Roberto Lamantea, “Il bambino di seta”. Nota di lettura

Roberto Lamantea, Il bambino di seta 
Venezia-Mestre, Amos Edizioni, 2020

Nota di lettura di Alessandra Trevisan

 

Il titolo nominale di questo nuovo libro di Roberto Lamantea edito da Amos Edizioni è un invito a farsi accompagnare in una storia gentile e, al contempo, violenta come lo è una realtà che estromette, allontana, si appanna. Monique Pistolato ha detto, a proposito di quest’opera, che è “linfatica”, forse perché quasi viene dall’acqua (che etimologicamente ci porta all’aggettivo) questa trama tra prosa e versi. Un passato in collegio, in un luogo dove educazione e severa disciplina si confondono, dove «la sensibilità è vista come diversità» (Pistolato). Un’infanzia da difendere, che non cede mai allo stupore e al rifugio nel fantastico, ad un mondo di carta che costituisce la vita; un mondo “immaginario” che sostituisce la cruda verità del reale e dell’istituzione scolastica.

Sei un giocattolo. Un bambino è un giocattolo. Mamma e papà ti giocano: ti lavano, ti scuotono, ti vestono di lino profumato. O di lana bianca. T’intrufolano in un maglione, t’ingoia mezza testa, gli occhi smarriti, un ciuffo di capelli. Sei un cartone animato. […]
I libri di scuola li lasciavamo a scuola perché li avevamo comprati ma non erano nostri, erano della scuola, cioè del collegio. Le forbici me le rubavano subito, poi i quaderni, le matite, i colori a matita, gli acquerelli, i pennelli per dipingere, il diario invece me lo hanno restituito.

Chi conosce gli slanci di alcuni testi che hanno fondato il racconto dell’ambiguo rapporto tra formazione e coercizione – ad esempio I beati anni del castigo di Fleur Jaeggy (Adelphi 1989) – leggerà in Il bambino di seta di Roberto Lamantea un unico racconto in cui immagini e parole, sul piano della poesia e della narrazione, rivelano la ricerca di un’identità che si fonda completamente nell’età infantile, che vive una giovinezza di sradicamenti e appartenenze totali – tra il Friuli, la Liguria e l’amata Venezia –, un’identità che non posticipa mai il suo autodefinirsi, con ironia e delicatezza. Scrive l’autore:

I ricordi mi guardano.

Proprio in questo aforisma c’è tutto il libro, c’è la conservazione di ciò che è gioioso nonostante il dolore.
E poi:

Aggrapparmi alla primavera, e godere dei grappoli azzurri del cielo. E della festa di verde, di alberi ed erbe, macchiati da lupini e da viole. Verde è il colore che amo. Mostra nelle piante quella vita di linfe e di ninfe amori. Amo la vita, i suoi fiori, bellissime luci campestri, il suono del liuto e della chitarra, una nota di violino che si spegne lontana.
M. diceva che in primavera non si può non essere innamorati. Io sono innamorato: e il mio amore si apre in questa bellissima primavera di tepore.

Silenzio. Il gatto dorme.
Un disco dei Led Zeppelin.

Un inserto rock in un racconto lirico; uno sguardo altrove. Quel “bambino di seta” ritorna, va e viene anche oggi, per ricordarsi chi è stato, per dire chi è, per raccontarci qualcosa di lui che è, inconsapevolmente o no, anche in noi..

© Alessandra Trevisan

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