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I poeti della domenica #335: Rainer Maria Rilke/Giaime Pintor, Ein Gott vermags…/Un dio lo può…

 

Ein Gott vermags. Wie aber, sag mir, soll
ein Mann ihm folgen durch die schmale Leier?
Sein Sinn ist Zwiespalt. An der Kreuzung zweier
Herzwege steht kein Tempel für Apoll.

Gesang, wie du ihn lehrst, ist nicht Begehr,
nicht Werbung um ein endlich noch Erreichtes;
Gesang ist Dasein. Für den Gott ein Leichtes.
Wann aber sind wir? Und wann wendet er

an unser Sein die Erde und die Sterne?
Dies ists nicht, Jüngling, dass du liebst, wenn auch
die Stimme dann den Mund dir aufstösst, – lerne

vergessen, dass du aufsangst. Das verrinnt.
In Wahrheit singen ist ein andrer Hauch.
Ein Hauch um nichts. Ein Wehn im Gott. Ein Wind.

Rainer Maria Rilke
da I sonetti a Orfeo

 

Un dio lo può. Ma un uomo, dimmi, come
potrà seguirlo sulla lira impari?
Discorde è il senso. Apollo non ha altari
all’incrociarsi di due vie del cuore.

Il canto che tu insegni non è brama,
non è speranza che conduci a segno.
Cantare è per te esistere. Un impegno
facile al dio. Ma noi, noi quando siamo?

Quando astri e terra il nostro essere tocca?
O giovane, non basta, se la bocca
anche ti trema di parole, ardire

nell’impeto d’amore. Ecco, si è spento.
In verità cantare è altro respiro.
È un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento.

Giaime Pintor

 

da: Rainer Maria Rilke, Poesie scelte e tradotte da Giaime Pintor. Postfazione di Paolo Barbieri, Milano, La Vita Felice, 2012

proSabato: Sotto il segno di Saturno. Intervista a Susan Sontag (P. Decina Lombardi)

