letture

Via Crucis, di Francesco Scarabicchi

scarabicchi

La voce in altra lingua

di Angelo Vannini

 

Giorni fa, di passaggio ad Ancona, ricevo un libricino in dono. È una Via Crucis, scritta da Francesco Scarabicchi e pubblicata nel 2018 dalla casa editrice L’arcolaio di Gian Franco Fabbri, con una prefazione di Vincenzo Consolo e la postfazione di Diego Conticello. Quaranta pagine appena, che sfoglio e leggo mentre cammino.
Reca, questo libro, una data sicura: sono poesie composte tra il 1992 e il 1994. Un cammino di tre anni, nella brevità delle sue tappe. Tappe? Piuttosto sussulti, un improvviso quanto effimero riprendere del fiato. Una via che non ha sosta alcuna, se non nella caduta. Una via in anni che bruciano, dal sapore – sempre vecchio, sempre nuovo – della guerra. Allora non resta che percorrere la terra, per trovare rifugio lungo «vie private», spazi solitari e appartati in direzione del sogno. La ricerca di una lingua sconosciuta, mai parlata da nessuno. Una lingua auspicata per la nostra lingua. Una voce, se non tace.
Da dove viene la voce, e quando? Tre anni, in quindici sussulti. Penso alla durata, al tempo impiegato da Francesco. Suoni che restano nell’aria per meno di un secondo, brevi fiati. Parole che passano e scompaiono, al tempo stesso della loro pronuncia. Parole che invece durano perenni. Quali?
A caratterizzare questa Via Crucis è la Passione di cui si tratta, che non è religiosa, non è teologica, ma storica. Ecco allora La condanna: eterna è la parola se non concede uscita. (altro…)

«In lontane chiarità». Studi per Mario Luzi; presentazione del volume a Roma

Spazi900: letture, incontri, confronti

4 giugno 2019, ore 17,00

Presentazione volume

«In lontane chiarità». Studi per Mario Luzi (con alcuni inediti)
a cura di Paolo Rigo e Laura Toppan (Aracne, 2018)

 

Saluti
Andrea De Pasquale
Direttore della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma

Interventi
Paolo Di Paolo, Giulio Ferroni, Claudio Giovanardi

Modera
Eleonora Cardinale

Saranno presenti i curatori

Nell’ambito del ciclo Spazi900: lettura, incontri, confronti, presso la Biblioteca nazionale centrale di Roma sarà presentato il volume  «In lontane chiarità». Studi per Mario Luzi (con alcuni inediti), a cura di Paolo Rigo e Laura Toppan, edito da Aracne nel 2018.
Mario Luzi (1914–2005) è stato una figura chiave della letteratura italiana del Novecento, secolo che ha attraversato quasi completamente. All’indomani del primo centenario dalla nascita, questo volume riunisce interventi di vari studiosi su diversi aspetti della produzione di Luzi, ovvero la poesia, le fonti, la metrica, la saggistica, il teatro, la critica cinematografica e l’insegnamento della letteratura comparata. Accoglie inoltre la riflessione del poeta e traduttore Valerio Magrelli, oltre ad alcuni inediti luziani.

http://www.bncrm.beniculturali.it/it/790/eventi/3054/

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I poeti della domenica #362: Bartolo Cattafi, Mare

Mare

Messo dentro tutto
in ordine piegato
la barca i remi il mare
liscio crespo turbato
tinte chiare e cupe
i venti leggeri dell’estate
quelli più pesanti per l’inverno
corri a prendere il treno
spacca in due la folla
arriva issati parti
perdilo
fa lo stesso
siediti a terra
e viaggi lo stesso
è tutto mare
altissimo mare,
te la sogni la terra.

 

da Bartolo Cattafi, Tutte le poesie. A cura di Diego Bertelli. Introduzione di Raoul Bruni, Le Lettere 2019

I poeti della domenica #361: Bartolo Cattafi, Forse i Greci avevano ragione

Forse i Greci avevano ragione

E che ne sai
se fai saltare le mattonelle azzurre
il disegno dei pesci e delle alghe
le pietruzze smaltate tipo parete di pescheria
che c’è sotto?
Chi ha il batiscafo
il vetro spesso il riflettore d’abisso
il dono di flottare
già nell’eternità?
Forse i Greci avevano ragione
forse Scilla e Cariddi sono spie
faville emerse a vincere
ad annerire il sole di mezzogiorno.

