Alessandra Trevisan

Beppe Costa da ‘Il poeta che amava le donne’



ho solo viaggiato in qualche cuore
pagando il biglietto o multato
ho visto paesaggi nascosti e palesi
così che nessun luogo mi è ignoto

 

per la poesia servono
tutte le parti del corpo
lasciando fuori i piedi

 

rimani tu un’altra alba da vedere
io dalla parte opposta ho solo tramonti
una panchina al posto d’una barca
sognando di raggiungerti e rimanere
stretto ai fianchi alle dita al pensare.

 

quando tutto appare buio
il suono di una voce riporta luce

(a Lory)

 

il suono, il verso, l’immagine
ogni cosa è l’alta espressione della tua poesia
(anche ciò che non è scritto e non si legge
traspare visibile dagli occhi)

(a Marco Cinque)

 

Beppe Costa, L’uomo che amava le donne (e parla coi muri), Pellicano Sardegna 2018

Da “Diario ordinario” di Ginevra Lilli

Lettera a mia madre.

Non stringere le dita sul mio collo bianco.
A te torno, a te penso.
Penso ai nostri pomeriggi di pace, di silenziosa comprensione,
solidarietà, giochi racconti di tempi andati.
Siamo figli, siamo frecce, falchi, siamo treni lanciati in corsa.
E siamo specchi con i piedi.
Così ti porto riflessa in me.
Ovunque tu vada.

Roma, 14 aprile 2013

 

Quaranta.

Apriti bocca mia.
E divorami.
Mangia le mie idee, dilania le mie convinzioni,
tagliuzzami, incidimi, mordimi,
fammi sparire ancor più dentro di me;
distruggi i miei guai, come fossero confetti:
(crac).
Ho compiuto quarant’anni..

Roma, un sera di settembre 2012

 

Roma.

Roma città mia,
dai denti neri, sampietrini sconnessi.
La chiesa di sguincio di fronte casa,
sopra al Tevere ha una delle tante
cupole, tutte le tette della città.
I turisti ti mangiano,
piano piano,
e sputano le tue ossa ai nostri piedi.
Tanto,
dopotutto,
chissenefrega.

Roccaraso, 8 agosto 2010

.

Ginevra Lilli, Diario ordinario, Marco Saya Edizioni, 2014

Incontri all’angolo di un mattino di Lia Migale

Lia Migale, Incontri all’angolo di un mattino, La Lepre edizioni, 2018, pp. 155, € 16

Nell’anno del cinquantesimo del sessantotto si sono moltiplicati gli eventi di celebrazione di quel tempo e non sono mancate le pubblicazioni letterarie anche da parte delle autrici donne, dato importante che testimonia una necessità di (ri)elaborazione di un evento epocale per la storia italiana e non soltanto.¹ La narrazione ha un portato politico e personale per chi ha scelto di raccontarlo, di difficile “separazione” e che − anzi − non ‘desidera’ (parola chiave) alcun tentativo di dividere il fatto dall’emozione, il contributo passionale dall’esperienza pratica. La critica deve per forza di cose prenderne atto: muoversi sulla soglia significa tentare di spiegare aprendo varchi, disambiguare trattenendo un fondo di ambiguità, concedendo sempre all’autore l’ultima parola; definire è, di per sé, un atto limite se ci si sposta sul piano artistico, ossia dall’altro lato. Potrebbe sembrare una contraddizione ma non lo è: ci si assume la responsabilità di un fallimento − magari parziale − perché non esiste una verità critica assoluta né la possibilità d’accordo con altre verità parziali. Pare che questo sia vero anche nella letteratura, perché ancora più vero è nella vita.

