proSabato: Natalia Ginzburg, Con quale sguardo. Intervista (1981)

immagine tratta dalla rivista

a cura di Maria Maffei

Una intervista confessione di Natalia Ginzburg: «…non ho né pubblicato, né scritto più, perché non sapevo con quale sguardo volevo vedere il mondo, se di uomo o di donna»

Signora Ginzburg, perché non scrive più sui giornali?
Ho scritto abbastanza regolarmente sui giornali per una decina d’anni; mi piaceva; ho smesso di colpo per ragioni diverse: anzitutto avevo ansia perché temevo sempre di non consegnare l’articolo in tempo e a un certo punto quest’ansia mi sembrava troppo logorante. Poi ancora: scrivere sui giornali è come uscire alla luce del giorno, lo stanca la luce, la polvere, il rumore: vorrebbe uscire solo di notte. Scrivere per sé è uscire di notte, scrivere per i giornali è uscire di giorno; dipende dal rapporto che abbiamo con il buio e con la luce. È evidente che anche quando uno scrive per sé, non scrive solo per sé ma anche per gli altri: cerca però con gli altri un rapporto notturno, segreto, silenzioso. M’è sembrato che, per un periodo, non volevo tutta quella luce; ma forse un giorno o l’altro, riprenderò quel modo di scrivere, perché mi piaceva.

Il suo ultimo libro, Famiglia, è uscito nel 1977. Come mai dopo non ha più pubblicato niente?
Famiglia è un piccolo libro formato da due lunghi racconti. Quello che porta il titolo Famiglia l’ho scritto per secondo. È l’ultima cosa intiera che ho scritto. In quel racconto il protagonista è un uomo. Non l’avevo mai fatto; in tutto ciò che ho scritto in precedenza, il protagonista vero è sempre una donna: di una donna è l’occhio che guarda il mondo. In verità non ho né pubblicato, né scritto più, perché non sapevo con quale sguardo volevo vedere il mondo, se di donna o di uomo. Io però ho sempre scritto poco: pochi racconti o romanzi, voglio dire: mi sono accorta che, in genere, fra un romanzo e l’altro, lascio passare circa sei anni. Questo non per una volontà o una determinazione: ma perché, per un lungo periodo, non ho niente da raccontare; i ponti che mi portano verso le narrazioni sono rotti.

Lei una volta ha detto: si scrive quando si ha qualcosa da dire. C’è qualcosa che avrebbe voluto dire e non ha detto e del cui silenzio si è poi rammaricata?
Io soprattutto avrei voluto essere una persona diversa, che non mi è riuscito di essere. Avrei voluto capire e sapere più cose. È questo che rimpiango. Ormai mi rendo conto che quello che sono, sono: non mi riuscirà mai di avere un bel modo di ragionare sottile, lucido e solido. Per molto tempo, speravo di arrivarci una volta o l’altra; ma a un certo punto ho capito che non ci arrivavo. Quando cerco di ragionare su qualcosa, sento la debolezza, la confusione, la miseria del mio pensiero.

È d’accordo con lo slogan «donna è bello»?
Non credo che essere una donna sia bello; credo che non sia né bello né brutto, assolutamente come essere un uomo. Oppure, se si vuole, è bruttissimo e bellissimo insieme. Il vivere è così. Ma in queste parole «donna è bello» c’è dell’orgoglio razziale. L’orgoglio razziale io lo trovo sempre orribile. Il razzismo è orribile in qualunque forma appaia. Dire «donna è bello» include una discriminazione, una separazione. Bisogna cercare l’uguaglianza e non la separazione. Giusto e sacrosanto è battersi perché le donne siano libere, e socialmente uguali agli uomini. Trovo però orribile il femminismo quando si configura come razzismo. Non è forse orribile tutto quello che è razziale?

Le donne, con la loro necessità di sottrarsi al ruolo che le ha imprigionate per tanto tempo, vengono accusate di essere uno dei motivi principali della crisi della famiglia. È d’accordo?
No. Ne sono ugualmente colpevoli le donne e gli uomini. Tutto è andato a scatafascio, e così anche le famiglie. È vero che nessuno accetta più né il peso delle responsabilità né il peso della fatica; né donne, né uomini; però le famiglie si rompono anche per angoscia, per un senso di prostrazione collettiva. Ben difficile è discernere le colpe dei singoli dall’angoscia collettiva; però ognuno dovrebbe cercare di farlo dentro di sé: cioè assumersi il carico delle proprie colpe private, rifiutarsi di tuffare tutto nel pozzo dell’angoscia collettiva.

Si è molto scritto in passato sulla crisi della famiglia così come oggi si scrive molto sulla famiglia come unico rifugio. La famiglia così com’è oggi, dovrebbe essere distrutta?
Penso che le famiglie siano qualcosa di insostituibile. Penso che non siano un rifugio, ma semplicemente un terreno dove si cresce, e dal quale si guarda il mondo. Penso che siano, come qualsiasi terreno, piene di veleni e di germi e anche di nutrimenti. Oggi non regna, in genere, nelle famiglie, né felicità né armonia, semplicemente perché la felicità e l’armonia sono beni scomparsi dal mondo. D’altronde non credo che la felicità regnasse, in passato, nei nuclei famigliari. Vi regnava, sì, una sorta d’armonia. Ma avevamo, in passato, un’immagine armoniosa del mondo, e questa è andata persa.

C’è qualcosa che le fa paura e perché?
Mi fanno paura moltissime cose. I campi di concentramento e la bomba atomica. Il terrorismo. La violenza, e soprattutto la violenza organizzata. Il razzismo. Gli antagonismo e le separazioni. Mi fa paura e orrore tutto ciò che ha dato origine a questo o che rassomiglia o lo ricorda.

La infastidisce di più il conformismo o l’estremismo?
Non capisco bene la domanda. Il conformismo è spesso presente anche nell’estremismo. viviamo in una tale marmellata che l’estremismo diventa subito conformismo e non si riesce a discernere un’attitudine dall’altra. O forse lei vuole chiedermi se mi sento più vicina a ciò che è estremista o a ciò che è conservatore? Non lo so. Penso che vorrei decidere di volta in volta. Credo di essere, in molte cose, reazionaria. In moltissimi aspetti, amavo più il mondo come era un tempo. Quando esisteva ancora, dentro ai singoli, una immagine armoniosa del futuro e del mondo.

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In «Noi Donne», aprile 1981, pp. 30-32.

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