© Lynn Gilbert

Caparbia, vitale, corposa, e non solo d’aspetto. Susan Sontag è una donna che sprizza un gran desiderio, una grande “voglia” di pienezza. Lo dice la sua attività assai varia, segno di molta curiosità e di molti interessi, e lo rivela la sua conversazione. I punti di riferimento di una scarna biografia potrebbero essere lo studio, l’impegno civile, i viaggi, tutte cose che convergono nella sua scrittura. Nata a New York, laureata in filosofia ad Harvard, specializzata a Oxford e alla Sorbona, è critico d’arte, regista teatrale e cinematografica (Duet for Cannibals), ha scritto numerosi saggi (Contro l’interpretazione; Interpretazioni tendenziose; Sulla fotografia; La malattia come metafora); romanzi e racconti (Il benefattore; Kit della morte; Io, eccetera). È considerata una teorica del Movimento di liberazione della donna e della opposizione radicale americana. Insomma, a quarantanove anni, è una delle figure femminili più significative per l’attenzione, lo spirito critico graffiante e la volontà di interpretazione con cui ha affrontato problemi e fenomeni del nostro tempo.
Accanto alla lettura di autori a lei particolarmente cari, quali Artaud e Benjamin, accanto ai numerosi riferimenti letterari, da Nietzsche a Bataille, da Rimbaud a Sade, da Cioran a Duchamp, Sontag ha affrontato nei suoi saggi temi quali la pornografia e l’invecchiamento, il cinema di Godard e quello di Bergman, l’importanza dell’immagine fotografica nel mondo contemporaneo, e l’uso metaforico della malattia: e la mitologia del cancro che rischia, con la colpevolizzazione del malato, di rendere meno reale la malattia. E ancora, troviamo nella sua opera reportages (su Cuba e il Vietnam, la Svezia e la Cina) e riflessioni sulle politiche del Movimento di liberazione femminile.
A caratterizzare questi testi, di testimonianza e riflessione, è la verve polemica, l’impegno morale e, ripeto, una tenace quanto irrefrenabile voglia di decifrare miti ed eventi contemporanei. Le è stata rimproverata l’esilità delle sue analisi teoriche, ma le sue argomentazioni sono sempre sostenute da un poderoso bagaglio di strumenti critici e, soprattutto, da una grande intuizione che a volte, a posteriori, appare profetica.
Un anno fa Susan Sontag ha curato la regia di Come tu mi vuoi interpretata da Adriana Asti e rappresentata in varie città italiane. Questa sua prima regia teatrale l’aveva contrassegnata con una cifra a lei cara: la fotografia. Alla commedia di Pirandello aveva aggiunto un prologo e un epilogo in cui la presenza dell’apparecchio fotografico aveva la funzione simbolica di carpire una testimonianza. Anzi, nella scena finale, l’Ignota era focalizzata in un riquadro, come nell’obiettivo, e sotto il lampo del magnesio la macchina fotografica la fissava, come frammento, prima di riconsegnarla al buio, al silenzio dal quale era uscita per incarnarsi, durante una breve pausa spazio-temporale, in un personaggio da commedia.
Un modo, questo, di sottolineare la frammentarietà dell’esperienza che, seppure con effetti diversi, sia la fotografia che la scrittura catturano e fissano.
L’attitudine alla “cattura”, incontrando la Sontag. mi è sembrata un dato essenziale del suo temperamento e della sua ricchezza interiore. Voglio dire che la sua è una voracità di fare ma anche di capire, afferrare in profondità l’esperienza vissuta. E l’esclamazione dell’eroina di Come tu mi vuoi: “Essere? Essere è farsi”, sembra proprio la sua parola d’ordine.
“Le fotografie forniscono testimonianze…, sono incitamenti al fantasticare…, ma sono anche un potente strumento per spersonalizzare il nostro rapporto col mondo, e la loro conseguenza principale è quella di trasformarlo in un grande magazzino, o in un museo senza pareti, dove ogni soggetto è degradato ad articolo di consumo e promosso ad oggetto di ammirazione estetica”.
Tali concetti, espressi nel libro sulla fotografia, li ritroviamo sviluppati in due dei sette testi della raccolta che sta per uscire da Einaudi col titolo Sotto il segno di Saturno (Under sign of Saturn, saggi scritti tra il ’72 e l’80). Alcuni ritratti fotografici di Walter Benjamin, in cui lo scrittore compare ad occhi bassi e con un’espressione di cupa malinconia, la “Saturnine acedia”, sono lo spunto per ricostruire un carattere e ripercorrere le tappe di un percorso interiore attraverso gli autori prediletti (Proust, Kafka, Baudelaire, Kraus, Goethe).
SS Regalia, un libretto che riproduce uniformi e accessori delle SS e The last of Nuba. un’elegante e accuratissima pubblicazione di fotografie di Leni Riefenstahl, sono invece l’occasione per riflettere su una moda che riabilita “subdolamente” l’erotismo del nazismo. In Fascinating fascism (1975) Sontag lancia infatti un allarme contro quanti, intellettuali e non, quasi inavvertitamente si lasciano conquistare da una tendenza contemporanea ad un’estetica fondata su un’idea di bellezza come purezza, salute, forza fisica. L’esaltazione delle fotografie della Riefenstahl è pericolosa — dice l’autrice — perché i criteri con cui questa artista oggi fotografa i Nuba, una popolazione sudanese dedita al culto della propria bellezza, alla cerimonia e al rituale della lotta, sono gli stessi con cui un tempo, appoggiata e privilegiata dal regime nazista, filmava gli atleti di Olympia (durante le Olimpiadi di Berlino nel 1936) o gli abitanti de La Montagna, pura, rispetto alla valle corrotta, o, ancora peggio, filmava in Trionfo della volontà, l’adesione delle masse al regime di Hitler. La sua posizione non è cambiata, oggi come allora infatti afferma: “Io sono spontaneamente attratta da ogni cosa che sia bella. Bellezza, armonia… Invece ciò che è semplicemente realistico, ordinario, quotidiano e spaccato di vita, non mi interessa”.
I films e le fotografie di Leni Riefenstahl, secondo Sontag, trovano un pubblico perché hanno una loro forza, un contenuto che prende terreno nell’odierno ideale romantico che si esprime in varie forme del dissenso culturale e della propaganda verso nuove forme di aggregazione quali la neo cultura rock, l’antipsichiatria, l’interesse verso il Terzo mondo e il fascino dell’occulto.
La gente, aggiunge Sontag, ama la Riefenstahl per la bellezza formale della sua opera, senza capire il significato del suo lavoro, e la sua idea dell’arte. Alle femministe può anche dispiacere dover sacrificare una donna che ha fatto dei films che tutti ritengono di prima qualità, ma la sua riabilitazione in definitiva è una menzogna. Eccessivo spirito polemico o intuizione, presentimento, di un fenomeno strisciante e pericoloso?
Un manifesto femminista del New York Film Festival del 1973. organizzato da una nota artista che è anche una femminista, rappresentava una bambola bionda il cui seno destro era al centro di un cerchio formato da tre nomi: Agnes Leni Shirley (Varda, Rienfenstahl, Clarce). Oggi la pubblicazione di questo saggio di Sontag, molto più ricco di argomentazioni rispetto al passato, susciterà discussioni e polemiche, o almeno motivi di riflessione? È auspicabile. Per quanto riguarda l’altro versante della scrittura di Susan, lascio parlare lei. (altro…)

