letture

I poeti della domenica #319: Giorgio Caproni, Senza esclamativi

SENZA ESCLAMATIVI

Ach, wo ist Juli
und das Sommerland

   Com’è alto il dolore.
L’amore, com’è bestia.
Vuoto delle parole
che scavano nel vuoto vuoti
monumenti di vuoto. Vuoto
del grano che già raggiunse
(nel sole) l’altezza del cuore.

 

da Il muro della terra, ora in Giorgio Caproni, L’opera in versi. Edizione critica a cura di Luca Zuliani. Introduzione di Pier Vincenzo Mengaldo. Cronologia e Bibliografia a cura di Adele Dei, Milano, Mondadori, “I Meridiani”, 1998

Tutti i post di Natale #8: Variazioni sulla cenere, di Fabio Pusterla

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

v-s-c

Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017, € 12,00

Diciannove poesie, divise in due sezioni: le dodici variazioni di Cenere, o terra e i sette movimenti di Brasé. Pubblicate a settembre del 2017 per le bellissime edizioni Amos, nella collana A27, le Variazioni sono dominate dal tema del fuoco («c’è brace, brace sotto questa cenere», p. 39). Ed è l’esperienza di vita a esserne il motore. Pusterla scrive in perfetta sintonia di mente e cuore, cerca ancora e trova – molto felicemente – parole scolpite nella compresenza di asprezza e luce, per riprendere il titolo di una precedente sua plaquette, uscita per Coup d’idée nel 2015.
«Cenere, o terra che secca si cavi / d’un color fòra col suo vestimento»: Dante, nel Purgatorio, per descrivere la veste dell’angelo sceglie questa metafora. Pusterla se ne innamora, colpito dall’emistichio iniziale, quel Cenere, o terra tanto potentemente smosso dalla virgola incastonata lì in mezzo. Parole che, isolate, assumono nella sua mente nuovi significati, che conducono ai quattro elementi: abbiamo il fuoco quindi, e la terra; poi ci sarà l’aria, ci sarà l’acqua. Queste dodici poesie, infatti, si legano in modo molto stretto ai quattordici frammenti usciti qualche tempo prima, nel marzo del 2016, per le altrettanto splendide edizioni di Carteggi Letterari: gli Ultimi cenni del custode delle acque.
Prestiamo orecchio in particolare all’inizio del quinto frammento di questi Cenni: «Non ti basta, lo so. Vorresti altro. / Non ti basta, fiume, il mio ascolto, / né ora per te è il momento di ascoltare». Sono i versi che ci introducono in Libellula gentile, il documentario che Francesco Ferri ha realizzato su di lui e sulla (non solo sua) poesia. Versi che all’inizio del film ci portano sulle acque dell’Adda, là dove tutto il “racconto” è partito, tra Canonica e Vaprio, tra le province di Bergamo e Milano, seguendo la suggestione offerta in quel periodo dalla “Casa del custode delle acque”.
Come e quanto compiutamente si comporranno alla fine i quattro elementi lo vedremo nel libro intitolato proprio Cenere, o terra, in uscita per Marcos y Marcos a settembre.
Per le Variazioni, il poeta, un po’ alla maniera dell’OuLiPo francese, ha scelto una contrainte, o meglio una serie di condizioni che si è voluto imporre per creare, per arrivare a risultato. Dodici sono le lettere che compongono “cenere, o terra”, dodici le poesie; dalla prima alla sesta di queste poesie la posizione dell’emistichio dantesco scende dal primo al sesto verso per poi risalire dalla settima alla dodicesima, fino a ritrovarsi nuovamente al primo verso nell’ultimo componimento.
C’è sì di quest’uomo, tra le pagine, il peso del taglio che il tempo ha fatto sulla carne degli anni, ma c’è meno inquietudine adesso. Quest’uomo, amico fraterno, sembra ora lasciarsi prendere, lasciarsi toccare. Si lascia ora toccare benevolmente dal tempo, voglio dire. (altro…)

Tutti i post di Natale #7: Vittorio Sereni, Discorso di Capodanno (1939)