Questa premessa non vuole essere fine a sé stessa ma inquadrare il “genere” dentro cui inserire il nuovo libro di Lia Migale, Incontri all’angolo di un mattino: non si è volutamente proposto il termine “romanzo”, perché si ritiene che questo volume strizzi l’occhio al romanzo ma appartenga più propriamente alla narrazione autobiografica che vede il suo centro in una memoria che si ricostruisce. Questo volume fa dichiaratamente pensare a Autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit (qui), soprattutto per due motivi: il contenuto − è ovvio − e il tessuto del testo, appunto autobiografico, che riconduce la propria forma-sostanza a un assunto proprio di un altro volume che Lepetit pubblicò con la sua casa editrice, La Tartaruga, ossia Autobiografia di tutti di Gertrude Stein (uscì nel 1976). Mi pare di rilievo sostenere che, anche inconsapevolmente (ossia non sempre in termini di militanza), il femminismo e la storia delle donne possano aver assunto il termine “autobiografia” a partire dalla traduzione di un libro fondamentale come quello, scritto nel 1937 e qui diffuso nella seconda metà degli anni Settanta. È un’appropriazione che si rivela senza filtri, ma come spesso accade nell’arte resta dentro un flusso di pensiero meno logico e programmatico − se non per tutte almeno per alcune −, e si manifesta in un “pensare lateralmente”, ossia non seguendo le vicinanze critiche della lateralità ma quelle del “pensiero laterale”, teorizzato da Edward De Bono già nel 1970. Ed è lì che il libro di Lia Migale sembra partire, dal sessantotto della maturità, scolastica e personale, in alcuni primi capitoli in cui si ritraccia con parole vive un contesto di provincia, un personale bagaglio di affetti, lo spostamento a Roma per frequentare l’università nella facoltà di Economia: un’esperienza che cambia tutto. Gli incontri con gli uomini ma soprattutto con le donne; sono splendide le pagine su Michi Staderini con cui Migale fondò, insieme ad altre, la rivista «Differenze», e di cui quest’ultima scrive: «Le sue parole erano il vento del sapere del noi che volevamo essere: libere dai legami, libere di amare, libere di fare, libere di essere.» Una tale affermazione che deve fare i conti con una conquista del “prima” fuori da modelli, scardinati per la prima volta, scavalcati; un’affermazione quasi ovvia oggi ma che, con la percezione dell’entusiasmo di allora, non lo è affatto. (altro…)

Audre Lorde, da ‘D’amore e di lotta. Poesie scelte’ (2018)

A Litany for Survival

For those of us who live at the shoreline
standing upon the constant edges of decision
crucial and alone
for those of us who cannot indulge
the passing dreams of choice
who love in doorways coming and going
in the hours between dawns
looking inward and outward
at once before and after
seeking a now that can breed
futures
like bread in our children’s mouths
so their dreams will not reflect
the death of ours;

For those of us
who were imprinted with fear
like a faint line in the center of our foreheads
learning to be afraid with our mother’s milk
for by this weapon
this illusion of some safety to be found
the heavy-footed hoped to silence us
For all of us
This instant and this triumph
We were never meant to survive.

And when the sun rises we are afraid
it might not remain
when the sun sets we are afraid
it might not rise in the morning
when our stomachs are full we are afraid
of indigestion
when our stomachs are empty we are afraid
we may never eat again
when we are loved we are afraid
love will vanish
when we are alone we are afraid
love will never return
and when we speak we are afraid
our words will not be heard
nor welcomed
but when we are silent
we are still afraid.

So it is better to speak
remembering
we were never meant to survive.

Litania per la Sopravvivenza

Per quelle di noi che vivono sul margine
ritte sull’orlo costante della decisione
cruciali e sole
per quelle di noi che non possono lasciarsi andare
ai sogni passeggeri della scelta
che amano sulle soglie mentre vanno e vengono
nelle ore fra un’alba e l’altra
guardando dentro e fuori
e prima e poi allo stesso tempo
cercando un adesso che dia vita
a futuri
come pane nelle bocche dei nostri figli
perché i loro sogni non riflettano
la fine dei nostri;

Per quelle di noi
che sono state marchiate dalla paura
come una ruga leggera al centro delle nostre fronti
imparando ad aver paura con il latte di nostra madre
perché con questa arma
questa illusione di poter essere al sicuro
quelli dai piedi pesanti speravano di zittirci
Per tutte noi
Questo istante e questo trionfo
Non era previsto che noi sopravvivessimo.

E quando il sole sorge abbiamo paura
che forse non resterà
quando il sole tramonta abbiamo paura
che forse non sorgerà domattina
quando abbiamo la pancia piena abbiamo paura
dell’indigestione
quando abbiamo la pancia vuota abbiamo paura
di non poter mai più mangiare
quando siamo amate abbiamo paura
che l’amore svanirà
quando siamo sole abbiamo paura
che l’amore non tornerà
e quando parliamo abbiamo paura
che le nostre parole non verranno udite
o ben accolte
ma quando stiamo zitte
anche allora abbiamo paura.