da Bartolo Cattafi, Tutte le poesie. A cura di Diego Bertelli. Introduzione di Raoul Bruni, Le Lettere 2019

proSabato: Giovanni Comisso, Rimpianto del tempo

 

Sono decisamente un conservatore. È stata per me una gioia memorabile, ritornando a Londra dopo parecchi anni, vedere che alla Stazione Vittoria mi aspettavano gli stessi tassì di allora; e fu lo stesso a Parigi con i conducenti invecchiati ingrassati al volante, che parevano essersi conformati alle dimensioni della piccola cabina. Provai anche gioia nel constatare che i negozietti del Quartiere Latino non avevano affatto alterato le mostre di molti anni a dietro. Tanto quelli di arredi religiosi che quelli di mode non erano mutati. Sembra un assurdo che nella città della moda non cambiassero le linee dell’abbigliamento, ma viene come per il mare che muta di continuo, ma risulta sempre quello.
Invece la mia città mi dispera con il suo continuo mutare credendo di progredire. Non è possibile andare a cercare in una strada abituale un negozio, una bottega di artigiano che vi fu per lungo tempo. Un arrotino che si era abituati a trovare curvo sulla macchina nel suo antro semibuio, in capo a un ponte, si è trasferito in altra strada con maggiore disponibilità di macchine, di merci e di luminose attrazioni. Un vecchio che aggiustava tanto bene tutti gli apparecchi quando si guastavano e lasciava sulla porta un cartello, se era assente, nel quale avvertiva sarebbe tornato subito, è scomparso. Forse è morto, la sua bottega non esiste, più certo è scomparso, è uscito e non è più tornato e nessuno ha pensato a sostituirlo.
Una osteria placida per le sue luci è sparita, la padrona che aveva un sorriso gioviale nell’accogliere il cliente ha venduto tutto e vive oziosa assieme a una figlia che si è sposata. L’altro ieri ho avuto appunto l’occasione di rivederla e mi pareva venisse da una emigrazione lontana, tanto era mutata da quando appariva al banco contro lo scenario delle botti lucenti.
Un caffè ospitale, con belle poltroncine di velluto rosso per ragionarci tra amici quando si aveva voglia di conversare, è stato annullato del tutto è trasformato in un grande negozio di occhiali.
I caffè le pasticcerie della città, dove le signore si davano convegno nel pomeriggio per orientare il loro spirito di società, non esistono più. Tutti sono stati trasformati in bar all’americana, dove si entra per prendere qualcosa Rimanendo in piedi e per fuggire subito. Sembra che un’alluvione abbia rovistato ogni aspetto consueto e con le sue acque travolgenti con pantano e sassi abbia riplasmato tutto diverso.
Non è da paragonare questo mutamento a quello che può dare una rivoluzione, perché a Mosca, quindici anni dopo che la sua vita sociale era stata messa a soqquadro, si vedevano ancora sulle cuspidi del Cremlino le aquile imperiali dorate, e nella Piazza Rossa vi erano ancora le troiche che con i vetturini barbuti di un tempo, mentre un richiamo dipinto su una lastra di ferro, appeso al muro, crivellato dai proiettili rivoluzionari e dipinto olio, indicava ancora un negozio di busti per signora.
La precarietà nelle abitudini degli aspetti di una città dove si è costretti ad abitare mi dà tanto fastidio, perché ve ne è già troppa nel giro della vita. Io sono conservatore amo la stabilità che illude di essere immortali. Ogni abitudine è conservata allontana dal senso di morire e di mutarsi in cenere. È così bello, al sorgere di ogni giorno, vedere e si ripetono gli stessi fatti: alle otto intendere la voce del lattaio, alle dieci quella del postino, poi andare in città per gli acquisti necessari. Non è vero che la ripetizione nel tempo delle abitudini dia noia all’uomo. Il contadino, che è l’essere più naturale della terra, mi dimostrava, quando vivevo accanto alla sua casa, che riesciva ad avere sempre un nuovo entusiasmo al ripetersi uguale delle opere nel giro dei giorni e delle stagioni.
Quando per uno sciopero il postino non arriva o il tranvai non porta più in città, ci si conturba amaramente, perché si avverte che la vita si è tolta la maschera ed è apparso il suo volto veritiero che è quello tremendo della precarietà, nel suo cinico scorrere e mutarsi. Già troppo sappiamo di essere fragili e mutabili nella ruota del tempo, che il non trovare più lo stesso negozio allo stesso posto della stessa strada è come se fosse morto qualcuno della nostra casa o fossimo stati esiliati dalla nostra città natale. (altro…)

Mattia Tarantino, poesie da “Fiori estinti”

 

Fiorire

Dolore di fiorire questo cardo
che collassa nella luce.

