proSabato: Lidia Ravera, stracci again

La mia vita è la trilogia di Cenerentola. Nata in stracci, salita sul cocchio, perso scarpina, sposato principe. Divorziato principe causa suoi eccessi alcoolici, sposato accattone. Stracci again. Quindi nuova carrozza (rubata), nuovo amore con guardia giurata (modesto, ma in divisa), nuova risalita sociale, almeno in senso di piede libero. Lui difatti è in galera. L’altro, intendo, l’ex.
Non faccia quella faccia. Rida, piuttosto, o stia serio. Stia come le pare, ma non creda di incoraggiarmi a parlare con quell’enigma muscolare fra le labbra e le gote, fra le pinne del naso. Sto qua stesa e lei mi lascia dire.
Badi bene, io so d’essere sciocca. Sempre stata.
Fin da quand’ero bambina. Babbo era nell’edilizia (muratore). Mamma iperproduceva figli (sette). Mamma non l’ho mai amata: ecco, forse, questo la interessa.
No? Strano. Isabella mi aveva detto che devo raccontare soprattutto questo. Della mamma, intendo. E senza far finta di ricordare niente prima dei quattro anni, o almeno non subito, che quello deve semmai venir fuori dopo. No che non mi sto difendendo. Del resto, lei mica mi aggredisce. Anzi, se devo proprio dirle la verità, lei è l’unico uomo che riesce a guardarmi qui distesa, senza scarpe su un divano, senza trarne una scarica di adrenalina. Ma lei, è un uomo o un pupazzo simbolico?
Non risponde. Certo vale proprio la pena di studiare tanto, per imparare a starsene zitti!
Isabella stragiura che lei è perfino laureato in medicina. Perché io da un cialtrone qualsiasi mica ci vado. Con quel che costa.
In psicologia son capaci a laurearsi tutti. Anche le donne. Bè, adesso perché scrive? Sbaglio o c’è stato un lampino di interesse? Non mi fraintenda, non ho niente contro le donne. Da un certo punto di vista, anch’io sono una donna.
Visto che non ride lei, rido io. Ma sa che questa sensazione di stanza insonorizzata, comincia a non dispiacermi affatto? Sento che potrei tacere anch’io.
Non è fantastico? Il silenzio è qualcosa di saggio, di mai assaggiato, assoggetta, soggioga…
Per voi è facile, stare zitti: avete le cose. Noi ci si sperde fra le parole, di nascosto, correndo, al mattino presto, come cacciatori di frodo che cerchino di acchiappare una preda. Pim pum pam! Ci sente? Cioè: mi sente? Certe volte divento collettiva.
Certe volte per farmi perdonare. Certe volte per farmi capire. Certe volte per caso.
Scivolo sul noi. Noi chi? Non so. Ma è meglio dire: noi chi? Che chiedersi: Io chi? Chiedersi “Io chi?” vuol dire essere malati, non è vero? “Noi chi” è solo non intendersi di politica.
Dicono che non sono cosi sciocca come voglio sembrare.
Dicono che non voglio poi sembrare così sciocca.
Dicono che sono naif, che sono furba, che gioco al doppio gioco. Dicono che faccio tanto svampita americana anni quaranta. Sophisticated comedy. Il mio secondo —l’accattone— si interessava di cinema. Lei no? Lei sì?
Lei non risponde. No, dico, su cose così importanti potrebbe cacciare fuori un sì o un no.
Cos’è questa conversazione tronca! Mi fa monologare per poi criticare. Non è così? Non è per questo che la pagano? Bella roba.
Certe volte mi chiedo se non è proprio questo il sintomo della pazzia: pagare uno perché ti distrugga. La prossima volta le regalo una roncola.
O preferisce un attizzatoio? La pistola scommetto che ce l’ha. Con tutti i soldi che guadagna avrà paura dei sequestri. Oggigiorno guadagnate più voi che i grossisti di insaccati. Si direbbe che la gente preferisca cibarsi di incubi, di fantasmi, siamo all’autocannibalismo. Ci si rosicchia l’Io e finché non s’è finito di mangiarlo non si è sazi. Ma io mi amo sa?
