Felicitas Hoppe, Favole (da “Sette tesori. Lezioni di Augusta”)

Oggi, 22 dicembre 2021, è il compleanno di Felicitas Hoppe. La traduzione inedita del brano iniziale dal libro Sieben Schätze. Augsburger Vorlesungen (“Sette tesori. Lezioni di Augusta”) è il mio dono a Felicitas per questa ricorrenza. (Anna Maria Curci)

Favole

La mia escursione nel mondo dei tesori inizia con quelli che si trovano a portata di mano, per così dire dinanzi alla soglia della nostra porta, e che tuttavia non riusciamo a sollevare. Parlo dei nostri desideri e leggo un testo dello scrittore russo Daniil Charms. Si chiama Favola e recita così:

«Un uomo basso ha detto – Io sono pronto a tutto, pur di essere anche solo un pochino più alto.
Aveva appena finito di dirlo, ha guardato, davanti a lui c’era una fata.
– Cosa vuoi?  – ha detto la fata.
Ma l’uomo basso per paura non riesce a dir niente.
– Be’? – ha detto la fata.
Ma l’uomo basso non ha detto niente. La fata è sparita. Allora l’uomo basso ha cominciato a piangere e a mangiarsi le unghie. All’inizio si è mangiato tutte quelle delle mani, poi quelle dei piedi.[1]
Lettore, calati in questa favola, e ti sentirai davvero male».

