Loriana d’Ari, Inediti

Foto di Stefano Ferrajoli

 

Il paracadute appeso al ramo, culliamo.
Il paesaggio è un falso
con un buco al centro: occhi
che tarlano, bocca che trama la tela.

*

È saggezza di funambolo: troppo vero spezza il filo.
E barcolli in barbagli, cieco l’occhio che crede
svelto il piede che sfiora
lo strapiombo di essere intera.

*

Il ramo sussulta, stacca e plana la foglia
appena un dorato fruscìo.
Culla d’aria la fine di qua dalla soglia.

*

Abbiamo perso un mondo quando abbiamo rinunciato
all’esatta sincronia del battito. Resta solo il breve gesto
lo sfiorarsi quando inclina e converge
residua, non sazia.

*

Avremmo dovuto restarcene chini, radici le mani per non vedere
le unghie nere, e non alzare gli occhi: lupi braccati nel sole.
Avrebbe potuto salvarci la paura del guado, due salti
in due dita d’acquasanta; d’un tratto sentimmo
graffiare l’arsura, la fuga degli anni a curvarci la schiena.

*

Correvi a piedi nudi nella neve, le orme addolcivano piano
scivolava il profilo delle barche sotto la coltre e oltre
una lingua di sassi scuriva appena, là dove frange l’onda.
Da qui avremmo immaginato il mondo.

 

Loriana d’Ari vive a Genova, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato su riviste e blog letterari.

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