Perciò è meglio parlare
ricordando
che non era previsto che sopravvivessimo. (altro…)

«Autografo» 58. Natalia Ginzburg

AA.VV., «Autografo 58» Natalia Ginzburg, a cura di Maria Antonietta Grignani e Domenico Scarpa, Interlinea 2018

Il numero 58 della rivista «Autografo» (2018), fondata da Maria Corti e diretta da Maria Antonietta Grignani e Angelo Stella, è un volume monografico dedicato a Natalia Ginzburg che affronta “neo-geograficamente” la scrittura di un’autrice che, sempre di più in questi anni, è tornata all’attenzione della critica non solo specialistica. Una delle ragioni che muovono questa pubblicazione, come segnalato nella premessa dalla stessa Grignani e da Domenico Scarpa, è il convegno organizzato da Giada Mattarucco all’Università per Stranieri di Siena (14-15 marzo 2017), a breve distanza dal centenario della nascita della scrittrice.
Non soltanto affondi plurimi nel mondo culturale e letterario della Ginzburg, da angolazioni diverse, a segnare un territorio che possa proporre la sedimentazione di alcuni aspetti dell’opera forse non considerati sinora o del tutto trascurati − anche gli autori più indagati, spesso, nascondono nelle pieghe dei loro materiali, qualcosa di inedito, ancora da decifrare. Ciascun saggio restituisce quella «difficoltà a parlare di sé» proposta da Alessandra Ginzburg come qualità peculiare della madre Natalia (pp. 11-14), una “complessità” incarnata anche nel ruolo di intellettuale che lei ricoprì durante il secondo Novecento, che trova tuttavia origine nel periodo che precedette la seconda guerra mondiale, in un territorio − come scopriremo anche da questa pubblicazione − in cui si fondano alcune prospettive future della nostra. L’espressione di una creatività polimorfa l’ha portata, infatti, a perseguire “rotte” inattese che, nel volume, riescono a presentarsi in primo piano e concorrenti a rendere il dibattito critico sulla scrittrice più attuale e peculiare.
Fatta eccezione per Scarpa, la raccolta vede una presenza tutta al femminile di studiose che si sono misurate con un diverso approccio alla scrittura di Ginzburg, scoprendo “territori” fecondi, interni o inversamente esterni all’opera; questi critici sono stati in grado di tracciare percorsi di comparazione che amplificano l’eco ginzburghiana anche nel panorama della letteratura internazionale, e rivelano l’importanza di dettagli non marginali connessi al lavoro editoriale, portato avanti dal secondo dopoguerra in poi come sappiamo soprattutto con la casa editrice Einaudi. Se ciò potrà apparire atteso e anche un po’ vago, una più attenta lettura dei singoli scritti evidenzierà i legami che ciascun saggista ha saputo intessere con gli altri, in un libro ricco di ispirazione anche per studi futuri. (altro…)

I poeti della domenica #298: Dacia Maraini, Se amando troppo

se amando troppo

se amando troppo
si finisce
per non amare affatto
io dico che
l’amore è un’amara finzione
quegli occhi a vela
che vanno e vanno
su onde di latte
cosa si nasconde mio dio
dietro quelle palpebre azzurre
un pensiero di fuga
un progetto di sfida
una decisione di possesso?
la nave dalle vele nere
gira ora verso occidente
corre su onde di schiuma
fra ricci di neve
e gabbiani affamati
so già che su quel ponte lascerò una scarpa, un dente
e buona parte di me

In viaggiando con passo di volpe, Milano, Rizzoli, 1991. 

I poeti della domenica #297: Mario Santagostini – Poi, verranno a dirtelo

 

Poi, verranno a dirtelo
come è stato facile uscire da questo terreno
e di suoi suoni e da queste ore distese
quando girano le rane al calore
e nuotano i campi e le alture
(case come massi bruciati,
case come indizi d’amore)
e ancora verranno a dirtelo,
che ne è stato di tonfi d’aria
e perché ti esplodevano i denti di gioia…
Ma è tempo d’altro
(caduta, azione).

 

In Uscire di città, ora Stampa 2009 (Milano, Ghisoni, 1972).

Intervista ai Superportua su “Resterai sempre uno”

Il vostro primo disco Resterai sempre uno (Sisma mvmnt, Dischi Soviet Studio e Shyrec) è stato atteso a lungo, dopo due EP che hanno segnato la vostra storia dal 2013 a oggi. Inizierei dal com’è nato il progetto di un album, dal “cantiere” a come siete arrivati a definirvi nell’attuale formazione.

Il disco si colloca alla fine della strada che abbiamo percorso durante gli ultimi sei anni. Una via in salita, a momenti il vento ci soffiava contro, in altri ci sollevava e ci faceva scorgere l’orizzonte. È stato un percorso creativo fortemente condiviso e per questo complesso. Ci siamo confrontati, scontrati, allontanati e ritrovati. In alcuni momenti questo disco pareva schiantarci, però siamo partiti in cinque e siamo arrivati in sei e questo ci sembra un buon segno.

