Roberto Lamantea, “Uno strappo bianco”. Nota di Alessandra Trevisan

Roberto Lamantea, Uno strappo bianco
Interno Libri 2021

Iniziare dal titolo, e camminare subito dentro residui di altre lingue, non sarà improprio per leggere l’ultima raccolta di Roberto Lamantea, Uno strappo bianco (Interno Libri, 2021). Se si cerca l’etimologia di “strappo”, infatti, si scopre che viene dal gotico *strappōn «tendere con forza» (cfr. ted. *straffen; vocabolario Treccani); da una varietà estinta, di una tribù germanica antica, l’idea del poeta che osserva il mondo circostante ingombrato di elementi diventati sconosciuti al suo occhio, quasi in una deriva della realtà naturale sfigurata a cui l’uomo contemporaneo è assuefatto. “Bianco” è la sintesi delle numerose tinte che attraversano i testi; un colore facilmente simbolico ma che è anche quello che si ritrova evidente in una parte della produzione di Paul Celan, cara a Lamantea.

Bianco
ciò che si muove a noi,
senza peso
ciò che scambiamo.
Bianco e lieve:
lascialo vagare. […]

(P. Celan, Bianco e lieve)

*

1.

neve nevosa
neve pleonasma
neve furiosa
neve fantasma
ovatta di neve-fiaba
e dov’è la neve? Era
il paesaggio saggio
un paesaggio foraggio
di primavere
neve nevina neve bambina
e io bambino?
bambino senza neve
era così breve
il paesaggio
innevato giocato sognato
ora volato dove
non c’è più
neanche il più

(Lo strappo bianco, p. 21)

Un testo emblematico che disegna la cifra “linfatica” (definita da Monique Pistolato) di Roberto Lamantea e anche il suo percorso di “natura e scrittura”, puntualmente fotografato nella prefazione di Giovanni Fierro. La lingua di Lamantea è un giocoso erbario, che si inserisce nella tradizione e la traspone o la reinventa (“pleonasma” come voce verbale), non senza innestarsi nella “luminosa” (G. Fierro) seppure cruda realtà.
Ad esempio, trae da Oscar Wilde: «danza dal muro/ e ruggine/ d’ossidazioni è sangue/ il legno gèmmula occhi/ e inneva», p. 42 («La primavera intera può essere racchiusa nell’unica gèmmula d’una pianta e il nido dell’allodola a fior della terra può contenere la gioia che annuncerà la comparsa d’innumerevoli aurore color di rosa e di porpora» in O. W., De Profundis). È un rovesciamento del passato, quello che Lamantea opera, un passato dove il naturale viveva con la sua forma vera, ora ossidata ed estinta. Ma è anche “sacra” la sua poesia; si fa preghiera: «Tu Domine, tu Angelo/ di terra e vento/ di terra e vetro» (p. 31, con citazione dal Salmo 130).
Questo sentirsi per l’autore un odierno estraneo o “outsider non militante” non è nuovo, dal momento che alla linea tra Andrea Zanzotto e Umberto Piersanti – firmatario della postfazione, che colloca criticamente la poesia del volume – si è affiancato, lungo la via, molto tempo fa. Eppure la sua visione lucidamente straniera del presente e di cosa sia diventato il paesaggio conosciuto nell’infanzia, oggi affranto, duro («è senza germogli/ e vive/ l’aria è pietra», p. 56), è sì reale e pura, vissuta con un’estrema perspicacia zanzottiana, tuttavia risulta attraversata da una malinconia estrema, più simile al Novecento perduto di Pasolini ma svuotato della sua nostalgia.
Nella poesia di Lamantea resiste un sentimento del tempo che non ritorna più, cui lui fa affidamento come vero fondamento dell’appartenenza, privo di illusioni («nella mia lingua si dice –/ tempo/ per dire saggezza. Non sanno le ore/ che la clessidra è vuota», p. 26). Questo tempo mancante è la costituente della sua poesia lirica, che esprime una bambinità anche nella ricerca di un lessico che si forma – e si trasforma – andando incontro all’”essere bambino”, in grado di resistere poeticamente in una levità della tenerezza (etimologicamente dal greco “andare verso”): si tratta di uno spostamento, della voce e della parola di un viandante, fiero e libero.

© Alessandra Trevisan

Un commento su “Roberto Lamantea, “Uno strappo bianco”. Nota di Alessandra Trevisan

  1. Dopo aver letto le poesie di Paul Celan e molti libri scritti su di lui, ho scritto un articolo su Paul e ho sofferto con lui. Il linguaggio della poesia può abbracciare qualcuno lontano. Un poeta che mi fa male al cuore e il mio preferito.

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