 

Nella torre

Nella torre la lingua mi respinge
al precipizio della sillaba e fa polvere
del nome, sbriciolando
l’inverno che abitò la terra santa.

Ora le vie del canto sono aperte:
vengano i fiori e tutte le creature
a sputare sui miei versi; accorrano
alla soglia innominabile che al buio

dal buio accede e sta sventrando.

 

La terra del verme

Allora donatemi
il cerchio e la croce. Non temete
questa parola che nasce
in altri mondi, dove nerissimi
gigli affliggono e azzannano.

Amate anche il canto
finale del passero; le astuzie
che nutrono i morti. Altrove
è la terra del verme, ma solo
al di qua può regnare col cuore.

Prima che carne nient’altro
che carne nutrì il fiore ossuto.
Prima che acqua nient’altro
che acqua devastò la mancanza
di forma: tutta loro è la colpa.

Ecco, amate
ostinati la grazia, le impervie
vie della sorte e mai, mai
la sciagura dello stare.

(altro…)

Ostri Ritmi #23: Tone Škrjanec

 

Bitchkraft (Political Song)

vsi smo čaj.
topli smo in dišimo
in gozdovi so naši.
noge se nam pogrezajo
v vlažen mah
kot v tepih.
pokljuka.
bogovi smo..

Bitchkraft (Political Song)

tutti siamo tè.
caldi siamo e profumiamo
e i boschi sono nostri.
i piedi ci affondano
nel muschio umido
come in un tappeto.
Pokljuka.¹
siamo dei.

.

Staroljubljanska zgodba (von Hinten)

obrazi so si enaki kot dnevi.
tretje oko je skrito v razporku hlač.
tlakovana ulica se zlagoma spušča
in midva z njo.
ne z roko v roki
ali z glavo na rami,
temveč tako tiho,
da se brezskrbno odpirajo okna.
noč je mehka odeja,
zmečkana tišina potegnjena
preko slamnatih las.
zamolkli govor počasne zelene reke..

Una storia da Ljubljana Vecchia (Von Hinten)

i volti si somigliano come le giornate.
il terzo occhio è nascosto in uno strappo nei pantaloni.
la via lastricata scende indolente
e noi con essa.
non mano nella mano
o con la testa sulla spalla,
ma in un tale silenzio,
che le finestre si aprono senza fretta.
la notte è una morbida coltre,
un silenzio stropicciato tirato
su capelli di paglia.
il discorrere cupo di un lento fiume verde.

(altro…)

I poeti della domenica #360: Nanni Balestrini, da “Blackout”

 

1
di fronte a un panorama di immensa bellezza
che si apre sui ghiacciai

la vista è incomparabile col bel tempo ma è
spesso offuscata dalla nebbia

panorama superbo sui seracchi e i crepacci del
ghiacciaio sulla vallata e le montagne circostan-
ti

panorama grandioso sull’immenso ghiacciaio e le
cime scintillanti che lo dominano

con una vista meravigliosa sull’Aiguille du Midi
che appare vicinissima e sulla vallata e le mon-
tagne a O. e a N.

fino alla pianura lombarda a Milano e agli Ap-
pennini e dal lato opposto fino a Lione e alle
Cevenne

avvolto dall’immenso silenzio e dall’abbagliante
splendore del ghiacciaio sotto l’azzurro nitido
del cielo

increspato da onde di ghiaccio e da seracchi co-
me un fiume che discende nella vallata

lo sguardo distingue le cime dell’Oberland da un
lato e le alpi marittime da quello opposto

lo sguardo sprofonda a picco da una parte e dall’
altra sui due versanti

colori nitidissimi sagome sfrangiate di nuvoloni
carichi di pioggia sprazzi di azzurro

un azzurro fiume di jeans

 

© Nanni Balestrini

I poeti della domenica #359: Gabriella Leto, Io so che cosa è il male

Gabriella Leto
18 marzo 1930 – 19 maggio 2019

 

Io so che cosa è il male
il suo affondo spietato
il calcolo venale
di violenza e di frode
e il suo perversare.
Ma il peccato – che muta
nei tempi e nelle mode
le sue passioni amare
non so che sia – lo ignoro
certo è vita vissuta
forse senza decoro.