Su “Quaderno gotico” di Mario Luzi. Appunti di lettura

Pervaso e percorso da uno stilnovismo che non è solo di forma, e che non sa solo di letteratura, Quaderno gotico di Mario Luzi, apparso la prima volta nel 1946 nel primo numero di «Inventario» e poi nel 1947 per le edizioni Vallecchi in forma definitiva, non è soltanto uno dei piú importanti libri di poesia dell’immediato dopoguerra, ma è anche il piú bel canzoniere d’amore dopo i Mottetti di Montale, non a caso presenti tra le trame del tessuto poetico che Luzi intreccia in queste quattordici poesie.
A un’eterogeneità stilistica fa da contrappunto una ben salda uniformità linguistica, con continui movimenti ascendenti e discendenti che bene rendono la goticità del titolo, disegnando una cattedrale di sentimenti e emozioni che non solo avvolgono l’io ma non escludono il tu che da entità incerta («ombra d’un’ombra» era detto in Avvento notturno) si fa certa («ombra viva»), non solo nell’evocazione e rievocazione, ma nella sua fisicità in absentia («Il volto dell’assente era una spera/ specchiata dalla prima opaca stella/ e neppure eri in lei, era caduta/ fuori dell’esistenza», XIV, vv. 11-14).
Ciò sarebbe sufficiente a giustificare anche la precisa ripresa d’uno stilnovismo tutto cavalcantiano, non dimentico però della lezione dantesca, con le sue impennate e la forte tensione a un’esperienza d’amore che fortifichi l’essere intento a trovare una razionalità anche nell’irrazionale sentimento. Se non fosse che questa tensione, attraversando appunto l’esperienza di Cavalcanti, sfocia inevitabilmente nel desiderio dell’altro e dell’alto, approdando alla grande lezione dantesca; come se Luzi si fosse prefissato di attraversare l’intera parabola stilnovista per narrare la nascita del «Mario irraggiungibile» attesa già dal primo componimento della serie.
Ma i molti echi letterari che s’intrecciano in questo breve canzoniere non devono sviare l’attenzione dal vero centro nevralgico del disegno luziano: l’amore come esperienza totalizzante. Non è una prova di bravura poetica quella che offre Luzi, ma un vero itinerarium in mentis nel quale si cerca di dare le prime risposte, non assolute, a domande assolute, già avanzate nelle raccolte precedenti.
L’aver ridiscusso la propria fede nella letteratura; l’aver esaurito l’esperienza ermetica; l’aver vissuto l’esperienza della guerra; tutto ciò ha messo in forse la figura che l’uomo ha di sé. Ora questo uomo cerca di darsi una nuova vita partendo da un’esperienza totale e assoluta come l’amore, che spinge l’io a tendersi verso un’altra esperienza assoluta: la verità.
Ma se la stagione stilnovista in Montale farà sí che il poeta approdi ai registri petrarcheschi nella Bufera e altro, dove rimane un’apertura alla speranza (cfr. Il sogno del prigioniero), in Luzi si conclude con un risultato certo: l’epifania, dopo «una lunga attesa» di «una figura/ vivida che si spenge in una stanza» (IX, vv. 15-16).
Come ha dimostrato Alfredo Luzi nel suo saggio sulla poesia luziana, «l’importanza basilare del Quaderno nel cammino poetico luziano è proprio nel tentativo di sintesi etica tra natura e mondo della storia, tra realtà immobile ed eventi in movimento».
Quaderno gotico, riprendendo quanto già scrisse Quiriconi, rappresenta l’inizio visibile di un «processo di riappropriazione di una dimensione umana della vita» che riconduce lo stilnovismo nella figura donna-salvatrice a posizioni antipetrarchesche e quindi per diretta conseguenza antimontaliane. Non si ripete in Luzi una tradizione codificata, ma il ‘tu’, non istituzionale, la misura di una precisa dimensione umana raggiunta e desiderata sotto la spinta esercitata dal dolore che comporta questo ritorno a un’esistenza concreta fisica, e non piú solo metafisica, pur rimanendo stabile, anzi accrescendosi, la tensione a ciò che è altro e altrove.
Quello che si va componendo attraverso questi versi è un disegno ottenuto con largo impiego di chiaroscuri: un doppio movimento che dalle tenebre conduce alla luce e che da questa riporta alle tenebre. Anzi, Luzi scopre l’ombra della luce di questa figura femminile che ne ispira il canto: novella Euridice d’un novello Orfeo consapevole di una perdita ma non per questo smarrito e votato all’oblio:

E quando sulla scorta d’un istante
di luce e di delizia ti sciogliesti
nel vento raro fertile di fiori,
ah un soffio sulla fronte era passato,
era tardi, dovevo insinuarmi
nel fitto delle tenebre…
(XIII, vv. 19-24)

Se la morte del padre di Clizia, entrato nell’ombra, aveva spinto Montale a consolare l’amata con uno dei mottetti piú intenti e sofferti, e incluso soltanto a partire dalla seconda edizioni de Le occasioni (1940), qui è l’io-Luzi a «insinuarsi/ nel fitto delle tenebre» sentendosi ormai tutto teso al compimento di un dovere piú grande, che lo costringe a un suo personale descensus ad Inferos dal quale risorgerà per ricercare la parola-luce. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #15: IL DIAVOLO

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Diavolo, carta della crisi.

 

(ma sempre sarà tua.)