Sento molte eco diverse nel disco, dal rock contemporaneo anche locale (ad esempio i Kleinkief) al cantautorato di un tempo, più antico. Non azzardo comparazioni in questa sede ma penso che, forse, un residuo della nostra tradizione resti nell’orecchio di chi ascolta prima che in quello di chi compone. Volete dirci voi quali siano le vostre maggiori influenze – anche dal punto di vista non strettamente musicale – e perché scegliete questi artisti.

Gli artisti sui quali ci soffermiamo sono quelli che ci ci fanno dire “bellissimo, noi questo non saremmo neanche riusciti a pensarlo”. Crediamo che ci spingano più in là di dove siamo o di dove potremmo arrivare da soli. D’altra parte, già tremila anni fa si vociferava che non c’è nulla di nuovo e quel che lo sembra è tale solo perché non ricordiamo di averlo dimenticato. Questo ci umilia, in senso buono: ci protegge da sei ego un po’ rumorosi e ci aiuta a “restare uno”, magari per sempre. (altro…)

Gruppo ’98 Poesia: ‘In Dialogo. Vent’anni di poesia 1998-2018’. Nota di lettura

Gruppo ’98 Poesia, In Dialogo. Vent’anni di poesia 1998 – 2018, Qudulibri, 2018, pp. 79, euro 11

Questo libro raccoglie otto voci di un gruppo che festeggia il ventennale della nascita, un gruppo di donne senza leader e che basa il proprio lavoro sulla «’critica affettiva’ a sostegno dell’autostima di ognuna». La dedica del volume è a Serena Pulga, tra le fondatrici, e il libro unisce le poesie di Silvia Albertazzi, Paola Elia Cimatti, Zara Finzi, Serenella Gatti Linares, Loredana Magazzeni, Alessandra Vignoli, Vannia Virgili, Anna Zoli. I testi sono In Dialogo tra loro, ‘a più voci’, prendendo a prestito il titolo di un famoso saggio di Adriana Cavarero che − in apparenza − non ha a che fare con questo lavoro ma che, in realtà, ha molto a che vedere con il tragitto percorso. Ogni anniversario porta in sé la traccia di qualcosa di solenne, legato al valore che la comunità di riferimento trasporta nel presente; innanzitutto: la ‘differenza’ dello scrivere che queste donne intrecciano − come soggetti-donne − alla poesia come genere letterario esperienziale. In secondo luogo ci sono alcune delle autrici che le hanno maggiormente influenzate: Virginia Woolf e Simone Weil, per fare due nomi cari al Novecento tutto. Una certa nostalgia del passato, visto come momento del viaggio e della presa di coscienza della propria necessità di libertà − e sono gli anni del femminismo. I registri autoriali, come conferma anche Alessandra Pigliaru nella sua ricca postfazione, sono tutti diversi eppure tutti tendono a raccogliere temi simili: dal rapporto con il materno ai ruoli del femminile, dalle riflessioni sul corpo al rapporto con l’altro sesso, per un attraversamento di posizioni, mondi, riflessioni, «consonanze» (Pigliaru). Vittoria Ravagli, nell’introduzione, parla di «contagio» quando l’universo delle donne apre alle forme d’arte in termini di partecipazione collettiva; trovo sia una parola necessaria, capitale, anche per quest’operazione di unione (editoriale). Nessuna di queste voci sceglie una rotta anti-lirica, anzi: resta negli schemi lirici per parlare di un sé che trova eco nelle parole delle compagne, nello scambio differente come unico bagaglio di senso. Il loro è un rinnovato apporto, uno sguardo al futuro, in un’avventura che resiste.