 

da Aria alle stanze, Einaudi 2003

proSabato: Sandra Petrignani, Elsa Morante: madre barbara e carnale

«Tutte le volte che l’arte, oltre a farci conoscere le cose, ci dà il superiore benessere di riconoscerle, vuol dire che ha toccato e sfiorato qualche grande immagine primitiva, anche se non sa dircelo il nome. E sono lì immagini affidate ai miti e poi alle favole». Giacomo Debenedetti scriveva queste parole a proposito di Elsa Morante in un saggio raccolto nel volume Intermezzo (Milano, 1963), sottolineando quanto la scrittrice «ci attira a cercare il nocciolo della sua verità nei domini del mitico». La grande immagine primitiva che torna in ogni libro di Elsa Morante ha un nome imponente e preciso: si chiama Madre, e come nelle favole, assume le sembianze a volte di madre-fata, a volte di madre-matrigna, a volte di fata e matrigna insieme. Nessun altro scrittore ha saputo sondare l’inferno/paradiso del materno con altrettanta lucidità, disperazione e ferocia. I miti sono feroci ed Elsa Morante è stata narratrice crudele nello svelare, senza addolcimenti di maniera, il contenuto profondo, barbaro e violento della maternità.
Nel 1970 in un saggio introduttivo a un volume su Beato Angelico che intitolò Il beato propagandista del paradiso (in L’opera completa dell’Angelico, Milano, 1970) dice lei stessa: «… i santi dell’arte mi si fanno riconoscere perché portano sul corpo i comuni segni della croce materna, la stessa che inchioda noi tutti. Solo per aver scontato in se stessi, fino alla consumazione, la strage al comune, i loro corpi hanno potuto, a differenza dei nostri, rendersi al colore luminoso della salute». Cos’è la «croce materna» e perché «inchioda noi tutti»? Tutti, uomini e donne, abbiamo un’esperienza comune la separazione dal corpo della madre, la cacciata dal limbo. E «fuori del limbo non v’è eliso», recita il verso di una poesia introduttiva a L’isola di Arturo (Torino, 1957). E in Aracoeli (Torino, 1982): «Vivere significa l’esperienza della separazione».
La «croce» è dunque quell’antico abbandono, il tradimento originario che dobbiamo tutta la vita scontare. I romanzi di Elsa Morante sono drammatizzazioni di quell’evento indicibile. In tante variazioni possibili, attraverso diverse incarnazioni del rapporto madre/figlio siamo chiamati a confrontarci con la nostra ferita primordiale, con l’abbandono e la separazione iniziali, iniziatici.
Che il rapporto sia idilliaco e appassionato, carico di odio e incomprensione non fa differenza. L’esistenza è comunque un’illusione destinata provvisoriamente a velare la verità della morte; la bellezza è illusione, maschera temporanea della putrefazione del cadavere; la giovinezza è illusione, aspettativa leopardianamente vana di una festa che non verrà o verrà deludente o mortuaria. Forse nessun altro scrittore, se non Kafka, aveva voltato il pugnale nella piaga con altrettanta crudezza e senza mediazioni.
L’originalità della Morante su questi temi, rispetto agli scrittori che sempre si citano per lei, appunto Leopardi, Kafka, Schopenhauer, sta proprio nell’aver ricondotto lo strazio e la contraddizione insiti nella condizione umana a un moderno carnale «trauma della nascita». E questo senza indulgere a didascalici psicologismi semplicemente mostrandoci il girare a vuoto dei suoi invasati passionali personaggi, il loro vano tormento, lo scacco delle loro umili ho sproporzionate ambizioni. Ricorriamo ancora ad Aracoeli, straordinario romanzo finale in più sensi (oltre una lacerazione e una rivelazione tanto definitive quale strada ancora avrebbe potuto percorrere la Morante?): «Per troppi anni non ho voluto riconoscere, nei giri monotoni della mia canzone, il tema ossessivo di un destino necessario. E finalmente vedo adesso tutta la ridicolaggine di certi miei contorcimenti assurdi, nei tentativi ripetuti di uscite dalla mia pelle. E dalle tante camminate e rincorse e accattonaggi di me che andavo mendicando risposte d’amore contro ogni riconferma spietato della Necessità. E le attese incalcolabili di una smentita. E le ricadute. E i sorrisi confidenti davanti a facce fredde. E le povere gratitudini per concessioni svogliate. E i brividi e le presunzioni irrisorie. Niente. Nessuna risposta. Da quando ho perso il mio primo amore Aracoeli mai più mi si è dato un bacio d’amore».
Manuele il protagonista del romanzo ha avuto un’infanzia felice: è stato amato teneramente dalla madre Aracoeli d’un amore avvolgente, totale, esclusivo. La sua fortuna non l’ha però messo al riparo dalla «croce materna». Aracoeli s’ammala e lo rifiuta, fugge e lo abbandona, muore e lo lascia definitivamente e per sempre. Comincia il suo destino di reietto. Se nemmeno la madre ha saputo conservare l’affetto e proteggerlo dalla crudeltà della vita, chi mai potrà farlo? L’esperienza del rifiuto viene rivissuta in mille altre variazioni possibili attraverso la crudeltà di «carnefici» diversi e diversamente motivati. Manuele crede di sapere la ragione della sua infelicità: è brutto e sgradevole, Aracoeli l’ha amato finché era un bambino bello e riccioluto che suscitava l’ammirazione dei passanti. La favola del brutto anatroccolo è qui offerta capovolta secondo un procedimento tipicamente morantiano. Pensiamo alla fiaba del carbonaio in Menzogna e sortilegio (Torino, 1948), dove il principio cristiano «gli ultimi saranno i primi» è ribaltato: gli ultimi resteranno gli ultimi. E la legge dantesca del contrappasso viene ironicamente corretta: il signore che non faceva nulla in vita continuerà a sollazzarsi da morto, il macellaio che sgozzava sarà sgozzato, il carbonaio che bruciava gli alberi per fare carbone sarà straziato è bruciato. (altro…)