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

Discorso di Capo d’Anno (1939)*

  Mi è insopportabile il Capo d’Anno a casa: e proprio per la ragione contraria a quella per cui tutti emigrano, per l’impossibilità di considerare questo come un giorno qualunque. Per­ché in città ve lo fanno passare come una specie d’obbligo di non battere a nessuna porta, di non varcare nemmeno quelle dei caffè, che la sera restano chiusi. Così meglio fare come gli altri, andar via. Perché di tutti noi le feste sono affidate a un calendario segreto, se non a dirittura fortuito.
  E lo sapete voi, che siete i miei amici, cioè quelli che io ho incontrati per il più felice caso, di un incontro che avvenne senza indizi e premeditazioni: voi che su cento interessi ne avevate almeno novantanove diversi dai miei e lieti nella mia vita per quell’uno e per quell’uno con­tinuate a restarci. Voi che non siete incondizionatamente e sempre intelligenti e sensibili, che andate nei caffè che io non frequento e non venite in quelli da me frequentati, con cui è pos­sibile parlare d’un libro come dei propri casi, voi che mi promettete d’avere una vita, troppo superiore all’espressione che mi capita di tentarne, perché gli altri vi cerchino e guardino a voi con curiosità o interesse.
  Accadde, a volte, in questi anni passati, di meditare qualche gran baldoria in cui ci si dovesse trovare tutti quanti uniti e ciascuno con una parte concreta da svolgere su un terreno che la circostanza dell’unione avrebbe resa ideale.
  Ahimè, questa inveterata abitudine di precorrere i tempi secondo una suggestiva e sperata immagine del futuro o un’avida volontà di ricreare il passato.
  Era, in tutto questo, un desiderio di scoprire la più intima città, di suscitare un ambiente du­raturo per la nostra più libera azione; e si pensava a certe colazioni sotto le pergole fiorite della periferia, nel punto dove le strade subentrano ai corsi e i ponti varcano ogni groviglio di binari cittadini verso la campagna lombarda.
  Non se n’è mai fatto niente e nemmeno si sarebbe potuto. O talvolta ero proprio io, che pure più d’ogni altro avevo caldeggiato tali progetti, a mandar nell’aria tutto, per un qualsiasi im­previsto o un prematuro senso di sazietà, perduto come ero dietro troppo personali immagi­nazioni e disegni. Ma le stazioni sono passate alla memoria materiale di quanto s’era sognato e alla fine non s’era compiuto, in una strana e consolante fusione della loro effettiva sostanza con tutto ciò che prima le aveva dentro di noi raffigurate. Così, con la nostra vita, quanti fatti nostri reclamano l’eternità per tutti i luoghi per dove siamo passati o che appena abbiamo sfiorato, quando nei nostri colloqui più accesi cadevano nomi di piazze e di strade.
  O erano, nel combinare un numero telefonico, quegli istanti di sospensione che precedono il richiamo, nel silenzio e nel buio del ricevitore, questi infiniti punti in cui si raccoglie la pro­fonda vita dello spazio, a dare il senso d’una finestra che stesse per aprirsi sul dolce sob­borgo primaverile dove abitava uno di noi e tutta l’angoscia di non poter essere lì material­mente in quel momento; che ora rendono più densa e sapida la trama dei nostri giorni.
  Accadde in altri casi – mai però quando si sarebbe voluto – di vedervi davvero riuniti tutti quanti e di scoprirvi nel riso e nella leggiera eccitazione di quando si fa festa, il vostro volto estremo, quella della più profonda consuetudine, che balena assenze, che ci riporta sulle orme dei morti. E di perdere poi le vostre parole, a distanza, come su uno schermo rimasto senza voci. E quel silenzio di doloroso stupore che tiene dietro al trambusto sorto per uno che s’è buttato a capofitto.
  Ma come vive, dopo, in qualche ora di grazia, come diventa tenero questo silenzio. Tutti allora siete presenti, amici miei, nell’imitazione di quell’ideale convito che non riusciremo mai a combinare da vivi. Perché è chiaro che solo nella morte ci riuniremo; che anzi è esso stesso una delle pallide immaginazioni che della morte ci facciamo.
  Quali parole, in tali momenti, sembra di poter pronunciare, con voi vicini. Come nella neve di questi giorni. Della quale verrebbe voglia di parlare se già non la portassero via.
  Ma sul cadere di quest’anno mi concedo un augurio, per gratitudine a tutti voi: che queste parole si aprano, sulla vostra ideale presenza, non troppo lontane da quelle che nella nostra impossibile riunione si direbbero.