In un tempo non troppo lontano di un luogo lontanissimo della foresta tropicale, viveva una pantera più nera della notte. Era lei che la foresta chiamava quando le nuvole andavano in secca e le rocce crepavano attorno al fiume, perché la sua mente era lucida come il suo corto mantello, e allora posava la larga zampa sulla riva e giudicava chi e per quanto tempo aveva diritto ad abbeverarsi. Era sempre lei che stabiliva a chi apparteneva una preda lasciata indietro dai cacciatori troppo sazi, o chi dovesse crescere cuccioli rimasti orfani dopo un combattimento. Tutti si fidavano del suo giudizio, perché era ferma e gentile.
Una notte, la pantera decise di lasciare i sentieri battuti della sua foresta per andare alla città bianca degli uomini, che da secoli era in rovina e che solo un tempo era stata bianca, perché adesso riposava sotto il verde compatto della vegetazione.
Nella foresta tropicale la luna sa essere di latte, ma quella notte c’era luna nuova e la pantera non vide, seguendo le mura diroccate della città, il baratro che si apriva sotto il tappeto di liane e che la fagocitò alla minima pressione delle zampe. Non ebbe scampo, la pantera, e volò per metri prima di cadere in piedi nel fondo asciutto di un pozzo.
Scrollata la polvere, abituati gli occhi a un nero fondo che a stento le faceva intravedere le giunzioni tra le pietre della parete circolare, per prima cosa la pantera chiese aiuto lanciando un vasto ruggito di richiamo.
«Voi dite di me che sono ferma e gentile», disse. «Allora aiutatemi. Sono nel fondo di un pozzo, e non vedo l’uscita. Aiutatemi a tornare alla mia foresta, fuori di qui.» (altro…)

L’innata cura dei viventi: una lettura di “La vita inoperosa” di Marco Caporali (di G. Ghiotti)

A sei anni dall’uscita di Tra massi erratici, Marco Caporali – l’animo più gentile, lucido e appartato della poesia italiana contemporanea – ha pubblicato per le Edizioni Empirìa, che fin dal 1991 accolgono i suoi lavori, forse il suo più importante libro di poesie. Il titolo, bellissimo titolo, è in qualche modo emblematico, La vita inoperosa, ma sulla presunta “inoperosità” della vita tornerò più avanti.
Vorrei partire invece, per addentrarmi in una possibile lettura di questo libro che è il più solido e denso dell’autore, da un verso di Caporali che mi ha spiazzato, incantato, e guidato nella comprensione dell’opera. C’è un’espressione che sarebbe stata un titolo altrettanto esplicativo e centrato, “l’innata cura”, cito dal testo: «Innata la cura/ che ogni vivente a se stesso riserva.»
Mi sono domandato quale fosse – cosa fosse – questa innata cura. Provo ad approntare una risposta: l’innata cura è quella che si profila oltre la soglia di una lingua condivisa, quella che crea una compartecipazione empatica nell’animale, nell’uomo, nella natura tutta.
L’empatia, la pietà per il creato (che ha cura di se stesso e questo libro ne è in una certa misura la prova) nasce, sembra dire il poeta, quando «s’incontra qualcosa che è in te/ con altro da te.» È un’energia potente che si sprigiona, e che, ad andare a cercarla, ritroveremmo in un ipotetico dizionario affettivo della natura sotto la voce “felicità”.
Vi è dunque un legame quasi simbiotico, una relazione innegabile tra l’occhio poetico che osserva e il mondo umano e bestiale che offre al poeta il nudo spettacolo di sé, la nudità scabrosa della vita. In questo, ci troviamo in una zona limitrofa all’esordio di Caporali, Il mondo all’aperto: «Il mondo all’aperto mi guarda». Ma ora, nella Vita inoperosa, è il poeta che guarda al mondo, un movimento reciproco e contrario. E cosa osserva? Non il tutto, ma solo quel che desidera, ciò che servirà alla sua poesia. Il mondo necessario alla sopravvivenza della sua opera. (altro…)