Non importa ormai vivere bensì la vita, Juan Carlos Mestre

 

ANTEPASADOS

Mis antepasados inventaron la Vía Láctea,
dieron a esa intemperie el nombre de la necesidad,
al hambre le llamaron muralla del hambre,
a la pobreza le pusieron el nombre de todo lo que no es extraño a la pobreza.
Poco es lo que puede hacer un hombre con el pensamiento del hambre,
apenas dibujar un pez en el polvo de los caminos,
apenas atravesar el mar en una cruz de palo.

Mis antepasados cruzaron el mar sobre una cruz de palo,
pero no pidieron audiencia, así que vagaron por los legajos
como los erizos y los lagartos vagan por los senderos de las aldeas.

Y llegaron a los arenales,
en los arenales la tierra es brillante como escamas de pez,
la vida en los arenales sólo tiene largos días de lluvia y luego
largos días de viento.

Poco es lo que puede hacer un hombre que sólo ha tenido en la vida estas cosas,
apenas quedarse dormido recostado en el pensamiento del hambre
mientras oye la conversación de los gorriones en el granero,
apenas sembrar leña de flor en la sábana de los huertos,
andar descalzo sobre la tierra brillante
y no enterrar en ella a sus hijos.

Mis antepasados inventaron la Vía Láctea,
dieron a esa intemperie el nombre de la necesidad,
atravesaron el mar sobre una cruz de palo.
Entonces pusieron nombre al hambre para que el amo del hambre
se llamara dueño de la casa del hambre
y vagaron por los caminos
como los erizos y los lagartos vagan por los senderos de las aldeas.

Poco es lo que puede hacer un hombre con las migas de la piedad,
comer pan mojado los días de lluvia a los que luego seguirán
largos días de viento
y hablar de la necesidad,
hablar de la necesidad como se habla en las aldeas
de todas las cosas pequeñas que se pueden envolver con
cuidado en un pañuelo.

 

ANTENATI

I miei antenati inventarono la Via Lattea,
diedero a quell’intemperie il nome della necessità,
chiamarono la fame muraglia della fame,
alla povertà posero il nome di tutto ciò che non è estraneo alla povertà.
Poco è ciò che può fare un uomo con il pensiero della fame,
appena disegnare un pesce nella polvere dei cammini,
appena attraversare il mare in una croce di legno.

I miei antenati attraversarono il mare sopra una croce di legno,
ma non chiesero udienza, cosicché vagarono per le pratiche
come i ricci e i coccodrilli vagano per i sentieri dei villaggi.

E giunsero agli arenili,
negli arenili la terra è brillante come squame di pesce,
la vita negli arenili ha solo lunghi giorni di pioggia e poi
lunghi giorni di vento.