Sul desiderare esistono testi più piacevoli e accattivanti, ma quasi nessuno puntualizza in maniera più concisa ciò che costituisce la natura del desiderio umano. In primo luogo il sentimento di una mancanza, autentica o immaginaria, in un modo o nell’altro è pur vero che siamo tutti troppo bassi. In secondo luogo la sorprendente entrata in scena della fata, che ci lascia presagire che il nostro desiderio potrebbe realmente essere esaudito. Segue a ruota la paura che esso si realizzi con tutte le possibili conseguenze del caso. L’uomo basso sta lì e tace. Sa quello che desidera o crede di saperlo, solo che non lo dice o non riesce a dirlo. In terzo luogo la sparizione della fata. A causa di ciò, uno scoppiare in lacrime, espressione di quel rimorso estenuante, a noi tutti noto, per un’occasione ipoteticamente persa, che prevediamo non si ripresenterà più.
In ogni modo, l’occasione perduta procura a colui che desidera un valore aggiunto al quale di rado si presta attenzione. Non è obbligato a crescere di statura, ma è autorizzato a restare piccolo, a rimanere nel mondo dei suoi sogni, che, questo è vero, non gli va a genio, ma che in compenso è conosciuto e affidabile. Mancanza come modello di familiarità, oppure, come rovescio della medaglia, di libertà. Colui che desidera come eterno scapolo. La realizzazione dei sogni, infatti, significa innanzitutto addio al desiderio, l’inizio della fine. E, allo stesso tempo, un inizio nuovo di zecca, che riserva desideri del tutto nuovi. I romantici sapevano bene perché il fiore azzurro deve essere introvabile.
Caliamoci nella favola russa. Davvero ci sentiamo male? Non ci suona, invece, semplicemente familiare, soprattutto se ci concediamo il lusso di dimenticare quello che la maggior parte dei lettori ignora, vale a dire che è stata scritta da un autore che aveva buoni motivi per desiderare di essere altrove, quando nel 1942, all’epoca del grande assedio e dell’entrata delle truppe tedesche in città, morì di fame, se non per qualcosa di più atroce, in una prigione di Leningrado? Ma chi mai vuole saperlo? Come lettori al caldo siamo storici amatoriali, allegri testimoni di seconda mano, con una discreta frequenza contemplatori sentimentali della nostra condizione nello specchio di una infelicità presa in prestito, che descrive a mo’ di parabola la nostra esistenza. È per questo che non mi piacciono né le parabole né le favole. Ma questo testo mi piace.
Prendiamoci dunque il tempo di ritornare all’inizio e constatiamo così che colui che desidera, colui al quale abbiamo immediatamente concesso tutta la nostra empatia, non desidera semplicemente una cosa qualsiasi, bensì, oltre a questo, cosa che si tralascia facilmente di notare, desidera di entrare in una sorta di transazione con il proprio destino: «Sarei pronto a tutto, pur di essere anche solo un pochino più alto». Ma che tipo di transazione è questa, che tipo di offerta al destino ingarbugliato? Davvero un limitato aumento di statura sarebbe sufficiente per un accordo sostanziale con il mondo?
Degno di nota non è il desiderio dell’uomo basso di diventare più alto, bensì il suo desiderio di entrare in un rapporto contrattuale nel quale non può comunque mai essere a casa. Egli cerca il patto. Che cosa ci dice questo a proposito del desiderare? Un bel po’ di cose. Colui che desidera in quanto parte contraente non è un sognatore, non è un idealista, non è un utopista, ma una persona pragmatica, che delimita il proprio desiderare. In questa limitazione c’è forse una promessa, una speranza? La felicità, così sembra, è individuale e non collettiva, dunque, in contrasto con ogni promessa ideologica, non è una categoria né politica né religiosa, ragion per cui il desiderio personale, nella sua espressione che varia da individuo a individuo, resta di norma su posizioni molto più arretrate rispetto a ogni utopia. Il desiderio come breve vacanza, un’escursione, niente di più.
Non è una novità, ma corrisponde, in generale, alla natura del desiderare. Non solo le fiabe russe, ma le fiabe di tutto il mondo dimostrano che, in media, coloro che desiderano sono tanto audaci quanto modesti. Audaci, perché vengono a patti con contraenti nei confronti dei quali sono irrimediabilmente inferiori: «La fata è sparita». Modesti, perché è raro che vogliano l’impossibile, ma per lo più desiderano il possibile, quello che è apparentemente a portata di mano, la camicia prima dei pantaloni, la salsiccia nel piatto, il marito e la moglie sul cuscino accanto al proprio. E il proprio figlio nella culla. Ecco perché il desiderare, nelle fiabe così come nella vita reale, va così spesso storto.
Invece non sono a conoscenza di fiabe nelle quali chi desidera auspica nei propri desideri un’umanità felice oppure salute, fortuna e ricchezza per tutti. Chi desidera resta un piccolo investitore, pensa innanzitutto a sé stesso, la qual cosa non rende più facile la realizzazione del desiderio. Ma forse coloro che desiderano dispongono proprio per questo, contro ogni aspettativa e ogni esperienza, di forze così sorprendenti, che non hanno nulla a che fare con la magia e con gli incantesimi. Come dimostrato da uno sguardo ulteriore al testo, non è infatti null’altro che il discorso senza storia dell’individuo ad avere conseguenze immediate: «Aveva appena finito di dirlo, ha guardato, davanti a lui c’era una fata».
Abbiamo buoni motivi per temere la fata, giacché al di là dell’anelito alla realizzazione del desiderio ogni desiderante sa fin troppo bene quanto il desiderio stesso ci faccia stravolgere le parole nel momento in cui le pronunciamo. Dal desiderio al sortilegio e dal sortilegio alla maledizione, è solo questione di un alito fuggente, il cui risultato ci lascia senza parole. All’improvviso quella salsiccia che avevamo appena desiderato nel piatto si trova ad essere appesa tra le ganasce e per riaverla lì doveva volevamo – la fiaba questo vuole, e non altro – è necessario l’ultimo dei tre desideri, che, in maniera prosaica, annulla tutti e tre.
In un’epoca in cui assistiamo al boom di formule e bacchette magiche, di scuole di magia e di mondi paralleli fantastici, sorprende la semplicità di un procedimento che non si basa sullo zelo nello studio, bensì, a dispetto di ogni moderno scetticismo linguistico, soltanto sul potere della parola personale. Se seguiamo l’andamento della favola, è pienamente sufficiente dare voce ai nostri desideri, trovare una lingua per essi e dire semplicemente ciò che vogliamo, giacché non si può abbindolare la lingua. Ma poiché sappiamo, con discreta frequenza, che vogliamo qualcosa, ma non che cosa, il discorso rimane non di rado bloccato sul nascere.

Felicitas Hoppe, Sieben Schätze. Augsburger Vorlesungen, Fischer 2012², pp. 9-14
(traduzione di Anna Maria Curci)

 


[1] La citazione viene riportata fin qui da: Daniil Charms, Disastri. Traduzione e cura di Paolo Nori, Marcos y Marcos 2011, p. 84

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