 

* Vittorio Sereni, Discorso di Capo d’Anno, «Campo di Marte», a. I-II, nn. 10-01, 1 gennaio 1939, p. 6. Ora in Gian Antonio Manzi, Lettere a Carlo Bo e scritti di letteratura. A cura di Matteo Mario Vecchio. Con due testi di Carlo Bo e di Vittorio Sereni, Firenze, Le Cáriti Editore, 2014 [ma gennaio 2015], pp. 173-75.

I poeti della domenica #317: Umberto Saba, Il canto dell’amore

IL CANTO DELL’AMORE
(Una domenica dopopranzo al cinematografo)

Amo la folla qui domenicale,
che in se stessa rigurgita, e se appena
trova un posto, ammirata sta a godersi
un poco d’ottimismo americano.

Sento per lei di non vivere invano,
di amare ancora gli uomini e la vita.
E le lacrime salgono ai miei occhi,
e mi canta nel cuore una canzone:

«Di’, non ricordi una maglia arancione,
e dello stesso colore un berretto,
che la faceva simile a un’arancia?
Di’, non ricordi la piccola Erna?»

È ancora viva la piccola Erna;
anzi è più viva e più allegra d’allora.
Io la credevo altrove, e qui non sola
la vidi, e in compagnia per la non bella.

«Ero – mi disse poi – con mia sorella
e col suo sposo.» Ed io non t’ho creduto.
O buona, o cara, o piccola bugiarda,
mai t’ho creduto. E di crederti ho finto.

Fummo, un poco, infelici. E quando estinto
lo credi, il cuore a battere ritorna.
E mai non batte così come quando
a lui morto cantavi un miserere.

Non sono cose dolcissime e vere
che ho dette? E non son forse io un solitario?
Ed un poeta? E insieme anche qualcosa
d’altro e di meglio? Or questo a che mi vale?

Se questa folla qui domenicale
mi fosse estranea, mi fosse remota,
un cimbalo sarei che senza grazia
risuona, un’eco vana che si perde.

 

da Cuore morituro, ora in Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara. Introduzione di Mario Lavagetto, Mondadori (‘I Meridiani’), 1988

Tutti i post di Natale #5: Renzo Favaron, Una mattina d’inverno (Natale 1985)

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

Fonte Archivio online Corsera

Una mattina d’inverno (Natale 1985)

Non mi pento di aver fatto il militare,
me ne pentirei se a militare non avessi
fatto parte della truppa…

Max Frisch, Libretto di servizio

 

Babbo Natale ci portò in regalo una bianchissima coltre di neve.
Subito dopo la sveglia, dagli stanzoni e lungo lo stretto corridoio si udì bestemmiare, si udì imprecare concitatamente contro le miserie dell’esercito, senza che fosse risparmiata la clausola che sancisce l’obbligo del servizio militare. Tutti i dialetti d’Italia concordavano su questo punto straordinariamente.Nessuno spendeva una parola a favore dell’obolo che la patria ci chiedeva di pagare. Anzi, più di qualcuno si lasciava scappare affermazioni riguardo all’eventualità di morire prima di offrire il proprio contributo per qualche importante servizio.
Con la speranza che il tempo non subisse mutamenti repentini, da espressioni risentite e piene di rabbia, si era poi passati a tessere lodi al gran freddo. Correva voce che l’abbondante nevicata ci avrebbe risparmiato, almeno per due o tre giorni, di marciare: il largo spiazzo dove ogni mattina ci disponevano per svolgere l’addestramento, era sepolto da cinquanta centimetri di neve.
Intanto fioccava senza interruzione, il vento soffiava attraverso i tetti, i vetri e nei cortili. L’intero edificio sembrava invaso da una soldatesca furibonda, indisposta ad adattarsi, secondo il bisogno, all’improvviso cambiamento, verso cui nessuno si mostrava preparato.
L’idea che potessero esistere caserme prive di riscaldamento era indigeribile. E mal si tollerava che ufficiali e sottufficiali avessero stanze e uffici con stufe e impianti termici efficientemente funzionanti, mentre alla truppa si riservava un diverso trattamento.
La visione della neve ebbe l’effetto di farmi venire in mente il discorso ripetuto dai caporali dell’esercito austroungarico alle reclute di primo pelo. Attraverso di esso il caporale faceva il punto della gerarchia a cui era subordinato l’impero dal punto di vista militare. Elencava il nome di Dio, dell’imperatore, passando ai ghienerali, ai cojoneli, majori, capitani, tenenti, fino ad arrivare ai livelli più bassi della piramide. Una volta tracciato il profilo dei comandanti militari, si soffermava sul ruolo dei soldati, sottolineando malvagiamente: – Pa vegno mi che son tuo caporal. Pa je gnente. Pa la je de novo gnente, pa je merda. Pa la je de novo gnente, pa la je de novo merda, e pa compena te vien ti, che te je mona de soldà -.
Enrico, si chiamava il nostro caporale istruttore. Aveva 28 anni, diplomato e laureando il Lettere. Era schivo e poco socievole. Fumava molto e ci addestrava tra una tirata e l’altra di sigaretta. Nei pressi della casa di Ennio Flaiano trovammo il brolo dove pascolare assieme: stava facendo una tesi su Camillo Sbarbaro. Quando me lo disse, risposi articolando i primi versi di Pianissimo: “Taci/ anima stanca di godere/ e di soffrire (all’uno e all’altro vai/ rassegnata)”. Fu un colpo per entrambi; nessuno dei due si aspettava di trovare qualcuno con cui discutere liberamente di poesie.
Enrico mi è rimasto incastrato nella memoria, anche se non gli ho mai scritto una cartolina.
Salvati quella mattina dai richiami furiosi, dalle ramanzine biascicate, dagli insolenti perepepé dei caporali, si doveva comunque fare i conti con la bassa temperatura presente nelle camerate. (altro…)

