Riletti per voi #31: Daria De Pellegrini, Spigoli vivi (Nota di Francesco Scaramozzino)

Omeopatia del dolore.
Nota a Spigoli vivi di Daria De Pellegrini

Spigoli vivi è una breve, intensa silloge di quarantaquattro poesie ordinate in tre sezioni – Guasti, Assedio e l’eponima Spigoli vivi – che già nel titolo delineano il compito che l’autrice si propone e che, nella sua irrisolvibile ragione di essere, ne fonda l’intima drammaticità, consegnando al lettore un’esperienza empatica di dolore e disincanto.
Si tratta del tentativo, ma, prima ancora, dell’esigenza di mettere a sintesi, cristallizzandole in un testo vivo nella sua profonda radicalità, dimensioni di per sé contrastanti – quella dell’allarme e quella dell’evento già consumato – raccolti in una contemporaneità in cui la voce che avverte è la stessa che accusa, e la mano che getta la pietra è la stessa che raccoglie il vetro in frantumi dei ricordi. Mano e voce che solo a tratti, quasi per riflesso e mai per scelta deliberata, riescono nel compito impossibile della consolazione in una poesia dove, al contrario, il timbro che prevale è spesso quello acre di chi preferisce condannarsi che assolversi.
Fin dall’inizio, infatti, il monito che l’autrice lancia al lettore è netto: qui sono «assenti la neve, la natività e la misericordia», e l’inverno «ostinato a bel tempo e sporco e opaco e senza misericordia», «ha fatto nascere gennaio già vecchio»: nulla è al suo posto perché perfino la primavera «sorride sdentata» e «a bocca larga la natura ride con smottamenti e frane»; qui perfino a «Pasqua, non viene nessuno a mangiare quello che non ho cucinato»: c’è solo certezza che gli acquazzoni «verranno a fare poltiglia di rose e di insalata» in uno scenario in cui l’assenza di maternità si risolve ora nell’ombra di una natura matrigna e vendicativa, che non assolve, ma, appena gliene è data occasione, punisce.
Tutto è dunque annuncio di un crollo imminente e al tempo stesso già avvenuto, percepito secondo lo schema di un circolo chiuso e insano, una sorta di uroboro in cui la testa del male ne rincorre e azzanna la coda, un continuo irrisolvibile succedersi di inizio e fine che condanna questa poesia a stare nel mezzo, “assediata” e costretta nel punto diacronico in cui il tempo si sfalda e non lascia altro che dolore: un gioco, in fondo, in cui la posta, altissima, è già stata spesa. E perduta. Un gioco di bimba, cattivo, come a volte i bambini sanno essere, ripetuto ossessivamente secondo la regola illogica e autolesionista di chi gioca contro sé stesso, e che per paradosso ora diventa logica, come se l’unico modo rimasto per assolversi, spezzando il circolo insano di cui si è detto, sia quello di condannarsi.
Così, dove il pettirosso vola nervoso in cerca di torsoli sul mucchio dell’umido, alla finestra uno sguardo fantastica che «finiscano presto cibo legna e gasolio», mentre «a monte la frana continua a smuovere sassi» e «a valle i detriti faranno sul torrente una diga»: immagini forti che rendono appieno il senso mai scontato di questa poesia, disegnando contrasti in cui una parte separa e l’altra contiene, e una cede e l’altra resiste, e l’autrice (e con lei il lettore) resta ancora una volta nel mezzo a «presidio del fango» con i suoi ricordi: «gli stivali di gomma e la mantellina che fu di mio padre» questa volta.