© Alessandra Trevisan (altro…)

‘La poesia è un unicorno (quando arriva spacca)’ di Francesca Genti

Francesca Genti, La poesia è un unicorno (quando arriva spacca), Mondadori 2018, pp. 145, € 18,50

Nel panorama contemporaneo la saggistica poetica scritta da poeti è diventata frequente, eppure l’approccio muta di voce in voce, di esperienza in esperienza; chi si riconosce in una linea non accademica diversifica il punto di vista e permette maggiormente ai lettori interessati all’argomento di entrare in un dibattito acceso, che muove dal di dentro, che sempre fiorisce e si sviluppa. Ciò risulta valido anche per Francesca Genti, poeta che, negli scorsi mesi, ha pubblicato per Mondadori un libro dalla copertina colorata e vivace come il suo contenuto, un volume spassoso e vivo com’è viva la poesia nella tesi di fondo dell’autrice. Da essa tutto muove e a essa tutto ritorna. Il saggio “militante” per definizione della stessa Genti è un itinerario in prima persona attraverso temi e ‘movimenti’ che la poesia, come genere letterario, tiene uniti: una concatenazione di motivazioni attorno al “cosa serva” la poesia e “perché la scriviamo” ma anche “perché la leggiamo” (prima). Sorprendente come l’autrice, con credibilità, riesca a tenere il testo sempre a un livello di attenzione alto, anche quando si concede l’aneddotica (singolare quella su Amelia Rosselli e Alda Merini) o alcune digressioni sul suo lavoro come editrice [con Manuela Dago, di Sartoria Utopia, n.d.r.]. Il suo percorso ragionato include una militanza sapiente e delicata (anche nel titolo), che parte dalla consapevolezza che «la poesia è la più anarchica delle forme espressive» e che «ha sempre una sua utilità», anche quando pare non dichiararlo. “Vitalità” è una parola che Genti usa dall’inizio, una parola nutriente − come il pane:

Sì, la poesia è viva. Non è sempre come uno se la immagina e spesso fa arrabbiare, mette in crisi, turba, provoca un aumento di vitalità. […] la poesia è sempre officina di avanguardie linguistiche e con la sua anarchia e vitalità forgia e immagina una lingua del futuro, una lingua madre però, non globalizzata e anestetizzata, non una lingua che va bene per tutto e che si usura di stagione in stagione, ma una lingua affettiva che risuona e apre a nuove prospettive grazie al patto di sangue tra significato e significante.

Non c’è edulcorazione né allusione nel procedere saggistico di Francesca Genti: come nella sua opera esiste una chiara e netta direzione, una volontà di affermare le cose in modo diretto, efficace, limpido. Tuttavia, la sua “giusta distanza” da critico-poeta si contamina con una ‘militanza del cuore’, quella che la porta a citare alcune voci contemporanee più o meno isolate che difficilmente appaiono nei saggi odierni e che sicuramente faticano ad avere un posto nel canone. Sono, tra gli altri: Mariangela Gualtieri, Dacia Maraini, Valentino Zeichen, Silvia Salvagnini, Piera Oppezzo, Francesca Matteoni. Il rimando alla nostra tradizione per introdurre al lettore la poesia lirica, la poesia amorosa, l’invettiva, la poesia civile e altre derivazioni si lega a nomi del panorama contemporaneo, in una fotografia del presente che vede una messa in posa ragionata, una scelta ancora una volta nutriente. La consapevolezza di Genti è quella di chi conosce gli strumenti del mestiere ma non rinuncia a metterli in discussione, quella di chi si interroga con intelligenza e sensibilità sulle prospettive, quella di chi si fa domande sul futuro conoscendo il passato eppure non manca mai dell’ironia che stempera la materia, della leggerezza di alcuni spunti che rendono più lieve la lettura di un testo critico di cui si sentiva la necessità. Genti esce dai binari, dai luoghi comuni: costruisce una costellazione propria per far valere le sue tesi sulle ragioni dell’appartenenza alla poesia, ragioni umane prima che letterarie − anche se letterarie poi, alla radice. «La poesia è sempre un po’ più avanti del suo tempo», come questo saggio..

© Alessandra Trevisan

Intervista ai VIDEO DIVA

Il vostro progetto, tra post-punk, gothic rock, new wave ed elettronica, è iniziato nel 1999 ed è giunto, nel 2017, alla pubblicazione di un nuovo disco (s)àcrata (Swiss Dark Nights): nove brani, compatti ed efficaci. Volete raccontarci com’è nato quest’ultimo album, quando avete scritto i primi pezzi e cosa rappresenti il titolo.