Tutti i post di Natale #4: Gianni Rodari, da “Il pianeta degli alberi di Natale”

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

 

 

– Come ti chiami? – gli domandò.
– Marcus.
– Guarda guarda!
– In tuo onore, sai? Fino a ieri mi chiamavo Julius. Sono stato incaricato di riceverti e di farti compagnia. Sono contento che sia toccato a me. E sono contentissimo di fare la tua conoscenza.
– E io, – sbottò finalmente Marco, – sono così contento che ti spaccherei il muso. Roba da matti: ti fanno prigioniero, non si degnano di darti una spiegazione, ti lasciano con l’asilo infantile e buonanotte. Ma io spacco davvero qualcosa, io faccio un macello!
Il viso di Marcus s’illuminò, come se avesse ricevuto proprio in quel momento una bella notizia.
– So quello che ti ci vuole, – disse. – Vieni con me.
Marcus s’incamminò senza voltarsi, e Marco gli tenne dietro: stare o andare, per lui era ormai esattamente la stessa cosa. Percorsero la lunga pista, facendosi largo tra una folla di gente in pigiama e in pantofole. Avevano tutti l’aria di passeggiare sul terrazzo di casa per godersi il sole. La stazione era un edificio basso e lungo: era il primo che Marco vedeva sul nuovo pianeta, e chissà cosa s’aspettava di vedere. Si trattava invece di un fabbricato comunissimo, di mattoni e di vetro. Unica bizzarria, certi vasetti alle finestre, come quelli che noi sulla Terra teniamo per coltivarci gerani e altri fiori di cui non riusciamo mai a ricordare il nome: in quei vasetti, però, erano piantati tanti minuscoli alberi di Natale.
No, non dei semplici abeti: proprio degli alberi di Natale, ornati di festoni e neve finta, di stelle d’argento e di lampadine di tutti i colori. «Ieri è stato il mio compleanno: dunque era il 23 ottobre, – rifletté Marco meravigliato. – Possibile che quassù facciano i preparativi per Natale con tanto anticipo?»
Fuori della stazione interplanetaria cominciava la città.
Cominciava come cominciano tutte le città: con case, strade, una piazza. Case alte, case basse. Più basse che alte, e forse più giardini che case, ma insomma niente di straordinario, se non fosse stato – di nuovo! – per quei segni natalizi fuori stagione.
Ai lati di un viale che correva verso il centro della città, crescevano due interminabili file di abeti, e sui loro rami s’intrecciavano festoni e ghirlande d’argento, e brillavano stelle e lampadine, e palloncini lucenti, rossi, gialli, blu. Insomma, erano addobbati come alberi di Natale, né più né meno.
– Scusa, – domandò Marco. – Ma che giorno è oggi?
– È Natale, – rispose Marcus allegramente.
«Che stupido, – pensò Marco, – dimenticavo che su questo pianeta il calendario della Terra non conta. Laggiù è il 24 ottobre, qui sarà il 25 dicembre».

