Riccardo Delfino, “Il sorriso adolescente dei morti”

Riccardo Delfino, Il sorriso adolescente dei morti
RPlibri 2021

A distanza di qualche mese torno sulla poesia di Riccardo Delfino. Lo faccio perché ciò che fino alla scorsa estate circolava tra i lettori di poesia come “inedito“, da settembre è una bella raccolta intitolata Il sorriso adolescente dei morti (RPlibri 2021). Alla nota acerba del dettato di questi versi, fa da immediato controcanto il segno fermo, l’irriverenza giovanile (se non lui chi altri, mi chiedo) e uno sguardo all’universo poetico che lo precede. E non sono frasi fatte, perché chiunque abbia avuto modo di “seguire” Riccardo nel suo muoversi in rete, avrà anche visto quanto sia avido di letture, ingordo ma non bulimico.
Forse siamo innanzi all’ultimo dei poeti crepuscolari, o forse stiamo assistendo a una poesia che va oltre alla cosiddetta “scuola romana” alla quale i versi di Delfino di certo non ammiccano (limitandosi probabilmente a nicchiare di tanto in tanto). Eccone un esempio:

Sono nato sotto la liturgia
di una morte indicibile:
la tua bocca sulle mie costole,
io, piegato all’indietro,
a guardare due stelle collidere.

Nella brevità il nostro raggiunge l’immediata resa del moto del pensiero che si perfeziona in un’immagine chiara. Una fulmineità che ricorda sia l’esempio più recente, prossimo a essere un classico, di Gabriele Galloni, sia quei lampi di luce lunare non rari nella poesia di Penna (uno dei riferimenti costanti della “scuola”).
La presenza della morte è di fatto una presenza apotropaica e non una tensione verso la fine: si pronuncia ciò che si vuole tenere distante. Allo stesso tempo però non ci si nega il diritto a interrogare il silenzio attuale che comunque (anche se il più tardi possibile) precede quello assoluto (si rifletta, per esempio, su questo distico: «E il mondo splendeva nella mia assenza./ E io splendevo nell’assenza del mondo.»). Si seduce la morte perché si è sedotti dalla morte. Ed è qui che mi trovo più vicno alle osservazioni di Giacomo Cerrai che non a quelle di Antonio Bux, che firma la breve nota introduttiva; perché Cerrai ha lo sguardo più lungo e nota come la poesia di Delfino sia un’ulteriore prova di una generazione che vive nell’opacità dei tempi attuali e che fatica a trovare la via per uscire a rivedere proprio quelle stelle che collidono.

@FabioMichieli

 

E neanche l’inciampo, la vertigine.
Lo spavento venne dopo. L’adesso.
La vita fu così lenta da non farsi sentire.
E il mondo splendeva nella mia assenza.
E io splendevo nell’assenza del mondo.

 

E domani
tornerò a perderti,
e basterà un fruscio:
il sospiro
dei miei sogni seleniti.
Accarezzerò la vecchiaia,
e intanto, fugare la morte
diventerà il flagello
dei nostri baci sbiaditi.
E il giorno seguente
tornerai a dimenticarmi,
a guardarmi con quegli occhi
che l’altro ieri disprezzavi;
mi perderai, e con me,
quella malinconia
che risplendeva nelle mie
lacrime, che ti piangevano
anche quando t’avevo,
che lacrimavano sul tuo corpo
anche quando eri viva,
che disperavano
nei tuoi malori più sottili,
prima che il tuo malore
diventasse il mio solo nome.
Intanto, io, imbiancherò
nella tua ombra:
e i miei placidi occhi
ingrigeranno il triste mondo
che m’insegnasti ad amare.

 

Ma la bellezza non basta e torno
alla morte ma la morte non basta
e torno bellezza finché la morte
non basta e divento bellezza.

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