Riletti per voi #34: Enzo Striano, Il resto di niente

Enzo Striano, Il resto di niente
Mondadori 2016
(prima edizione Loffredo, Napoli 1986)

Nella Nota dell’autore, Enzo Striano precisa che Il resto di niente è un romanzo «storico», non una biografia, né una biografia romanzata di Eleonora De Fonseca Pimentel, figura storica legata alle vicende della Repubblica Napoletana del 1799[1] e, allo stesso tempo, protagonista di un’opera, scritta tra il 1978 e il 1982, che legge, a duecento anni di distanza, il percorso esistenziale della nobile portoghese – bambina a Roma, quindi adolescente, infine donna giovane e poi matura, madre per un periodo troppo breve, poetessa, studiosa, intellettuale, giornalista a Napoli – come dialogo serrato, incontro e incastro in una parte significativa della storia della città, dalla cui lingua giunge l’espressione che dà il titolo al libro, Il resto di niente (“niente di niente”, “meno di niente”, “assolutamente niente”), ovvero Nada de nada, Rien de rien, come recitano i titoli delle traduzioni, rispettivamente in spagnolo e in francese, del romanzo (mentre l’edizione tedesca opta per Die Portugiesin, che allude all’origine della protagonista).
L’intento, ambizioso, è sostenuto dalla capacità di Enzo Striano – insegnante di italiano e storia nella scuola superiore, a sua volta autore di libri di testo, come Uomini fatti idee, pubblicato con la casa editrice Liguori –  di costruire una architettura narrativa solida, ‘tradizionale’ nella successione cronologica, maestosa, a tratti barocca (o neobarocca) nella prosa «minuziosa e amara», come è stato giustamente scritto, ricca di termini settoriali precisi anche per la collocazione storica, sperimentale per il plurilinguismo che caratterizza non solo la voce della protagonista, ma anche un ventaglio molto ampio di personaggi.
Le vicende del Regno di Napoli al tempo di Ferdinando IV di Borbone e di Maria Carolina d’Austria sono riportate con esattezza e lette, allo stesso tempo, attraverso la coscienza di un testimone da un’epoca successiva, l’autore, la cui voce sembra affiorare dai discorsi di uno dei personaggi, Vincenzo Sanges.
Il resto di niente può essere letto, di volta in volta e, tuttavia, tenendo sempre in considerazione l’originale e fruttuosa compresenza di tutti i molteplici elementi, a partire da questi fattori:

– come romanzo dalla vicenda editoriale paradigmatica quanto a splendori e miserie del rapporto tra produzione letteraria e diffusione editoriale: il manoscritto, la cui stesura era già completa nel 1982, fu inviato, a partire dal 1983, a numerose case editrici. Fu completamente ignorato o tutt’al più accompagnato da timori circa la mole del libro. Pubblicato per i tipi di una casa editrice di testi scolastici, Loffredo Editore di Napoli, ebbe una diffusione inaspettata, con numerose ristampe. Dopo la morte di Enzo Striano il 26 giugno 1987 (Il resto di niente era stato pubblicato nel novembre 1986), lettori entusiasti, che avevano ravvisato nel romanzo un punto nodale di riflessione storica e di reazione letteraria, contribuirono alla fortuna del libro, così come lo scrittore Domenico Rea, tra i primi a comprendere la portata del libro di Striano. Alla fine degli anni Novanta, l’edizione tascabile pubblicata dalla casa editrice Avagliano, poi l’edizione hardcover di Rizzoli, contribuirono al rilancio e all’ulteriore diffusione del romanzo. Del 2005 è la prima edizione negli Oscar classici Mondadori, ma già l’anno precedente, il 2004, era stato proiettato nelle sale cinematografiche il film Il resto di niente,  che la regista Antonietta De Lillo andava preparando da alcuni anni come trasposizione del romanzo;

– come episodio significativo nella sociologia della letteratura: l’espressione «il resto di niente» ritorna di frequente, come sintesi di un concetto esistenziale e storico, in molte lettere inviate al quotidiano di Napoli «Il Mattino» tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta;