[…]

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I poeti della domenica #315: René Char/Vittorio Sereni

L’age cassant (1965)

II

En l’état présent du monde, nous étirons une bougie de sang intact au-dessus du réel et nous dormons hors du sommeil.

 

XX

Qui oserait dire que ce que nous avons détruit valait cent fois mieux que ce que nous avions rêvé et transfiguré sans relâche en murmurant aux ruines?

L’età squassante

II

Nel presente stato del mondo,
stendiamo sopra il reale una candela
di sangue illeso e fuori dal sonno
dormiamo.
.

XX

Chi oserebbe dire che quanto abbiamo
distrutto valeva cento volte quanto
avevamo senza posa sognato e trasfigurato
parlando sommessi alle rovine?

René Char, Vittorio Sereni, Due rive ci vogliono. Quarantasette traduzioni inedite, con una Presentazione di Pier Vincenzo Mengaldo, a cura di Elisa Donzelli, Donzelli, 2010

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Da “Diario ordinario” di Ginevra Lilli

Lettera a mia madre.

Non stringere le dita sul mio collo bianco.
A te torno, a te penso.
Penso ai nostri pomeriggi di pace, di silenziosa comprensione,
solidarietà, giochi racconti di tempi andati.
Siamo figli, siamo frecce, falchi, siamo treni lanciati in corsa.
E siamo specchi con i piedi.
Così ti porto riflessa in me.
Ovunque tu vada.

Roma, 14 aprile 2013

 

Quaranta.

Apriti bocca mia.
E divorami.
Mangia le mie idee, dilania le mie convinzioni,
tagliuzzami, incidimi, mordimi,
fammi sparire ancor più dentro di me;
distruggi i miei guai, come fossero confetti:
(crac).
Ho compiuto quarant’anni..

Roma, un sera di settembre 2012

 

Roma.

Roma città mia,
dai denti neri, sampietrini sconnessi.
La chiesa di sguincio di fronte casa,
sopra al Tevere ha una delle tante
cupole, tutte le tette della città.
I turisti ti mangiano,
piano piano,
e sputano le tue ossa ai nostri piedi.
Tanto,
dopotutto,
chissenefrega.

Roccaraso, 8 agosto 2010

.

Ginevra Lilli, Diario ordinario, Marco Saya Edizioni, 2014

Incontri all’angolo di un mattino di Lia Migale

Lia Migale, Incontri all’angolo di un mattino, La Lepre edizioni, 2018, pp. 155, € 16

Nell’anno del cinquantesimo del sessantotto si sono moltiplicati gli eventi di celebrazione di quel tempo e non sono mancate le pubblicazioni letterarie anche da parte delle autrici donne, dato importante che testimonia una necessità di (ri)elaborazione di un evento epocale per la storia italiana e non soltanto.¹ La narrazione ha un portato politico e personale per chi ha scelto di raccontarlo, di difficile “separazione” e che − anzi − non ‘desidera’ (parola chiave) alcun tentativo di dividere il fatto dall’emozione, il contributo passionale dall’esperienza pratica. La critica deve per forza di cose prenderne atto: muoversi sulla soglia significa tentare di spiegare aprendo varchi, disambiguare trattenendo un fondo di ambiguità, concedendo sempre all’autore l’ultima parola; definire è, di per sé, un atto limite se ci si sposta sul piano artistico, ossia dall’altro lato. Potrebbe sembrare una contraddizione ma non lo è: ci si assume la responsabilità di un fallimento − magari parziale − perché non esiste una verità critica assoluta né la possibilità d’accordo con altre verità parziali. Pare che questo sia vero anche nella letteratura, perché ancora più vero è nella vita.