proSabato: Dacia Maraini, Il sangue di Banquo

Una lady Macbeth così non si è mai vista! Tira su la testa! Non ti adagiare su te stessa! Respira, respira forte, forte”! Maria solleva la testa. Tira un profondo respiro. Avanza lentamente verso il centro del palcoscenico. “E ora buttati per terra e rotola!”
Maria sente la voce leggera e suadente di Alfio Coppa che le entra nelle orecchie con dolcezza.
“Anche tu Sandro… rotolate, rotolate… con dolore, con furia, rotolate sui trionfi del potere acquistato con l’assassinio”!
Maria si sdraia per terra e prende a rotolare sul pavimento di pietra nera. La pelle le si aggriccia. Un moto di ripugnanza le irrigidisce i muscoli. Ma si sforza di continuare seguendo la voce decisa e flautata di Coppa. Ad un gesto di lui si ferma; ascolta una musica stridula di seghe, di violini e di voci infantili che sgorga dal soffitto. Sul fondo ecco Peppe con un lungo pezzo di stoffa fra le braccia. Un momento dopo Maria sente il raso molle e freddo scenderle sulla faccia. Fa un movimento con la testa per liberarsi; soffoca.
“Non ti muovere tesoro, non ti muovere”. L’ordine di Alfio arriva supplice e perentorio. Maria si appiattisce contro il pavimento. Fa attenzione ai passi di Peppe che si allontanano lenti e poi cerimoniosamente tornano ad avvicinarsi. Dalle mani guantate di lui cala il telo che le rabbuia la vista. “Macbeth è un signore, Sandro mio, un grande castellano, e tu ti muovi come uno studentello di liceo, non hai maestà non hai peso, sei un disastro, ricomincia”!
Maria sente Sandro che va su e giù per il palcoscenico battendo i piedi sul pavimento. La scena viene ripetuta cinque, sei, dieci volte. E lei è sempre lì sotto il telo, immobile. Coppa sembra essersi dimenticato di lei. Ora mi alzo, pensa, non posso rimanere così mentre gli altri provano. Fa per tirare su la testa, ma viene fermata da un urlo di Alfio. “Giù la testa amore, mi rovini tutto, mi rovini tutto”!
Maria torna a chinare la guancia sul pavimento ruvido. La muffa le sta invadendo i polmoni infreddoliti. Vorrebbe alzarsi, gridare. Ma ha paura di Coppa. Sono sei mesi che non lavora. E lui l’ha presa storcendo il naso. Poi c’è di mezzo un viaggio a Parigi e una paga discreta.
Perciò stringe i denti e beve piano, a piccoli sorsi leggeri, la poca aria che filtra attraverso il pesante drappo rosso.
“Ecco, ora alzati cara… senza mosse sguaiate, così, con lentezza regale… intorno hai torrenti di sangue, il sangue ti trattiene, ti incalza”. Maria spinge in avanti il piede perché ha paura di perdere l’equilibrio. La lunga attesa sotto il drappo rosso l’ha stordita.
“E ora con dolcezza, con lentezza, con grazia, spogliati amore mio”. Maria lo guarda stupita. Questo non era nei patti. E poi fa freddo. E non capisce perché lady Macbeth dovrebbe spogliarsi.
“Cos’è questa esitazione Mariuccia? Un po’ di moralismo di provincia? Su, non fare la sciocca, spogliati”. “Se si spogliano anche gli altri va bene, ma da sola no”.
“Non se ne parla nemmeno cara mia… che c’entrano gli altri? Tu sei lady Macbeth, non gli altri. Se ti dico di spogliarti, puoi farlo tranquillamente, sei una ragazza moderna Maria, cosa sono queste fisime?” Maria rabbrividisce, non sa se per il freddo o per quelle parole che sente improvvisamente dure e vischiose, ricattatorie.
Intanto Alfio è venuto accanto a lei. E le parla con voce gentile, affettuosa. “Tu sai quanto ti stimo tesoro, sei una attrice straordinaria’…
La mano calda, grande, si posa ossessiva sul collo di lei. Maria pensa che forse ha ragione lui dopotutto: forse la sua è solo una impuntatura. “Qui non siamo all’Argentina o all’Eliseo, Maria cara, a fare un Macbeth ufficiale di tutto riposo. Qui siamo in una cantina, stiamo facendo del teatro sperimentale. Qui contano i gesti, le forme, non le parole. Qui gli spettatori sono chiamati a partecipare dall’interno, a stordirsi, a perdersi, non a ragionare secondo la logica fritta e rifritta della tradizione teatrale”…
Maria annuisce stoltamente. La voce di Alfio suona così sincera, così entusiasta, così religiosamente esaltata. “Le parole non comunicano più niente in teatro Maria mia, come dice Artaud il teatro è crudeltà, segno, immagine. E tu sei una immagine soave, con qualcosa di goffo, lo so, di pesante, ma di una pesantezza delicata e conturbante. Il tuo corpo bianco ricorda certe porcellane cinesi, certi budda di maiolica dal sorriso luminoso e benigno. Ecco, io voglio che lady Macbeth sia così: una figura gonfia e misteriosa, un po’ orientale, con qualcosa di enigmatico e di lunare, mi capisci?” Maria china la testa. Pensa che la volontà del regista è sempre indecifrabile e oscura, che più è originale e meno si lascia capire. Un grande regista d’avanguardia tende a mangiarsi i suoi attori, annullandosi nel suo capace ventre artistico. Il sacrificio dell’attore è necessario, scontato.
Ora Coppa si allontana da lei. Insegna a Peppe e a Sandro come stendere il drappo rosso lungo l’impiantito di pietra. “Il sangue di Banquo sta invadendo la scena” mormora con voce assorta: “è il sangue del potere, dello sfruttamento, il sangue di tutti coloro che soffrono e piangono per i delitti della storia.”
Peppe sposta la stoffa scarlatta con gesti lenti, rituali. Ha gli occhi spenti, come drogati. Alfio gli parla nell’orecchio, con voce allucinata. Poi con un salto arriva da lei.
“Ora tocca a te, Maria, chinati verso questo sangue ingiusto, imbrattati le braccia, la faccia, bevilo a lungo sorsi avidi”!
Maria si butta in ginocchio sul drappo e fa per immergervi la faccia, ma Coppa la ferma con un dito alzato, severo e sarcastico: “No, Maria, così sembri una villanella che coglie margherite… Devi spogliarti, devi essere di una nudità abbagliante e arresa… Levati quegli stracci di dosso e sii voluttuosa, scatenata, folle!” Maria ubbidisce ciecamente, incantata. Con un unico gesto rabbioso si tira via la maglia di lana grigia e la butta lontano. Subito sente gli sguardi di tutti appuntati sul suo petto ampio e luccicante. Coppa ha un sorriso estenuato e crudele. Sandro muove lentamente le pupille cupe, prive di simpatia. Peppe la osserva apertamente avido e divertito. (altro…)