– come romanzo inteso come unico genere letterario in divenire (intervista di Enzo Striano, in «Uomini e libri», a. XXII 1986, n. 110, p. 51), volto a comprendere, attraverso il passato, il senso dell’oggi. Enzo Striano era convinto che Il resto di niente sarebbe stato scelto nel tempo da un pubblico ampio, proteso in uno sforzo di comprensione della città, consapevole di dover cercare molto oltre il naturalismo e il «napoletanismo di maniera», «indietro nel tempo le radici dell’oggi». In un’intervista apparsa su «La lettura», n. 195, 23 agosto 2015, p.17, Pier Vincenzo Mengaldo ha avuto modo di affermare: «Un romanzo magnifico, uscito nell’86, è Il resto di niente, sulla rivoluzione napoletana del 1799: dice una cosa molto importante, cioè dice che per Napoli e per l’Italia in generale quella sconfitta è stata fondamentale: bisogna risalire lì per comprendere i problemi di oggi».
Per Mengaldo, dunque, il romanzo di Striano è frutto di una «importante» concezione della funzione della letteratura, quasi rara in momento segnato da una produzione più incisiva quantitativamente che qualitativamente. Condivido il ragionamento di Mengaldo, che ravvisa la necessità che la narrativa contemporanea riassuma l’impegno interpretativo della storia di ieri, impegno necessario per comprendere l’oggi. A questa necessità ha dato risposta Il resto di niente, rintracciando nel fallimento della rivoluzione napoletana del 1799 l’origine dei problemi del presente;

– come romanzo di formazione della protagonista, Eleonora de Fonseca Pimentel, la cui vicenda è inserita nelle coordinate della Grande Storia. Con un’attenzione straordinariamente vigile, in una sorta di monologo interiore, Striano dona voce alle sensazioni e alle riflessioni di Eleonora, espresse, con inserti in più lingue, in un flusso che scorre dalla fanciullezza alla maturità di questa figura femminile, che possiede la capacità di vivere, come le “personagge” prese in esame da Laura Ricci in Sempre altrove fuggendo. Protagoniste di frontiera in Claudio Magris, Orhan Pamuk, Melania G. Mazzucco (Vita Activa 2019), oltre la cornice stessa del romanzo in cui appaiono o sono, come in questo caso, protagoniste.
La curiosità è senz’altro un filo conduttore nello snodarsi dell’esistenza di Eleonora. Lo testimoniano già le prime pagine del libro, che narrano dei suoi ‘viaggi di esplorazione’ a Roma, nel quartiere di Ripetta e, poi, l’attraversamento delle paludi pontine nel trasferimento della piccola Eleonora e della sua famiglia da Roma a Napoli:

D’improvviso le paludi comparvero: all’orizzonte ingrigito si delineò una fascia nerastra di montagne, tra queste e la via una steppa molle, interrotta da greti ciottolosi. Foreste di canne orlavano acquitrini verdastri, spalmati di materia putrefatta. Ne salivano voli neri d’uccelli dalle lunghe zampe che, lamentosi, rigavano la cenere del cielo.
L’aria si faceva fradicia, da sentirsi male. Vovό aveva gettato il capo all’indietro, ansava. Grosse gocce di sudore le calavano sulle guance illividite. Mamãe cercava di rinfrescarla con un panno bagnato. (p. 13)

La curiosità nutre i suoi itinerari di studio versatile e di composizione poetica, così come le sue osservazioni sui contemporanei famosi – la maggior parte sono figure storiche restituite vividamente all’attenzione attraverso i pensieri di Eleonora: non solo i regnanti, Ferdinando e Maria Carolina, ma anche, e soprattutto, Cuoco, Cirillo, Ciaia, Serra, Lauberg, Caracciolo, Luisa Sanfelice e, nel carteggio, Pietro Metastasio.
La curiosità porta Eleonora a interrogarsi costantemente, su ogni aspetto della propria vita, privata e pubblica, su fatti quotidiani così come dinanzi a eventi di svolta:

Un giornale non è un pezzo di carta su cui scrivere quel che ti viene: è espressione d’una forza politica. D’un momento di storia. Sai quante litigate, con questi scalmanati dalle idee confuse? Un pensiero sottile la fa vibrare un po’: il giornale dovrò farlo io. Da sola, ha detto Lauberg. Allora scrivo quel che dico io. E cosa dico io?
Corruga la fronte. Si sente in difficoltà. Dev’esser chiara con se stessa: cosa pensa, davvero, di quanto sta accadendo? Ha, poi, un’idea della rivoluzione? Di come nasce, come andrà a finire? E cosa è mai rivoluzione?
Forse soltanto sogno di ragazzi arrabbiati, uomini delusi, d’umiliati e offesi che non sanno reagire individualmente. Con simili premesse, cosa si realizzerà?
La rivoluzione è figlia di ragione o sentimento? Idee nuove girano in Europa, sul valore da restituire ai sentimenti. La ragione fallisce, senza dignità né decoro. E però i sentimenti non sono anch’essi fallaci? Barbari? Come s’edifica un mondo esclusivamente sul cuore? (p. 291);

