di quell’oggetto luminoso e pensante che si chiama Ave Mary. Valerio parlò di Lady Oscar, con un piglio che mi lasciò incantata, e con un paio di frasi che ancora porto impresse come una scottatura mi insegnò il bisogno di guardare chi amo come “la cosa più bella del mondo”. L’ho sempre fatto, da quel momento. Checché talora qualcuno protesti, non avendo colto del tutto lo spirito (“quindi per te sono una cosa”).
Ho il ricordo di due anni fa, del ghiaccio nel mio campari che si scioglieva a palazzo Tè, quando seduta su una sdraio sotto la stellata mi domandavo se non fosse iniquo chiamare tutto ciò al telefono con mia madre “lavorare”. E anche se sapevo cosa stava per accadere, Mariangela Gualtieri fu precisa come uno stiletto. Mi alzai in piedi mentre lei scandiva: giorno d’Aspromonte dove salgo / caricata con un peso un peso / che non si appoggia.
Tanto più intimo l’anno scorso ritrovare in un luogo caro l’amicizia calda di una Biancamaria Frabotta entusiasta, curiosa come lei è sempre quando c’è della bellezza in cui frugare. La nostra passeggiata serale, quasi notturna, il giorno prima della sua presentazione a Tutte le poesie, cadenzata dal click della catena della mia fedele bici, portata a mano per stare tutti al passo di una cupola da indicare, uno scorcio da promettere dietro lo spigolo di muro.
Mantova ha un ponte che taglia due laghi e un nome di velluto. Ha la prospettiva solida di Palazzo Ducale prima che la folla riempia la piazza. Qui sono passati tanti: la Pompei raccontata da Alberto Angela, le storie del Ruggito del Coniglio, la voce magnifica di Lella Costa che legge la Posta del Cuore della Aspesi. A Mantova ho visto cose che speravo con tutto il cuore di vedere, come Charlotte Rampling prendere un caffè, e cose che davvero non mi aspettavo, come Tracy Chevalier prendere la porta con un patchwork in braccio. Non credo di essere mai mancata a una lavagna di Bietti né all’appuntamento con il primo dolcetto alla ricotta all’arrivo.
Per il ventennale, i ragazzi dell’Orchestra da Camera di Mantova suonarono al Duomo la Settima di Beethoven.
Oggi comincia il ventitreesimo Festlet, il sesto che ho l’orgoglio di raccontarvi. Appuntamento qui ogni giorno alle sei, e come sempre fate un applauso ai volontari, loro lo meritano fin da adesso.

© Giovanna Amato

PoEstate Silva: Mauro De Candia, poesie da “Le stanze dentro”

Una casa di allarmi

La schiena fresca e rosa
di Settembre
ha un modo di fare lunare,
farsi colonizzare i fianchi
da tramonti
in museruola di nuvola:
è l’ultimo saluto
al Sole.
A fine Agosto
tutti gli uomini
sono opliti
imprigionati in sculture
termodinamiche e,
muovendosi,
spargono linfa per
lucertola e grano.
E così, eccoci ancora a casa:
ma che bel guscio di meraviglia,
poltrona con braccioli-marzapane
e anche due braccia nere
taiwanesi,
sottovetro di sveglie,
solcano un lento applauso
di tartaruga.
Cammino quindi
su un pavimento melmoso
e soffice
di ricordi alati,
impigliati alle lancette
come il dente di leone bianco,
fecondo e viscido di vento.
Chiamo per nome le mani,
chiamo per nome le dita
e tutte le unghie
cadute negli anni
e fuggite come lepri albine.
Anche lo sfilacciare
di lampada
è un sogno corale
per i corazzieri di luce.
È una casa di allarmi
sospesi ma sempre in agguato,
rifugio dal calore
in una bolla segregata dal tempo.
Quando la sveglia
si farà olifante,
spelliccerà le bolle
col loro stesso fuoco.
Si starà peggio fuori
che in questo paradiso di trappola? (altro…)

I poeti della domenica #388: Alberto Toni, Vicino al fuoco

 

Vicino al fuoco

Stendi quel fuoco a terra, rimani.
Che al salve di domani
al bosso a me vicino
resti la figura amica,
il cielo al cielo,
tenaglie a tenaglie, occhiali,
una speciale scatola
per gli appunti, un orologio,
tutto quello che mi serve ancora,
una sinfonia,
un’arietta così, semplice nello svolgimento.
Vicino al fuoco spese l’amore e vago
momento di pienezza.
Sei qui per conservare piena luce,
quando occorre, svago dei sensi,
pura inutilità essenziale, corpo a corpo.
Di te conosco quell’unico mistero raggiante:
amore in veste di ritmo.

 

da Alberto Toni, Non c’è corpo perfetto, Algra editore 2018

I poeti della domenica #387: Alberto Toni, “Tutto deve andare avanti”

 

Tutto deve andare avanti.
Ma poi noi non sappiamo
se l’illusione è verità. Allora scendo
e salgo fino alla prova e non per paura
e dolore, ma soltanto per conoscenza.
Vedrò tutti i colori insieme, soltanto
per un istante? Un vetro solo che separa,
esclude tutte le immagini più volte ripetute.

 

da Alberto Toni, Vivo così, Nomos edizioni, 2014