È il punto più alto di tensione e tenuta della silloge, dove il parossismo cresciuto, quasi alimentato di verso in verso si ricompone in altre immagini, esibite nel loro crudo, sfacciato antilirismo con la naturalezza di chi non si cura di incanto e bellezza: ora si comprano «cose inutili» da chiudere «in sacchi neri con gli avanzi di cucina, e i tubetti e le lattine, e i mozziconi e i lutti», perché ormai l’autrice si muove orientandosi sulla spartito straniante della silloge con la consapevolezza che non ci sono «riserve di carità e di amore» per affrontare insieme «la triste prospettiva» di ciò che sta per accadere, di ciò che, in fondo, è già accaduto. Ed è proprio con questa consapevolezza che, fra la fatica della «folla di agosto sulle strade», della «gente in costume da bagno sulle sponde del lago», si passa all’ultima parte della raccolta dove gli spigoli della vita si fanno sentire in tutta la loro acuta durezza: Spigoli vivi, appunto.
Non a caso la sezione si apre riprendendo il tema della assenza di natività che ora diventa «appropriazione indebita di infanzia e di memorie», e che si declina in una serie di testi in cui davvero non c’è più nulla di convenzionale e omologato: testi dove ogni cosa è fuori posto e l’onestà della voce si libera nella consapevolezza che il dolore non si codifica e per questo può diventare punizione, ulteriore carico che ci si impone in aggiunta a quello che ci è dato, quasi sia questo l’unico modo che la vita ci concede per far fronte alle colpe inemendabili a cui ci costringe: dolore, dunque, che si può curare solo con il dolore. In questi testi la parola assume infatti una funzione quasi “omeopatica”, di resa e confessione e con ciò stesso sanzione: «dall’amore di mia madre ho imparato ad essere cattiva» e per questo «quando non basta il rodio sordo nei nervi» in ginocchio strappo «centocchio e piantaggine e quell’altra erba cattiva che taglia le mani. Contenta di aver finalmente un plausibile motivo di pianto».
È parola che dice quello che non ti aspetti, spiazzante e disperatamente viva. E con ciò stesso vera.
Qui ogni argine è rotto e la voce finalmente fluisce in un crescendo di dolore e compassione, in cui la sintesi delle immagini, resa possibile da una parola potente, preparata al compito, compone alcune fra le più belle e riuscite poesie della raccolta, dove la ferocia apparente dei gesti si screzia di una dolcezza dilagante, e i versi trasmutano in tenerezza il materiale disumano a cui la malattia spesso riduce la vita. La risultante è una pietà resa nelle forme disadorne di un quotidiano còlto sul punto di smembrarsi e dissolversi in corpo inerme, amorfo, da sempre predestinato all’abbandono. Solo. Il corpo della vecchiaia dilaniata dalla cieca e folle malattia della vita.
Si tratta di almeno quattro testi di grande equilibrio emotivo, nei quali la parola si dimostra matura e capace di contenere la forza delle immagini: nell’ordine, «in ombra sulla veranda le piante grasse», «legata alla poltrona se la trascina sotto», «tra un posto e l’altro tiene» e «quale che prima sia stata la vita». Qui, fra immagini di vita quotidiana tratte dai ricordi dell’ospizio in cui fu ricoverata la madre malata, la vita coi suoi spigoli ci colpisce con dolo e immutata cattiveria, e ci fa male, «sporca di lutto e vergogna le mani», «fa tanto male quanto un coltello può su una tendina lacera», «sfarina la colla che tiene insieme corpo e coscienza e il tremito che dentro la scuote […] manda in frantumi nelle vetrine porcellane e bicchieri».
Poi tutto tace. Silenzio. Ma resta al lettore il dono di una poesia originalissima perché nata da una capacità sorprendente di mettersi a nudo; e sfrontata perché capace di unire in allitterazioni improvvise parole come “inutili” e lutti”. Una poesia soprattutto pulita perché capace di sporcarsi le mani scavando a fondo e senza remore fra i materiali infetti dei ricordi; e che volando come il pettirosso su cose “basse” – torsoli di mela e il sacchetto dell’umido – sa essere così raramente altissima nella sua perfetta, voluta imperfezione.

© Francesco Scaramozzino

 


Daria De Pellegrini, Spigoli vivi, InternoPoesia, 2017

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