Questa premessa non vuole essere fine a sé stessa ma inquadrare il “genere” dentro cui inserire il nuovo libro di Lia Migale, Incontri all’angolo di un mattino: non si è volutamente proposto il termine “romanzo”, perché si ritiene che questo volume strizzi l’occhio al romanzo ma appartenga più propriamente alla narrazione autobiografica che vede il suo centro in una memoria che si ricostruisce. Questo volume fa dichiaratamente pensare a Autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit (qui), soprattutto per due motivi: il contenuto − è ovvio − e il tessuto del testo, appunto autobiografico, che riconduce la propria forma-sostanza a un assunto proprio di un altro volume che Lepetit pubblicò con la sua casa editrice, La Tartaruga, ossia Autobiografia di tutti di Gertrude Stein (uscì nel 1976). Mi pare di rilievo sostenere che, anche inconsapevolmente (ossia non sempre in termini di militanza), il femminismo e la storia delle donne possano aver assunto il termine “autobiografia” a partire dalla traduzione di un libro fondamentale come quello, scritto nel 1937 e qui diffuso nella seconda metà degli anni Settanta. È un’appropriazione che si rivela senza filtri, ma come spesso accade nell’arte resta dentro un flusso di pensiero meno logico e programmatico − se non per tutte almeno per alcune −, e si manifesta in un “pensare lateralmente”, ossia non seguendo le vicinanze critiche della lateralità ma quelle del “pensiero laterale”, teorizzato da Edward De Bono già nel 1970. Ed è lì che il libro di Lia Migale sembra partire, dal sessantotto della maturità, scolastica e personale, in alcuni primi capitoli in cui si ritraccia con parole vive un contesto di provincia, un personale bagaglio di affetti, lo spostamento a Roma per frequentare l’università nella facoltà di Economia: un’esperienza che cambia tutto. Gli incontri con gli uomini ma soprattutto con le donne; sono splendide le pagine su Michi Staderini con cui Migale fondò, insieme ad altre, la rivista «Differenze», e di cui quest’ultima scrive: «Le sue parole erano il vento del sapere del noi che volevamo essere: libere dai legami, libere di amare, libere di fare, libere di essere.» Una tale affermazione che deve fare i conti con una conquista del “prima” fuori da modelli, scardinati per la prima volta, scavalcati; un’affermazione quasi ovvia oggi ma che, con la percezione dell’entusiasmo di allora, non lo è affatto. (altro…)

Il commissario Magrelli

Il commissario Magrelli

 

Valerio Magrelli, Il commissario Magrelli, Einaudi, 2018; 15 €

«Tutto funziona, solo l’uomo no» è la secca affermazione che troviamo in apertura di libro, in esergo. Una frase intrigante di Hugo Ball, poeta e regista tedesco (1886-1927); intrigante perché dà giustamente adito a un dubbio interpretativo, secondo la sfumatura che si sceglie nella lettura: funziona l’uomo, ma non da solo, oppure proprio soltanto l’uomo non funziona.
E se partiamo dal bivio offerto da questo dubbio sottile, è nel gioco del commissario/poeta che il doppio si esprime maggiormente. Nella quarta di copertina Valerio Magrelli scrive: «Quando ho incontrato il commissario mio omonimo, confesso di essere rimasto sorpreso… mi ha stupito la caparbietà, l’ostinazione con cui l’ho visto viaggiare… la sua specialità sembra consistere nella difesa della vittima…». E subito il doppio prova a spiegarsi, nella prima poesia riportata anche in copertina, il poeta dichiara: «… mi faccio commissario/ della poesia/ e parto sulle tracce dei misfatti/ che restano impuniti a questo mondo». Lo fa con la sua riconoscibile, caratteristica intelligenza.
È sempre un ragionamento il suo. A volte è un “gioco” di parole (a pagina 15, a pagina 21 e a pagina 43 troviamo tre esempi particolarmente efficaci, brillanti), altre volte si tratta di qualcosa di più: Magrelli, da poeta, la rivoluzione la fa rivoluzionando la frase, mutandone i termini e quindi il senso tramite un rivolgimento del pensiero. Così certe frasi di uso comune diventano: «Qualcuno tocchi Caino» (a pagina 29) e «condannato a amore» anziché «condannato a morte» (a pagina 33).
Dentro una rassegna di orrori, questa «piccola ma nutrita enciclopedia del reato» – come lo stesso commissario indica – Magrelli sa scegliere: sceglie, veramente, di prendere le difese della vittima e offre indicazioni precise: «Donne, paesaggio e infanzia,/ tutto ciò che è indifeso, vulnerabile,/ deve restare intatto,/ tabù,/ SACRO». Colpisce questa parola scolpita, “urlata” e inamovibile: stupro, incendio doloso, pedofilia sono dunque ai suoi occhi i mali più sconcertanti, i peggiori reati, intollerabili. (altro…)

Gli Arcani maggiori #7: IL CARRO

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Carro, carta dell’autodisciplina.

