Riletti per voi #17: Marguerite Duras, Emily L.

L’edizione di riferimento è Feltrinelli 1987, traduzione di Laura Guarino.

 

Più che di un romanzo breve, si tratta di un racconto lungo, per il taglio obliquo e l’assoluta compattezza del tema, o per lo stesso motivo di un saggio, e in qualche modo di una lettera, per quel suo continuo tu, ma in qualche modo Emily L. è la cosa più vicina a una spiegazione di cosa sia la frizione tra la scrittura e la realtà, di come la realtà pruda sul braccio di chi scrive sia quando dona alla scrittura che quando ne riceve, di come ci voglia un minimo di disattenzione perché tutto brilli come una mina.
Così questo piccolo libello, dalla prosa paratattica e la divisione in brevi blocchi, si dipana attraverso l’intreccio di due storie d’amore sbilenche: l’una, tra l’io narrante e il tu molto più giovane, vissuta dall’interno, e l’altra, quella tra una coppia inglese che ne divide lo spazio di un bar, osservata e orecchiata. Marguerite Duras ha dichiarato che la seconda storia è stata inserita solo in un secondo momento, quando il racconto (abbastanza biografico) della scrittrice più anziana con il giovane scrittore era già compiuto. Ne viene un continuo gioco di rimandi, una specularità e un ritorno di temi che girano intorno a cosa voglia dire accogliere il reale nel pensiero e lasciare che il reale lo accolga.
Attorno al bar che fa da sfondo alle storie c’è un mondo acquatico di petroliere e tramonti, vecchie paure che inquietano la protagonista nelle vesti di un gruppo di coreani, ricordi, riflessioni condivise e rimandate al mittente da parte del giovane e spavaldo accompagnatore, guizzi di intelligenza e profonde incomprensioni. Il punto è tutto: scrivere una storia che ripercorra la loro storia. E questo può essere pacificazione (la scrittura risolve la realtà, le dà un senso) ma anche pericolo, ma anche sublimazione, o perdita di memoria. È per questo che l’altro non è dello stesso avviso, o forse solo perché della storia d’amore ci viene detto che non è mai cominciata, anche se non si sa come possa avere fine.
Questo è l’intento di lei, che si trova nel momento pieno di grazia e terribile che precede l’idea di una stesura:

«Non ho deciso niente… Non è questo. non posso smettere di scrivere. Non posso. E questa storia, quando la scrivo, è come se ti ritrovassi… come se ritrovassi i momenti in ui ancora non so né quello che succede, né quello che succederà… né chi sei, né quello che sarà di noi…»
Negli occhi, un lampo di furbizia, di paura e, per un attimo, il folle piacere di vivere. Dici:
«Sono sicuro che è proprio questo che stai scrivendo in questo momento, non negarlo.»
«No, non credo… Ma è tanto che ci penso, almeno due anni… Non lo so più. Davvero non so più, è così… Ma non credo che sia la nostra storia quella che scrivo. Dopo quattro anni, non può più essere la stessa… Non è già più la stessa adesso. E più avanti sarà ancora diversa. No… quello che sto scrivendo in questo momento è un’altra cosa, qualcosa in cui la nostra storia sarebbe inclusa, dissolta, qualcosa di molto più vasto forse… Scriverne direttamente, no, impossibile, non potrei più…
Non mi hai guardata. Hai forzato il tono della voce. La violenza del tuo sguardo si è dissolta in una sorta d’infelicità. Dici:
«Non c’è niente da raccontare. Niente. Non c’è mai stato niente.»
Ti rispondo, ma non subito:
«Certe volte, quando parliamo insieme, è difficile come morire.»
«È vero.»
«Mi sembra che tutto questo non farà più soffrire solo quando sarà in un libro… Allora non sarà più niente. Sarà cancellato. Lo scopro con questa storia che ho con te: scrivere, è anche questo, probabilmente, cancellare. Sostituire.»
È vero che la morte non cancella niente. Quando morirai, la storia diventerà mitica, evidente…

Si fa un salto di purezza quando si parla della coppia inglese, perché la donna in questione rappresenta la poesia. Ha scritto, i primi tempi del suo amore, quindici poesie, e lui non le ha mai capite, e si è dannato per questo e per non essersi trovato, in quelle poesie, nemmeno in una riga. Il gesto di lei è stato peggio di un tradimento, perché rappresenta una ricerca da cui è escluso:

Poi, stranamente, non aveva più cercato di sapere. E si era inchinata all’imponderabile della circostanza. L’immanenza della poesia, la sua penetrazione degli animi, era in fondo altrettanto misteriosa. Lei credeva che quando in un dato paese venivano scritte delle poesie, esse si diffondessero subito altrove, spinte dalla loro sola evidenza, dalla sola esistenza, al di là degli spazi, dei cieli, dei mari, dei continenti, dei regimi politici, dei divieti. Era una che aveva tendenza a credere che si scrivesse dappertutto la stessa poesia in forme diverse. Che la poesia da raggiungere attraverso tutte le lingue, tutte le civiltà, fosse una sola.

Così la loro storia ruota intorno a un perno che si perde nel passato, una sedicesima poesia che era la sua migliore, e che lui ha scovato – parlava semplicemente della luce invernale – e buttato nel fuoco della stufa.
Poco c’entra, in questa storia a specchio, il ruolo femminile che ha l’atto della scrittura contro quello maschile della realtà che preme. Il punto è l’ancoraggio alla terra che sperde e distrugge quel mistero piccolo che volgarmente è chiamato ispirazione, e che sarebbe più precisamente, in realtà, armonizzarsi a una frequenza di verità più pura per poi strutturarla in un’opera. Il che richiede tempo, e misura, e purtroppo a volte l’autorizzazione di chi ci sta accanto.

© Giovanna Amato

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