proSabato: Giovanni Comisso, Città di sogno

Nel 2019 si ricorda l’anniversario di Giovanni Comisso (1895-1969) a cinquant’anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 21 gennaio. Come redazione pubblicheremo ogni mese alcuni suoi racconti, che ci accompagneranno nei sabati fino a fine anno, in attesa della ripubblicazione annunciata dell’opera omnia per La Nave di Teseo.
Partiamo oggi con un racconto pubblicato sul «Gazzettino», con cui iniziò a collaborare dal secondo dopoguerra, proseguendo fino alla sua morte.

Ero andato in una città di mare, distesa su un pendio montano. Mi sembrava una Genova più condensata, tra il porto e le sue mura, come nelle vecchie stampe. Avevo già vissuto divinamente felice in quella città, e mi trovavo a pensione presso una famiglia, con la mia vecchia cameriera. Era d’inverno e pareva che vi dovessi stare solo pochi giorni, quando arrivò mia madre, giovane ancora: indossava un vestito grigio chiaro, che le modellava i fianchi, e portava un cappello di paglia intrecciata dello stesso colore, a forma di triregno, con un velo che le copriva il volto le scendeva sulle spalle.
Subito andammo a colazione in una trattoria, sotto un ampio portico. Sì mangio assai bene e si decise di passare l’inverno in quella città, anche perché avevamo con noi la cameriera e nessun obbligo ci richiamava altrove. Finita la colazione, le dissi di aspettarmi, ché sarei ritornato subito. Il lavoro è fare alcune compere e mi chiede se volevo mangiare per la sera certe rape bianche che erano la sua passione. Pure avendo vissuto in quella città, non sapevo nei nomi delle strade, né quello della pensione dove alloggiavo.
Appena lasciata mia madre, subito mi spersi in una zona più alta della città, vicino a pendii coltivati a olivi, con strade di campagna che andavano verso la cima del monte. Quindi conobbi una casa che era di nostra proprietà, in parte rovinata dalla guerra con certi inquilini che non ci avevano mai pagato l’affitto. Aprii una porta e dissi che adesso ci avrebbero pagato, altrimenti li avremmo mandati via e si sarebbe andati noi ad abitare la nostra casa.
Vidi il vecchio portalettere, che mi riconobbe. Una vaga speranza di una vita migliore pareva mi venisse promessa. Poi presi a scendere e mi trovai in una specie di palestra: mi ritrovai un amico dal volto scavato e impallidito dalla vecchiezza ma mi assicurò che in quella città ci si divertiva.
Scesi ancora, per andare da mia madre che mi aspettava, e per vicoli quasi sotterranei una cattedrale sontuosa, tutta con mosaici d’oro splendenti e con opere di Cimabue a fondo nero. Vi si faceva una grande funzione, che vedevo come dall’alto di una loggia. La cattedrale era come scavata sotto la terra, anzi erano due chiese aggregate e inoltre vi era anche un edificio pubblico dove, in quel momento, si ricevevano alte personalità vestite di nero, con maglie aderenti al corpo come per gli acrobati.
Uscii e mi trovai nel porto con grandi alberghi e grandi caffè e trattorie tutte deserte, perché era d’inverno e sul molo vi erano anche i grandi palazzi chiusi. Non riescivo ancora a ritrovare la trattoria dove avevo lasciato mia madre e mi facevo sempre più inquieto per lei. Sempre andando per vicoli stretti e semibui finii in un quartiere povero, dove donne bellissime affabili sorridevano accoglienti. Un giovane ne teneva sulle ginocchia una giovanissima e carnosa, che scherzava tirandogli il naso; infine la sollevò tra le braccia e per una scaletta scomparvero verso una stanza. Un’altra donna, più anziana e pallida, voleva andassi con lei; e un’altra bionda, con il petto scoperto, mi richiamava come fosse rannicchiata in un canile. Ma proseguii, sempre più preoccupato di ritrovare mia madre che mi aspettava.
Passai per un altro quartiere, dove ritrovai molti amici miei invecchiatissimi, ma che si divertivano pazzamente, sicuri di una felicità intramontabile. Insistevo che mi aiutassero a ritrovare la trattoria che ricercavo, ma non sapevo né il nome, né la strada.
Spiegai che era sotto un grande portico e che vi si andava per una strada sotterranea. Allora uno con un bastone bucò la terra: disse che era di sotto e che vi sarei andato scendendo per una scaletta. Vicino vi era una strada di marmo in discesa e una fabbrica di ceramiche. Altri scendevano per quella strada scivolando seduti su un vassoio di ceramica, come su una slitta. Anche a me ne diedero uno e si scivolava in gruppo compatto per quella strada che spesso usciva da sotto terra, e allora si vedevano palazzi con grandi bassorilievi di ceramica rappresentanti uomini e cavalli.
Era bello e felice scendere, ma un certo momento, nel sogno, mi convinsi che era inutile cercassi di mia madre, perché era morta. Capivo che tutto quello che avevo vissuto era un sogno; tuttavia ancora Sognavo di scendere con quella slitta fatta di un vassoio di ceramica.
Trovavo che questo sogno era pieno di simboli che non riuscivo a decifrare in pieno. Più che altro capivo che quelli scendere in slitta felicemente per quella strada marmorea sotterranea, verso la trattoria dove mi aspettava mia madre, simbolizzava un mio segreto desiderio di morire.

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In: Giovanni Comisso, Storie di una vita. Trent’anni al Gazzettino, a c. di Gianni Crovato e Alberto Frasson, Edizioni del Gazzettino, 1982 (edizione di riferimento).

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