VIDEO DIVA L’album ha una lunga storia. Trattandosi del primo disco uscito per una casa discografica, volevamo far in modo che fosse un “sunto” dei Video Diva. Quindi, accanto ai brani nuovi abbiamo inserito alcuni brani storici arrangiati ex-novo e attualizzati. Per fare questo ci abbiamo messo circa un anno, ma in realtà il processo è iniziato molto prima, perché canzoni come Inconsciamente Vago e Non per orgoglio nascono circa 15 anni fa. Per quanto riguarda il titolo è un vero e proprio film che ci siamo fatti. Solitamente per le nostre uscite utilizziamo sempre una singola parola, un neologismo che racchiuda in poche lettere il senso del disco, quasi come un simbolo o un sigillo. (I nostri due precedenti EP infatti si intitolavano Inetticho e Nuvistasi, parole composte che erano anche titoli di due dipinti dell’ex chitarrista Fabio “Gabo” Menetti). Questo per rendere chiaro fin da subito che si sta maneggiando un disco da scoprire, da capire. Abbiamo una certa predilezione per l’ermetismo, scelta che risulta subito evidente anche nei testi. In questo caso (s)àcrata significa Sacra Acrata o Santa Anarchia. L’acrata è un peperoncino di colore rosso/nero chiamato anche “peperoncino anarchico” in alcuni paesi latinoamericani: un riferimento utile a sottolineare la nostra intenzione di voler essere urticanti, perfino fastidiosi. Ma, parlando di peperoncino, viene naturale pensare a una dicotomia odio/amore: per cui il peperoncino diventa simbolo di un anticonformismo riflessivo che, per chi lo guarda dalla parte giusta, può anche essere sacro. La (S) infatti vale come la classica abbreviazione per Santo o Sacro. Trasformare àcrata in sàcrata è un processo di sovvertimento: per noi il sacro non è quello istituzionale, ma può trovarsi nell’integrità di una visione o di un’idea lontane da quanto decretato da leggi e religioni. La componente critica verso le religioni è infatti molto presente in tutto il disco, non tanto come critica alle fedi storiche, ma verso le persone che le professano soltanto per comodo e interesse personale. Dunque (s)àcrata rappresenta un’idea libertaria, blasfema, anticonformista e necessariamente di parte.

Inequivocabili i riferimenti musicali che si ascoltano nei brani e che già molta stampa ha nominato: CCCP e Lindo Ferretti, CSI e Teatro degli Orrori. Sono incuriosita dalla scrittura dei testi: cosa c’è dietro? Come nascono ‘praticamente’?

LORENZO Nei testi si possono trovare temi sociali o storie personali, anche strettamente intime. I testi danno voce alle mie idee e non conosco altro modo per poterle esternare. La mia riservatezza mi porta spesso a renderli ermetici, quasi incomprensibili. Il processo di scrittura si divide sempre in tre fasi principali: una prima stesura degli argomenti di cui voglio parlare, la trasformazione del tutto in un linguaggio ermetico e infine il lavoro di cesello ritmico/fonico per amalgamare le parole con la musica, che può essere preesistente o ispirata da una metrica già facente parte del testo. L’intento è far trasparire i sentimenti e lo stato emotivo con cui tratto gli argomenti. Non mi importa che venga capito il testo nei minimi dettagli, a me basta riuscire a trasmettere la parte emozionale. Se passa questo non importa neanche dare troppe spiegazioni sulle parole e sui temi usati (anche perché non è mia intenzione farlo). Se musica e testo trasmettono una certa emozione, se è possibile anche solo parzialmente ritrovarsi nei testi, immedesimarsi, allora l’ascoltatore per me è già andato oltre alle semplici parole.

VIDEO DIVA Alcune recensioni dei nostri lavori tendono a sottolineare la valida sinergia tra testo e musica, che è poi proprio il nostro primo obiettivo. Testi e musica sono un tutt’uno, non riusciamo a vedere questi due aspetti separati o incastrati forzatamente. Testi e musiche devono combaciare, abbracciarsi. Un nostro caro amico musicista (Iacopo “Iuzzo” Landi dei Medjugori, altra band delle nostre parti) al primo ascolto di (s)àcrata ha definito il disco come “La Buona Novella dei Video Diva”, parole di cui siamo orgogliosi soprattutto per il riferimento per nulla casuale a Fabrizio De André e per l’allusione a una sottile blasfemia, a una denuncia, a una visione più giusta – per noi – oltre a una diversa consapevolezza del reale. Se questo è il messaggio che riusciamo a far passare, allora non importa spiegare altro nello specifico. (altro…)

Bende: inediti di Francesca Genti

BENDE

sondare la sintassi per cercare
un suono che faccia innamorare

se della persona io potessi
conoscere soltanto il corpo astrale
vedere l’animale che traspare
sotto bende di pelle e di parole
allora: si scioglierebbe il sole
la pietra sopra il cuore
si asciugherebbe
diventerebbe sabbia
poi granello

e la incastonerei sopra un anello
.

*** (altro…)