#PoEstateSilva #23: Daria De Pellegrini, Spigoli vivi

PoEstate Silva #23: Daria De Pellegrini, Spigoli vivi – InternoPoesia, 2017

*

ai mulini, l’un dopo l’altro, il torrente
ha scavato crateri da sotto, alla balera,
la cui terrazza si piega sul fango che
era stato giardino, il vento ha staccato
l’insegna, e a ogni passaggio di nuvole
fosche la pioggia scioglie strade
e scarpate come biscotti nel latte.
In compenso, accanto a un bar
di nuova gestione, stende luccicanti
le foglie una gran palma di plastica.

*

il prato dietro casa, per quanto l’erba stenti
tra il muschio secco a farsi viva, e le violette
pallide fioriscano di lutto, continua a credere
con ostinazione cieca a un miracolo d’aprile.

È tanta la mia pena che vorrei spianargli
in ghiaia l’agonia. Ma tornerebbe in sogno
con gli occhi offesi ancora, e increduli
di mio padre cui è toccata sorte analoga.

*

aprendo la mia insonnia
al cielo delle cinque di mattina
che chiaro ancora illude di sereno
il giorno, io già li sento nell’odore
come di piscio e spazzatura
lasciata a segnare il territorio
gli acquazzoni che verranno
a far poltiglia di rose e d’insalata.

*
neve, non molta. Quel tanto che basta
per non uscire a spalare. Aspettare qualcuno
che non verrà. O altra neve, sicura prima
di sera. Il pettirosso vola nervoso dove
erano torsoli sul mucchio dell’umido.
Lui sa allontanare anche i corvi.
Alla finestra io fantastico
che finiscano presto
cibo legna e gasolio.

*

non è grigio di nebbia è pioggia battente
che attacca che preme su tegole e infissi
a monte la frana riprende a smuovere sassi
a valle i detriti faranno sul torrente una diga
ed eccoti in mezzo a presidio del fango
con gli stivali di gomma e la mantellina
che fu di tuo padre.

*
dorme poco, sempre meno,
qualche ora in tarda serata. Poi,
quando sulla piazza di sotto resta acceso
un solo lampione e sembra semplice
l’essere al mondo, esce col cane
che vorrebbe andare a pisciare
sul tetto del supermercato.

*
uno sguardo alla corriera
in partenza e il passato mi soffia
attraverso come folata di vento
che da sola spoglia e fa diverso
il viale: li rivivrei grata e affettuosa
i tempi in cui lassù mi si attendeva
all’arrivo e c’era viva una casa
e in cucina qualcosa bolliva. Lumaca
lessata vorrei tornare in conchiglia.

*
da quando mia madre, bella la faccia
affilata dai novant’anni,
con voce che pesca nel fondo
tradisce il rimpianto
di non aver avuto scarpe coi tacchi
a sostenere le gambe
al tempo che erano buone, io
io, mio malgrado fedele a mio padre
che sciolto nel buio singhiozza,
esco nel campo a zappare
rivoltando rabbiosa zolla su zolla
per trovare la terra
e piantarvi le rape rosse
che come noi grossolane nel sangue
sapranno soltanto
sporcarmi di lutto e vergogna le mani.

*

© Daria De Pellegrini

 

 

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