Io non so perché sono qui.
Ha insistito il mio primo marito. Il principe, sì, sì, il principe. Lo racconti stasera a sua moglie: «Sai, cara, oggi ho analizzato una principessa». Sarà contenta sua moglie. Alle donne piace, discorrere di teste coronate. Mio marito era un ramo cadetto e io sono principessa d’acquisto. Il principe, s’intende, m’ha acquistata, ero a bottega. Vendevo scarpe. Lui entra e se ne prova dieci. Cenerentole lui. Aveva certe fette che non c’è il numero in commercio. Nascono tarati perché si sposano fra parenti (altro che tabù, lì gli incesti sono una regola di società). Tutti brutti gli aristocratici: prognatismo, strabismo, gobbe, gobbette, linfatismo, cellulite, sordità.
Il mio principe aveva il piede porcino.
Io lì per lì, mi commuovo.
Dico: «Scusi, non piango di lei». Lui sorride e mi ficca in mano un biglietto da visita con tanto di stemma. Ma non è un biglietto da visita, è l’invito a una festa. Sotto c’è scritto «Valido per due», lui tira fuori dal taschino la stilo d’oro massiccio e cancella «per due».
Poi se ne va zoppicando. È a palazzo, la festa. Lui vuole che ci vada da sola. Avevo sedici anni: Dio, il dolore di non avere un vestito!
Appena a casa telefono a mia zia, seguendo la sceneggiatura della fiaba, le dico: Madrina, ho bisogno di scarpe borsetta d’un abito scollato e dei soldi per il taxi.
Zia fa la sarta. È pessima, look periferia, specializzata in scampoli/occasione. Ma una sua cliente (una squillo che ha fatto fortuna) le lasciava sempre i suoi “straccetti” da darci “due punti qui” un orlo e così via. La faccio breve: zia mi presta di nascosto un abito della squillo, borsetta me ne compra una come anticipo del regalo di Natale. I soldi del taxi me li presta e dice: «se non me li ridai ti faccio maledire in chiesa».
L’unica cosa che proprio non ce la facciamo a svoltare sono le scarpe. Mica posso mettere i mocassini. O i sandali d’oro estivi, con la macchia di catrame sotto l’alluce. Così, decido, vado scalza.
Ma scalza ci devo andare a mezzanotte.
La festa era appena incominciata. Un trionfo. Ero bella sa? Mi guardi. Lo vede come sono adesso? Bè: dieci volte più bella.
Più magra più eretta più smagliante. E sicura di me.
Loro, le altre sono tutte più vecchie. Si sono già viste, si conoscono, forse gliel’han già data (al principe). E poi son tutti in codice, parlano per rimandi.
Sempre di qualche viaggio d’estate. O d’inverno.
Io sto zitta senza imbarazzo. Non come qui che devo sempre parlare. Lì sto zitta per farmi guardare. O parlo perché lei non mi guarda. Non capisco questo suo modo di fare. Ha paura di doversi innamorare? L’amore — legga Harmony — non è mica una sconceria.
Fa sentire meglio. Più vivi. Dà qualcosa da attendere. Ritarda l’incontro tremendo col sonno. La notte. Tutto quel buio. Assenza sia di parole che di sguardi. Addormentarsi fantasticando di qualcosa che accadrà domani è la via più sicura per attraversare l’intervallo del buio. Lei come sì addormenta? Non dorme? Dorme o non dorme? Di fianco o supino? Dorme con la mano sotto il cuscino? E va bene, pagherò una multa. Lo faccio anche col mio terzo — la guardia giurata — tutte le volte che 
”vengo” prima di lui.
Mi scusi, non dovevo… No che non mi vergogno. E solo che, sa com’è, un pensiero ne tira un altro.
Ho pensato che anche lei mi dovesse punire un pochino per questo godimento che mi prendo a trattarla come una persona, invece che come una funzione.
Certe volte mi diverto da sola. E questo il mio guaio, è questa la mia gioia.
