Paolo Alberto Valenti, Boccadasse

Paolo Alberto Valenti, Boccadasse
Edizioni Cofine 2021

Con un titolo che ripropone quello del primo degli otto capitoli che lo compongono e che prende le mosse da un quartiere di Genova, Boccadasse di Paolo Alberto Valenti palesa in modo diversificato ed efficace le caratteristiche della scrittura di questo autore, così come abbiamo già avuto modo di conoscerle e apprezzarle in precedenza con Tutto il fuoco del mondo.
Limpida e appassionata al tempo stesso, essa fa di un amore quotidianamente nutrito e coltivato per la poesia, temuta perché la «sua rivoluzione è permanente» (p. 50), un formidabile filo conduttore attraverso la storia, costellata di memoria collettiva e di ricordi privati, perfino intimi.
In Boccadasse tale caratteristica emerge con tanta chiarezza da far pensare a un principio, a un metodo. Paolo Valenti, testimone del tempo e componente di una generazione, che è anche la mia generazione, di nati nel periodo del baby boom, i quali, pur non avendo vissuto guerre mondiali e non avendo ‘fatto’ il ’68, portano i segni degli “anni di piombo” e sono «stati massacrati a fuoco lento» (p. 25).
La poesia, allora, ed è sorprendente che questa espressione sia stata usata da entrambi, da Paolo Valenti e da me, per esprimere la sua risposta alla contemporaneità, può offrire «passeur», come lo è stato, per l’autore, Francesco Biamonti.
Nel luglio 2018 scrivevo in ABC del passeur: «Trasportare senso, liberarlo da una cattività babilonese che appare permanente, trasbordarlo oltre le cortine del fumo soporifero e mendace, spacciato per “sentimento popolare”, è attività che pone chi la esercita in una condizione di passeur, di chi organizza trasporti di clandestini oltre confine. Chi corre consapevolmente questo rischio può trovare in precedenti ‘passatori’ conforto, esempio, esercizio di disincanto».
A p. 64 di Boccadasse leggiamo: «Il mistero di Francesco, come quello di ogni altro scrittore di rango, sta nell’aver socchiuso le porte dell’infinito tra le mimose, il mirto, le cupe fiammate degli ulivi, le notti e i passi di tutti coloro che vanno e vengono sulle frontiere. Francesco (il passeur) seguiva sentieri notturni nell’animo, nella letteratura e nella vita», e, di seguito, le parole stesse di Francesco Biamonti: «Penso che il confine porti a pensarsi più all’infinito, a superare ogni regionalismo e campanilismo. In questo senso lo adoperava anche il poeta Giorgio Caproni: una metafora della psiche, dell’anima. Naturalmente non credo alle frontiere, diversamente non sarei stato tanto vicino al mondo dei passeur che pur nell’illegalità hanno una loro visione etica della vita».
La grande Storia così come le vicende individuali di ascese e crolli, di speranze e lutti – la dedica del libro va, accanto ai genitori, a tutte le vittime del Ponte Morandi, a tutte le vittime della Concordia, paesaggi, poesia: in questo avvicendarsi di incontri e addii Paolo Valenti si pone non solo come colui che ha visto e ne dà testimonianza, ma come chi intende promuovere e sottrarre al fallimento tutte le occasioni di incontro, di reciproco arricchimento spirituale, in uno slancio che comprende passato, presente e futuro.
Se «la nostra giovinezza ha schivato il privilegio dell’eroismo», se «siamo stati massacrati a fuoco lento», Paolo Valenti individua e persegue un compito per sé, per la propria generazione e, come recitava la dedica di Tutto il fuoco del mondo, per «quelli che verranno». Questo compito, questo impegno, è non solo quello di farsi “assorto testimone” (come si legge nella quarta di copertina), ma anche quello di saper riconoscere, nella trama complessa dei fatti e delle esistenze, così come delle aspirazioni e dei sogni, percorsi alternativi possibili, un “contropassato” non attestato dalle cronache, ma foriero di un angelos, di un annuncio di vita, come nel racconto della madre di Paolo Valenti, la scrittrice Maria Luigia Ronco, riportato nella nutrita appendice del libro: La campana del mattutino.

© Anna Maria Curci

 

Ma dove sono i passeur delle anime che ignorano i confini? Anche allora qualcuno manovrava il regno di Flora fra le colline affacciate sul mare per inghirlandare tutto questo nostro grigio mondo. Dietro Ventimiglia Francesco Biamonti coltivava mimose e scriveva romanzi di confine per Einaudi. Come a Trieste, lungo quel confine orientale che si stempera sul mare, anche l’ultimo lembo della Liguria di ponente sprigiona il fascino secco del passaggio, della separazione e dell’addio. Geografia e letteratura abbondano di luoghi così: terre in cui il dialogo con gli elementi della natura è più forte di quello che puoi avere con gli altri esseri umani.

Il mistero di Francesco, come quello di ogni altro scrittore di rango, sta nell’aver socchiuso le porte dell’infinito fra le mimose, il mirto, le cupe fiammate degli ulivi, le notti e i passi di tutti coloro che vanno e vengono sulle frontiere. Francesco (il passeur) seguiva sentieri notturni nell’animo, nella letteratura e nella vita. «Si, per me il confine è metaforico, è simbolico, è metafisico – mi spiegava la prima volta che lo intervistai in Liguria, mi sembra ad Alassio – è una metafora fra l’uomo e l’infinito. Penso che il confine porti a pensarsi più nell’infinito, fa superare ogni regionalismo e campanilismo. In questo senso lo adoperava anche il poeta Giorgio Caproni: una metafora della psiche, dell’anima. Naturalmente non credo alle frontiere, diversamente non sarei stato tanto vicino al mondo dei passeur che pur nell’illegalità hanno una loro visione etica della vita.» Italo Calvino aveva detto che Francesco Biamonti tentava una manovra piuttosto ardua con i suoi libri: determinare le cose con una precisione assoluta e cercare allo stesso tempo di farle vibrare liricamente. Compito che pochissimi scrittori raggiungono. «Anch’io penso che il valore lirico ci sia nei miei scritti – continuava Francesco – perché la precisione (adopero sempre termini precisi e descrizioni precise) sfuma poi nella vaghezza. In questo mi sono attenuto al principio leopardiano secondo cui il vago è proprio tipico della poesia. Sicuramente ho fatto i conti con questa precisione assoluta perché altrimenti non avrei trovato il correlativo oggettivo agli stati d’animo.» Il correlativo oggettivo si inserisce in tutta la tradizione ligure da Montale a Sbarbaro ma possiamo rintracciarlo anche nella poetica di T.S. Eliot: raccontare sé stessi attraverso le cose osservate. Con Biamonti aveva un senso anche il silenzio, una calma umile e densa, contadina ancora. Quella che avevo percepito da bambino nelle figure dei braccianti liguri che avevo incontrato sulle fasce di Balestrino, il paese originario della mia famiglia materna. (p. 64)

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