 

Se è difficile, per me, raccontarvi, non è per l’emozione.
Immaginate di dover tradurre un concetto che vi preme attraversando il filo di tanti linguaggi, e farlo in modo che il meno possibile si perda. La mia lingua, sapete, è diversa dalla vostra. Ma è diversa anche da quello che io stesso penso, perché mai il pensiero e la parola si possono corrispondere, per quanto ci si sforzi a renderli aderenti. Così, con questo linguaggio ballerino, vi racconterò la storia di un’altra creatura ancora, vi tradurrò quello che ha fatto e che ha pensato il giovane salmone che tempo fa è venuto a spiaggiarsi su quest’argine di fiume.
Immaginate ancora. È primavera: nell’oceano più profondo pesci che si muovono come banchi di seta, guizzi di grigio in delicata sincronia, creature impegnate solamente a esistere. Finché suona per tutti quella che voi chiamereste una sirena, ma è una sirena muta. È un suono concorde, universale, che fa drizzare le pinne a ogni salmone, lo fa inchinare. Una sapienza zitta passa di coda in coda, le loro lische sono corde di obbedienza, e così sfilano, sicuri, affaticati, contropelo al fiume.
Lui li segue. Alla vetta, lo sanno, c’è l’altare. Superati gli orsi, ci sarà la danza, e poi la schiusa, e poi morire. Quasi unica tra tutte, la loro specie sa che il sacrificio è il solo modo per la prosecuzione. Avranno messo al mondo altri salmoni, e i loro corpi saranno buoni a fare alberi; c’è sempre un bosco, sulle vette dove arrivano i salmoni. Lui sale con loro. (altro…)

Le “anime perse” di Umberto Piersanti

Umberto Piersanti
Anime perse
Marcos y Marcos, 2018

Tra Dante e De Andrè! Tra le “anime perse” del sommo poeta e le “anime salve” del sommo cantautore, il passo è per me breve, inaspettatamente breve: perché, malgrado la condanna alla reclusione, le anime raccontate da Umberto Piersanti in questo ciclo di racconti, in questo girone di reietti, hanno la luce dell’attesa della salvezza, o l’illusione della salvezza perché, “in fondo”, sono stati sopraffatti dagli eventi della vita che non hanno saputo dominare, o dalla loro stessa vita che non hanno saputo dominare, perché vivere è fatica, e se si è deboli, ovvero se non si riesce a contenere il senso di afflizione che porta il vivere a una continua autocommiserazione, ebbene, il passo da vittima a carnefice è davvero breve. E allora ecco che Piersanti dà voce a una piccola Spoon River di casi umani – diremmo con terminologia da cronaca spiccia di questi tempi – non ancora raggiunti dalla morte (tolte le eccezioni dello zingaro spavaldo e della giovane Luisa che s’affaccia alla finestra), ma che hanno provocato morte e miseria umana attorno a sé stessi. E dal narrare partecipe, ma non travolto dalle storie, di Piersanti affiora un universo oscuro della mente umana che si rende agli occhi del lettore immediata fotografia della contemporaneità; una contemporaneità che, come dicevo poco fa, è diventata anche cronaca spiccia e quindi è stata abbassata a grottesca rappresentazione di fatti sui quali straparlare in salotti televisivi, senza realmente riflettere. Mentre ciò che Piersanti invita a fare è proprio riflettere sugl’individui, come fecero prima di lui Dante e De Andrè (e in mezzo a questi due estremi, tutta la letteratura universale), e sulle loro vite; vite che, come quella di Rosaria non sono mai state «una linea, una prospettiva, un cammino indirizzato a un qualche fine: no, le loro vite sono state un aggirarsi in tondo, una serie di cerchi concentrici spesso sghembi e lunatici, intercalati tra di loro; vite dove l’assoluta libertà si confondeva con l’assurdo e il non senso.» (altro…)