Ostri Ritmi #20: Aleš Debeljak. A cura di Amalia Stulin

Riprende da questa settimana la rubrica Ostri ritmi di Amalia Stulin, per una terza stagione che ci accompagnerà qualche mese ancora alla scoperta di autori legati alla letteratura slovena.

Najemniški vojaki

Umiril se je veter v goricah. Vešča buta ob karbidovko.
Večer slabotno diha. Prošnja, neuslišana, v somrak izgine
ob brezbrižnosti boga. Mi od daleč gledamo, kako se od
pravil in nujnosti tresejo nasledniki mogočnega prestola.

Tu dinastije menjajo se v nedogled. Jug in sever, vzhod,
zahod: zvesto služimo. Slavolok prebodel je oblake. Ni sok
murve, kar lepi nam dlani. Ščite tesno stiskamo. V razkosani
deželi trta čaka neobrezana. Samo ugibamo, kako ji je hudo.

Langobardi, Skiti in vladarji Norika: v imenu tuje zmage smo
odpirali zaklade in lobanje. Za nami so ostale prazne jame.
Zdaj počivamo. Končana je naloga. Začeti znova je težko.

Tudi vid nas pušča na cedilu. Kar sploh lahko ugledamo, je
enostavni red predmetov. A to je malo, manj kot nič. Še
obrazov ne spoznamo, ko včasih luža nam nakloni lastni lik..

Mercenari

Il vento si è calmato tra i vigneti. Una falena sbatte contro la lampada.
La sera respira debolmente. Una supplica, inascoltata, scompare al crepuscolo
nell’indifferenza del dio. Noi osserviamo da lontano, come
tremano per il dovere e la necessità i successori all’immane trono.

Qui le dinastie si succedono all’infinito. Sud e nord, est,
ovest: serviamo fedelmente. L’arco trionfale ha trafitto le nuvole. Non è
succo di more che ci appiccica le mani. Stringiamo forte gli scudi. In un paese
smembrato la vite aspetta, non potata. Intuiamo solo quanto soffra.

Longobardi, Sciti e signori del Noricum: nel nome di vittorie straniere
abbiamo aperto tesori e crani. Dietro di noi sono rimaste caverne vuote.
Ora riposiamo. La missione è conclusa. Ricominciare è difficile.

Anche la vista ci abbandona. Ciò che possiamo ancora scorgere è
il semplice ordine delle cose. Ma è poco, meno di niente. Nemmeno
i volti distinguiamo, quando il fango ci rimanda le nostra stessa immagine.

 

Mesto in otrok

Noben stok, zares, ni brez namena. Le kadar arhangel
se nam prikaže kot v planini modri svišč, za bežen hip
morda spoznamo, kje stoji izbrana domovina. Ne bo zamrl
tvoj babilonski vrišč. Zato ne spijo pesniki. Naloga

zdaj se jasna zdi: to bo kronika in v njej bolečina.
Velika kot gruda ledenika, ki se topi. In preplavi
nasade maka in vasi, tarče v frizu vitkega portala in
razkošne gube turškega srebra: vsaka solza te poglobi.

Stojiš na skali, ki se ne premakne. Okrog tebe svet se
kruši v prepad. Ti piješ živo vodo. Črpaš jo iz ust
ljudi, ki s tabo dihajo. Zraven so kot dokaz, ko se

zjutraj spet rodiš. Kot tale pesem. Še malo in utišal jo bo
plaz. A tisoč odmevov se namesto nje pognalo bo v zrak.
Ker ljubezen, ki teče ti skoz žile, je seme, cvet in sad..

La città e il ragazzo

Nessun lamento, davvero, è insensato. Solo quando l’arcangelo
ci appare come una genziana blu in montagna, per un fugace istante
forse capiamo dove sta la dimora prescelta. Non si spegnerà
il tuo baccano babelico. Per questo non dormono i poeti. Il compito

ora pare chiaro: sarà una cronaca e in essa un dolore.
Grande come il blocco di un ghiacciaio che si scioglie. E travolge
campi di papaveri e villaggi, bersagli nel fregio di un portale slanciato e
sfarzose pieghe di argento turco: ogni lacrima ti scava più a fondo.