– come romanzo che si muove sul doppio binario della ricostruzione storica e della libera invenzione immaginativa, come ribadisce Enzo Striano nella Nota dell’autore;[2]

– come esempio magistrale di pluralità di prospettive e voci, anche nel plurilinguismo e nel gioco metaletterario. Oltre alla protagonista, che vive con una consapevolezza inusuale nel suo plurilinguismo, sono i luoghi e le persone a nutrirsi di un pluralità di idiomi che va dalle lingue nazionali al gergo di determinate fasce sociali – si pensi ai lazzari – passando per il dialetto. Ogni lingua, ogni varietà, è segno carico di senso ed espressione non solo individuale, bensì anche storica e sociale. In alcuni casi, il dialetto napoletano, come nel brano di p. 322, con il vecchio Cammarano interprete di Pulcinella, diventa veicolo e sostanza di un «supremo senso della vita, in equilibrio tra pietà e disincanto», come la giovane Eleonora aveva osservato anni prima in una delle sue riflessioni sul farsi delle cose e sulle direzioni che andava prendendo la sua vita:

«Donna Lionò, compatite il mio pensiero. Pulcinella è ‘no povero ddio. Un uomo di niente, un pezzente, un vigliacco. Uno che pensa solo a salvarsi la pelle nelle disgrazie che lo zeffonnano. Perciò è arraggioso, fetente, mariuolo, arrepassatore. Non è un eroe. Voi lo vedete che se mette ‘ncoppa a ‘na cascia alluccanno?» […]«Citatine! È nata la Ripubbreca… La Repubroca… la prubbeca… Mannaggia lo cascione, comme canchero se dice sta fetente de parola?» […] «E poi,» sospira Cammarano, tornando a sedere «Pulcinella non è un tipo allegro. Sa le cose nascoste. Ca la Repubblica adda ferni’, come finisce tutto, ca ll’uommene se credono de fa’ chesto, de fa’ chello, de cagna’ lo munno, ma non è vero niente. Le cose cambiano faccia, non sostanza: vanno sempre comme hanno da ì. Comme vo’ lo Padrone. Lo munno non po’ gira’ a la mano smerza. Lo sole sponta tutti li mmatine e po’ scenne la notte, la vita è ‘na jurnata che passa: viene la morte e nisciuno la po’ ferma’. Perché è da mano de lo Padrone: di Dio. Pulcinella queste cose le ha sapute sempre, come volete che si metta a fare il giacobino? Lo po’ pure fa’, ma solo per far ridere, per soldi. Isso non ce crede». (p. 322)

Il gioco metaletterario sottende tutto il romanzo ed emerge in maniera molto evidente nel dialogo tra Eleonora De Fonseca Pimentel e Vincenzo Sanges a p. 142:

«Fra l’altro mi sono accorta che il modo di poetare finora usato non può rappresentare i sentimenti. È falso. O si trova un modo nuovo… Forte, drammatico, se vuoi, oppure è meglio che la poesia venga considerata morta.»
«C’è Alfieri» suggerì Vincenzo. «Ma forse questo è il tempo di prosa, Lenòr. Di riflessione. Perciò vanno i romanzi».
Aprì il Werther legato in teletta rossiccia. Anche i libri stavano cambiando: edizioni meno costose, niente più marocchini né fregi.
«Ho segnato dei punti che volevo leggerti: dicono cose che mi stanno dentro. Senti qui, per esempio. “La maggior parte degli uomini consuma quasi tutto il tempo per vivere, e quel poco di libertà che ancora le resta la spaventa tanto che cerca qualunque pretesto per liberarsene.”» (p. 142)

L’architettura solida e articolata è sostenuta da quella parte del complesso di idee illuministe che ancora oggi è punto di riferimento, esempio di chiara umanità: la vocazione pedagogica, una vocazione che oltrepassa e contraddice la convinzione, pure espressa da Eleonora in una delle pagine conclusive del romanzo,[3] di non aver mai preso decisioni e di aver seguito quelle altrui, di non aver contato che «il resto di niente».