Poco è ciò che può fare un uomo che solo ha avuto nella vita queste cose,
appena restare addormito sdraiato nel pensiero della fame
mentre ode la conversazione dei passeri nel granaio,
appena seminare legna di fiore nel lenzuolo degli orti,
andare scalzo sulla terra brillante
e non sotterrare in essa i suoi figli.

I miei antenati inventarono la Via Lattea,
diedero a quell’intemperie il nome della necessità,
attraversarono il mare sopra una croce di legno.
Allora posero nome alla fame perché il padrone della fame
si chiamasse signore della casa della fame
e vagarono per i cammini
come i ricci e i coccodrilli vagano per i sentieri dei villaggi.

Poco è ciò che può fare un uomo con le briciole della pietà,
mangiare pane bagnato nei giorni di pioggia ai quali seguiranno
lunghi giorni di vento
e parlare della necessità,
parlare della necessità come si parla nei villaggi
di tutte le piccole cose che si possono avvolgere
con cautela in un fazzoletto.

(altro…)

Di mano in mano. Due ipertesti per Valerio Magrelli

 

CUCITORI DI CANTI

ἐν νεαροῖς ὕμνοις ῥάψαντες ἀοιδήν
avendo cucito il canto in nuovi inni
ESIODO

Fin dalle sue origini la poesia ha avuto a che fare con taglio e cucito. Si dice infatti che i poeti del mondo antico, i cosiddetti rapsodi, fossero dei cucitori di canti che, passandosi di mano in mano le storie degli eroi mitici, tessevano l’ordito e la trama dei primi componimenti in versi.
Non sembrerà un caso, nella terza edizione del festival letterario 38° Parallelo. Tra libri e cantine ispirata al tema dei rammendi, che si voglia dedicare una giornata alla poesia, ospitando uno dei maggiori poeti italiani contemporanei, Valerio Magrelli, che ha fatto dell’arte della tessitura un motivo conduttore della sua opera.
Per inaugurare questo momento e rendere omaggio all’ospite, i Centri italiani di Poesia Contemporanea di Bologna e di Catania hanno preso spunto da La lettura è crudele di Magrelli e hanno composto due ipertesti, che sono sorti da due poesie dell’autore.
Ogni verso di quelle due poesie magrelliane, che sono Qui sto senza paesaggio e È la spola dei versi,[1] ha dato vita a un nuovo testo, come se ognuno di quei versi fosse un link da cui è possibile accedere a originali, inedite poesie.
Il Centro di Catania s’è misurato con Qui sto senza paesaggio, quello di Bologna con È la spola dei versi.
La silloge viene introdotta dalla voce dello stesso Valerio Magrelli, in una conversazione sui radicali cambiamenti del suo poetare, sul suo rapporto coi rammendi e sulla possibilità che la bellezza rammendi il mondo.
Sono doverosi e sentiti i ringraziamenti a Valerio Magrelli, ai Centri di Poesia Contemporanea e all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani.

Marco Marino

[Matrice 1]

Qui sto senza paesaggio,
pere, mele, stagioni, cielo, niente,
soltanto suppellettili, una campagna
fatta ad artificio. Ma già da piccolo
per gioco stendevo una coperta
nella stanza, sopra mucchi di carta,
ed era un panorama,
una salma di monti.
Di tutto ciò qualcosa resta,
adesso, che scrivo a letto,
che io faccio la terra.

Valerio Magrelli

 

Qui sto senza paesaggio,
la notte dopo la notte
dormita sulle ginocchia oh roccia
sempre un incavo la bocca dove fresia
ora ricopro…………………….. il passaggio di un uomo.
Ora sto senza.

Un paesaggio di sale
ossida
il governo del mio viso.

Claudia Fiorella Santonocito

 

per gioco stendevo una coperta

per gioco stendevo una coperta
in tuo apparire, per distinzione
del corpo. ora ti lasci accadere
senza paura che a occhi chiusi
gli occhi non ci siano più. aspettiamo
la voce, l’oscura, indisponibile
tessitura, sempre altosparente

Pietro Cagni

 

ed era un panorama,

E il cane, ti ricordi? Ora è la prima
anima del Creato,
morde le piante a Dio. Ma al gran raduno
dei cani no: vista la luce in cima
all’erta, mezzo dubbio gli è passato
e non ci stava più, puntava, era come uno
che non sa chi lo chiama;
al guinzaglio dei Troni, all’improvviso
si è girato a guardare:
………………………………………….ed era un panorama
d’anime, il mondo, un viso senza odore.

Gianluca Fùrnari

(altro…)