E per questo che in fondo, do ragione al mio secondo — l’accattone — non ho
bisogno di essere curata. Sto bene/Mi so sognare. Perché vede io… Cosa fa. No, scusi, perché si alza? E matto? Che faccia tosta. Come si permette di indicarmi la porta, l’orologio. Che significa un altro paziente. Io paziente non lo sono affatto.
Perché adesso lei sorride fisso mimando di aver capito cose che a me di me sono nascoste? Cosa le dà il diritto di fissare dei tempi al mio racconto? Proust non ha ritrovato il Temp Perdu in mezz’ora o in quarantacinque minuti.
Andrà bene, questa scansione fiscale, per la sua scuderia di nevrotici brocchi. Io sono Io. Sono Emma. E lei mi odia. Non lo neghi, da subito m’ha presa in antipatia. Non soffro abbastanza, non ho insonnie, mangio di buon appetito, niente invidia delle altrui anatomie sessuali, non tartaglio, non sbavo, non ingrasso, sogno ciò che voglio, sono ciò che sogno. Non mi dica di no. Le fa repulsione la mia salute, lei abituato a rimestare filamenti d’angoscia, visioni, autodenigrazioni, frustrazioni, anemie spirituali, sovraeccitazioni… Ma che fa adesso? Spinge? Giù le mani.
Lo vuole sapere cos’è lei? Un incantatore di serpenti, l’imbonitore della fiera di paese verniciato di follia metropolitana, confessore di gente che ama i suoi peccati, uno spretato, un chierichetto laico, la vestale dei riti autoritari, riti interrotti, poi, prima che si liberi lo spirito del tempio, prima che nasca un sorriso, una liberazione…Lei è, lasci che glielo dica, un sadico. Come, del resto, i miei tre mariti.
Il principe godeva nel vedermi sezionare la sogliola con la punta del coltello tolto dal piatto dei formaggi. Madame non conosce le posate da pesce. Godeva del contorto imbarazzo degli ospiti, del mio estenuato rossore. Cosi l’accattone divertiva i suoi amici — amici, come lui, accattoni & intellettuali — quando confondevo Dolly e carrelli, panoramiche e zoom, quando chiedevo: «ma almeno è a colori» quando dichiaravo che Mizoguchi fabbricava moto come Kawasaki…
No, la prego, dottore, o quel che è, ma si dottore, signore, vostr’onore, ciò che vuole, non mi mandi via, ho ancora tante parole da sgravare. Questo indotto dolore, questo lento travaglio, non può essere rotto, il tessuto non cede, prenda il forcipe o qualcosa, si sbrighi, ho il mio Io di traverso, qui in bocca o più su o più giù, ma mi strozza… Se ne è andato.
Mi ha lasciata da sola. E non trovo le scarpe.
Vergogna e torpore. Non ho detto di mia madre. Quella volta che mi disse se non ti lavi li ti viene la malattia. Qualcosa di rosso. Poi venne.
Io lavavo lavavo. Acqua bollente, schiuma, sapone. Strofinavo sfregavo bollivo. Panni tiepidi e l’acqua si faceva marrone.
Peccato. Gli sarebbe piaciuto. Con quella storia dei miei tre mariti, m’avrà pensata frivola. Corrotta. Mignotta. Mondana. Non è vero.
Che ne faccio di me. Uso il suo telefono. Chiamo Isabella. Chiamo il principe. Chiamo l’accattone. Chiamo la guardia giurata. E se qualcuno risponde? E se nessuno risponde? Oh, buongiorno, è stato gentile a tornare.
Ha finito con l’altro paziente? Nevrosi breve. Buon segno. Un’angoscia piccolina piccolina, sa che le dico? È un segno di salute.
Non ha finito? Ah, ha detto solo di aspettare. Capisco.
E che, vede, ho scordato mia madre. Non le ho dato la chiave. Come, fa, lei, adesso, a ridarmi il presente, perché, sa, è il presente, il problema.
E tu, saresti l’altro paziente? Guardi, dottore, che non doveva farci incontrare. Me l’ha stragiurato Isabella…

.

In «EFFE», nn. 9/10, novembre 1982.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.