© Anna Maria Curci

 


[1] Si tratta di eventi ai quali i manuali di storia riservano solitamente una manciata di righe. Per andare incontro a chi intende documentarsi, riporto qui i passaggi riservati all’esperienza della Repubblica Napoletana tratti da due libri di testo coevi alla stesura del romanzo Il resto di niente. Il primo passaggio è tratto dal secondo volume del Corso di storia di Salvadori-Comba-Ricuperati, L’età moderna, di Giuseppe Ricuperati (Loescher 1978, pp. 375-376): «Alla notizia della perdita di Roma e dello sbarco in Toscana, il Direttorio non solo reagì dichiarando guerra al Regno di Napoli, ma occupando anche lo Stato sabaudo, considerato come suo potenziale alleato e complice. Il generale Championnet, che comandava l’armata romana, sconfitti i napoletani, il 23 gennaio 1799 occupava Napoli, proclamando la repubblica partenopea, con l’appoggio della borghesia illuminata e degli elementi più radicali. […] Si delineò immediatamente un conflitto fra Championnet, che aveva favorito tale repubblica e il commissario del Direttorio Faypoult, che voleva solo saccheggiare il nuovo territorio usandolo come merce di scambio. Richiamato a Parigi, Championnet fu posto sotto accusa e destituito. La Repubblica comunque sopravvisse, guidata da illuministi moderati come Mario Pagano, e uomini più radicali come Vincenzo Russo. Vi si affermò anche una notevole esperienza giornalistica legata a Eleonora Fonseca Pimentel: «Il monitore napolitano» […] La strategia francese aveva indebolito la repubblica partenopea, dove Mac Donald aveva lasciato esigue forze. Il cardinale Fabrizio Ruffo, sbarcato in Calabria, riuscì a trascinare i contadini nella rivolta contro la repubblica borghese. Aiutati dai Russi, Turchi e Inglesi, i rivoltosi si impadronirono di tutto il territorio, assediando i superstiti repubblicani nelle fortezze di Napoli. Il 22 giugno era stata trattata una resa, onorevole, ma Nelson e Ferdinando IV la sconfessarono, abbandonandosi a feroci repressioni». Il secondo passaggio è tratto dal secondo volume di Storia moderna di Rosario Villari (Laterza 1981, pp. 389-391) e si estende, a dire il vero, per ben più di un paio di righe: «A Napoli la costituzione fu elaborata da una commissione presieduta dal giurista e filosofo Mario Pagano: mentre nell’enunciazione dei principi ispiratori si avverte l’eco di tendenze democratiche e robespierriane (la proprietà non è dichiarata «inviolabile e sacra»), le norme costituzionali ricalcano in sostanza quelle francesi del 1795, con l’aggiunta di un organo di controllo morale (i censori) e di una sorta di corte costituzionale (gli efori). […] A Napoli la discussione più importante in seno all’assemblea legislativa si svolse naturalmente sulla questione della feudalità, che si presentava qui in forma più grave che altrove. Aboliti i fedecommessi e i maggiorascati, sorsero forti contrasti intorno agli altri e più importanti problemi che riguardavano le rendite feudali. […] Il ritardo nella promulgazione della legge antifeudale fu una delle condizioni che impedirono al governo giacobino di istituire un legame con le masse contadine, e fu fatale alla Repubblica. “Il timore di disgustar diecimila potenti – scrisse poi Vincenzo Cuoco, testimone di quegli avvenimenti e autore del celebre Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 – fece perdere ai francesi e alla Repubblica l’occasione di guadagnarsi gli animi di cinque milioni”. […] Più che le iniziative legislative furono importanti, d’altra parte, il dibattito politico e il fermento di idee che si svilupparono nei maggiori centri italiani durante il triennio rivoluzionario. […] A Napoli la figura principale fu quella di Mario Pagano, ispiratore ideale e politico di tutto il movimento; accanto a lui emersero Francesco Conforti, erede e rinnovatore del patrimonio intellettuale dell’anticurialismo, Eleonora de Fonseca Pimentel, che diresse “Il Monitore napoletano”, Vincenzo Russo, che fu il rappresentante più significativo delle tendenze radicali».
[2] «Questo è un romanzo “storico” (secondo la classificazione didascalica dei generi, in verità tutti i romanzi sono “storici”, così come tutti i romanzi sono “sperimentali”), non una biografia, né una vita romanzata. L’autore s’è quindi preso, nei confronti della Storia, quelle libertà postulate da Aristotele (“Lo storico espone ciò che è accaduto, il poeta ciò che può accadere, e ciò rende la poesia più significativa della storia, in quanto espone l’universale, al contrario della storia, che s’occupa del particolare”, Poetica IX, 1451 b), dal Tasso (“Chi nessuna cosa fingesse, poeta non sarebbe, ma historico”, Primo discorso sull’arte poetica), dal Manzoni (“Lo scrittore deve profittare della storia, senza mettersi a fare concorrenza”, Lettera al Fauriel), da altri grandi», (p. 371).
[3] «Ecco: ancora una volta, nella mia esistenza, c’è qualcuno che sceglierà per me. Mi disegna il destino. E io mi piegherò. Come è avvenuto sempre, come, in fondo, m’ha fatto sempre. È cosi vantaggioso non decidere» (p. 344).

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