Sei fermo su una roccia che non si sposta. Attorno a te il mondo
precipita nell’abisso. Tu bevi acqua viva. La succhi dalla bocca
delle persone che con te respirano. Sono lì accanto, come una prova,

quando la mattina rinasci. Come questa poesia. Tra poco la valanga
la metterà a tacere. Ma al suo posto migliaia di eco si spargeranno nell’aria.
Perché l’amore, che ti scorre nelle vene, è il seme, il fiore e il frutto.

(altro…)

Gli Arcani Maggiori #14: LA TEMPERANZA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Temperanza, carta dell’armonia.

Temevo che non si sarebbe mai arrabbiata. Davvero, fino a stamattina avevo il dubbio che in lei non esistessero gli enzimi della rabbia, tanto riesce a mantenersi composta e gentile anche nelle occasioni ad alto tasso di pericolosità. Ha il dono mimico e facciale del disgusto, questo sì, ed è facile capire quando qualcosa la disturba. Ma i suoi nervi non hanno scatti, le sue parole non hanno violenza. È la vestale del controllo, la sacerdotessa della quiete e della buona educazione.
È la mia amica più cara, in una maniera che attinge ad altri tipi di rapporti e li fa suoi, come se il perimetro dell’affetto amicale non bastasse a definirmi le molteplici carte che a vicenda gettiamo sul tavolo della nostra familiarità: è la sorella che ha la mia dimestichezza, la madre che mi protegge, perfino la figlia per la quale ritrovarsi a pregare in silenzio anche senza avere il dono della fede. Ed è la maestra che fallisce a insegnarmi la dote della pacatezza, perché il mio cuore è tutta una baruffa, e la mia mente non assorbe nessuna scheggia molesta del reale senza dare in incandescenza nel giro di qualche istante.
La mia rabbia non si risparmia neanche con lei. Le ho inventate di tutte, per farla impazzire nel tempo. È alta e luminosa, per me, e tanta è la meraviglia di essere stata scelta alla sua confidenza che anche se sta parlando di aerodinamica delle noci io improvvisamente penso di essere uno scoiattolo e che lei mi stia giudicando per come le faccio ruotare per immagazzinarle nel mio buco di abete.
«Tu non sai cosa ho passato nella mia vita!», le dico, e vado giù a sciorinare i miei dolori stiracchiatamente attinenti alla questione da lei sollevata, umiliata dall’idea preconcetta che non possa capirli fino in fondo e attenta a mantenere su qualcuno di loro un alone di mistero per farli sembrare più sontuosi. (altro…)

I poeti della domenica #332: Niccolò Tommaseo, La mia lampana

 

La piccola mia lampa
.  Non, come sol, risplende,
.  Né, com’incendio, fuma;
.  Non stride e non consuma,
Ma con la cima tende
.  Al ciel che me la dié.

Starà su me sepolto
.  Viva, né pioggia o vento,
.  Nè in lei le età potranno;
.  E quei che passeranno
.  Erranti a lume spento,
.  Lo accenderan da me.

 

da Niccolò Tommaseo, Poesie [1872], a cura di Simone Magherini, Società Editrice Fiorentina, p. 133

proSabato: Lucia Drudi Demby, Il lungo solco

Era blu. Un bel blu brillante. Blu notte. Morbido feltro blu notte, vellutato. Col nastro di gros-grain un po’ più chiaro, o forse un po’ più scuro, questo non lo ricordo, ma luccicante. E se fosse stato d’oro, d’oro zecchino, non mi avrebbe dato un piacere più acuto, e in qualche modo più onesto. Sì, amavo le cose oneste, allora, e i grandi gesti di gentilezza. Era blu, dicevo. Era il mio cappello. Il primo cappello della mia vita, e il mio cuore era pieno di gioia, una gioia forse senza senso, una gioia che inaugurava il giorno col mio bel gesto di togliermelo. Lo amavo forsennatamente e teneramente, con malcelata impetuosità di paladino. Proprio così, mi sentivo allo stesso tempo una principessa e un paladino, Clorinda e Tancredi, Pelle d’Asino e Rolando a Roncisvalle, mentre mi scappellavo con gaiezza varcando il grande arco delle mura dietro a cui si apriva il vuoto celestiale del mattino.
Ero perennemente innamorata, innamorata senza modestia, e non mi chiedevo di chi. Ma soprattutto ero felice, perché avevo appena vissuto una decisione, e ogni decisione contiene una felicità, è allo stesso tempo un modo di arrendersi e di trionfare. Persino morire, dicevo a Veronica, può essere così, felicità di arrendersi e di trionfare. Avevo diciotto anni, capisce, e immagino che a diciotto anni sia più o meno comune a tutti, questo sentimento del varcare, del valicare: di poter vivere ogni momento come il gesto di valicare una barriera caduta davanti a noi d’improvviso e senza rumore.

Questo forse significava quel gusto benedetto di mettermi il cappello solo per il piacere di togliermelo, con ampiezza, con festosità, generosamente, mentre il mio cuore poneva a terra il ginocchio davanti al Graal lucente del giorno. Veronica non era così. Anche se il padre faceva l’assicuratore, Veronica era una contessa. Possedeva un castello ricamato d’edera, al di là delle crete, e teneva il suo cappello grigio argento come un elmo, il bavero del pellicciotto come una visiera. Guardava le cose attraverso le verdi fessure dei suoi occhi mongoli, e nascondeva il volto e se stessa come una inferma preghiera. Perché Veronica era innamorata. Innamorata davvero. Di una persona precisa, voglio dire, e questo la poneva a guerreggiare silenziosamente col mondo. Anche lei aveva diciotto anni, ed era bella e triste, e felice di essere triste. La tristezza, a diciotto anni, è tanto amata perché è un modo di conoscenza: è l’ostacolo che santamente ci fingiamo per impedire alla fantasia di correre troppo, di estenuarci, straripando. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #13: LA MORTE

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Morte, la carta della Nigredo.

La ragazza del libro si chiama come te, Lotte. Perfino adesso non so chi di voi due ho nominato.
Io ti detesto.
L’uomo in divisa chiede a quelli che sono in fila la cintura. Non perché possa diventare un’arma; solo perché pensa che la fibbia potrebbe fargli perdere tempo procurando un falso allarme. Esclude che possano usarla per strangolarmi, se anche volessero: la mia porta è blindata, i miei comandi sono inaccessibili. L’unica persona che potrebbe far cadere deliberatamente questo aereo sono io.
Solo questo ti avevo chiesto, Lotte: di avvisarmi. Ma tu sei stata zitta, perché sei gentile; e l’hai sposato. Hai lasciato che lo scoprissi da me e sei scoppiata in pianto, dopo, a migliaia di chilometri da me che urlavo, singhiozzando nel telefono che nessuno di voi due aveva avuto il cuore di farmi soffrire.
Da quanto sognavo di volare questa tratta.
Lascia che io mi precipiti a dimostrarti quanto mi è cara la vostra premura. (altro…)

Amelia Rosselli: ‘Pastiche per Ferruccio’ e un inedito

Oggi ricordiamo Amelia Rosselli nel ventitreesimo anniversario della sua scomparsa, l’11 febbraio 1996. Come redazione proponiamo due poesie: una poco conosciuta e l’altra inedita.

[Pastiche per Ferruccio]

Come
se da tanta autobiografia, nascesse il
parto delizioso, delle cose friabili

se dal riottoso incontro con la specie
tutto ciò che è imperfetto e colpevole
voglio io recitare,

fallimentare realtà
o paura dell’ordine,
con fusione soffusa

d’amore poter restituire ai miei persi
soldati l’impero intero del vivere!

Vorrei che
mi si salutasse con gran fragore o che
un attonito silenzio fatto di stupore

corrugasse la fronte a quei bifolchi.

.

Luce bianca livida o viola
è ciò che resta
dopo tanti lividi sonni
tante piccole cupole.

Si desta per ricapitolare
poi si mangia vivo
di vuoto o stizza
sempre in lizza.

Ha fratelli giocondi
sono chiari e non bui.

Ma buio s’è fatto
nel mio cuore evanescente
indisciplinato maestro
della poesia.

Il sonno picchia
duro sulla porta
i miei occhi giacciono
ballocchi in terra.

Sono viva come può
un morto essere desideroso!

È colpa di te
che ti arrangi
a colpi di scure
stravvolgendomi.

Mi hai assassinato il cuore
e la mente s’arrabatta
senza cuore!.

Nota di lettura

La prima poesia, esclusa dalla raccolta Documento e datata marzo 1968 secondo la ricostruzione di Amelia Rosselli in Una scrittura plurale, raccolta di saggi a cura di Francesca Caputo (Novara, Interlinea, 2004), è intitolata Pastiche per Ferruccio. La seconda, senza titolo, non è mai apparsa prima, neanche nel Meridiano dedicato ad Amelia Rosselli. Entrambe sono tratte da «Quotidiano Donna», Anno IV, n. 6, 20 marzo 1981. Lì furono pubblicate senza titolo insieme a Diario ottuso, allora inedito anch’esso.
La trascrizione di Pastiche per Ferruccio proposta in rivista risulta infedele rispetto a quella del volume del 2004; si è deciso pertanto di rispettare la più recente, basata su materiali d’archivio, considerando anche l’articolo di Fabrizio Miliucci, “Cosa ho voluto fare scrivendo poesie?”. Autodeterminazione e assillo metrico in Amelia Rosselli, apparso nella rivista «Incontri», Anno 30, 2015, Fascicolo 1, pp. 13-22. La seconda invece presenta una proposta di edizione.
Entrambe le poesie apparvero all’interno di un articolo-intervista voluto da Adele Cambria, un pezzo originale che sarà proposto sul nostro blog nel pomeriggio.

(AT)