letteratura francese

Michel Houellebecq, Serotonina

Parlare dell’ultimo libro di Michel HouellebecqSérotonine, Flammarion Paris, 2019 (Serotonina, La nave di Teseo, 2019, traduzione di Vincenzo Vega) – a caldo dopo pochi giorni dalla sua uscita, senza cadere da un lato nelle polemiche che la fama dell’autore e le sue posizioni innescano e, dall’altro, senza dire una serie di banalità o di considerazione a suo riguardo trite e ritrite è molto difficile, ci proverò senza alcuna pretesa, se non quella di mettere a fuoco alcuni nuclei del romanzo che mi sembrano centrali.
Diciamo l’essenziale: la grandezza di questo romanzo è nella mancanza di un’idea eclatante intorno a cui muove il libro, come invece avviene in Sottomissione o in altri precedenti testi dell’autore; la serotonina e il farmaco che l’attiva sono al massimo dei coprotagonisti che accompagnano ma non determinano lo svolgimento della trama e lo stesso vale per il contesto storico-sociale: i tanto pubblicizzati scontri che anticiperebbero la protesta dei gilet gialli, l’impossibile ritorno dell’aristocrazia agraria a protezione dei contadini o l’elogio della politica turistica di Francisco Franco. Questo vuoto, che diventa una vera e propria sospensione per ridefinire e aprire un nuovo spazio narrativo, permette l’emergere del nucleo forte del libro: l’amore, nelle sue diverse manifestazioni attraverso la memoria. C’è qualcosa di profondamente lancinante e commovente in Serotonina, c’è un sentimento e un dolore dell’esistenza che mozza il fiato, anche nei momenti grotteschi e comici, in alcuni passaggi è così devastante che se il lettore se ne lascia trasportare corre il rischio di uscirne, a una lettura attenta, trasfigurato. Lo dico senza esagerazione. Questo libro è al tempo stesso una Ricerca del tempo perduto e una Memoria del sottosuolo contemporaneo, in cui anche il sarcasmo e il cinismo, che certo non mancano, sono funzionali ad una esplorazione profonda, al tempo stesso partecipe e disincantata, dell’esistenza. Ricerca guidata sempre da un linguaggio di una chiarezza estrema, che rasenta la laconicità, senza rinunciare alla sua dimensione dirompente e al tempo stesso rivelativa, in alcuni passaggi autenticamente epifanica. Il protagonista Florent-Claude Labrouste, agronomo al Ministero dell’Agricoltura, è un quarantaseienne allo stadio terminale della sua esistenza, non per qualche malattia inguaribile, se non per l’unica malattia veramente inguaribile: la vita.

Le persone costruiscono esse stesse il meccanismo della propria infelicità, caricano al massimo la molla e poi il meccanismo continua a girare, ineluttabilmente, con qualche intoppo, qualche rallentamento se s’intromette la malattia, ma continua a girare fino alla fine, fino all’ultimo secondo.

La vita, senza neanche la necessità di eventi eclatanti o tragici, lo ha spezzato, lo ha prosciugato, lo ha sfinito. La narrazione, in prima persona, parte dal rapporto che il protagonista ha con la sua compagna giapponese di vent’anni più giovane di lui, con cui convive da due anni, di cui scopre, che oltre a divertirsi in varie gang bang e a farsi penetrare da cani di diverse razze, in fondo non sta aspettando altro che la sua morte per poter godere della sua agiatezza economica; queste scoperte lo portano a decidere di sparire abbandonando sia la compagna che il lavoro e a rifugiarsi in un hotel di un arrondissement periferico di Parigi, dotato di stanze per fumatori, merce ormai più che rara nella furia salutista della nostra società. Per combattere la depressione, per sopravvivere alla vita e a se stesso, Florent (il primo nome è quello che detesta di meno dei due che i genitori gli hanno affibbiato) necessita, oltre che delle massicce dosi di caffeina e nicotina, di un nuovo farmaco, il Captorix, che favorisce la produzione di serotonina e che lo aiuta a svolgere ‘egregiamente’ le funzioni elementari dell’esistenza, e che rispetto agli altri antidepressivi non porta a manie suicide o autolesionistiche, ma ha la controindicazione di inibire la produzione di testosterone e quindi di portare all’impotenza, il sesso per lui ormai è un relitto del passato. Il dottor Azote, eccentrico medico di base a cui si rivolge Florent e che gliel’ha prescritto, è nel libro l’unico personaggio che cerca di aiutarlo concretamente. (altro…)

I poeti della domenica #315: René Char/Vittorio Sereni

L’age cassant (1965)

II

En l’état présent du monde, nous étirons une bougie de sang intact au-dessus du réel et nous dormons hors du sommeil.

 

XX

Qui oserait dire que ce que nous avons détruit valait cent fois mieux que ce que nous avions rêvé et transfiguré sans relâche en murmurant aux ruines?

L’età squassante

II

Nel presente stato del mondo,
stendiamo sopra il reale una candela
di sangue illeso e fuori dal sonno
dormiamo.
.

XX

Chi oserebbe dire che quanto abbiamo
distrutto valeva cento volte quanto
avevamo senza posa sognato e trasfigurato
parlando sommessi alle rovine?

René Char, Vittorio Sereni, Due rive ci vogliono. Quarantasette traduzioni inedite, con una Presentazione di Pier Vincenzo Mengaldo, a cura di Elisa Donzelli, Donzelli, 2010

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Rosetta Loy, Cesare

 

Rosetta Loy, Cesare, Einaudi, 2018, pp. 132, € 17,00

È uscito da pochi mesi il volume Cesare di Rosetta Loy dedicato all’opera di Garboli, in cui l’autrice attraversa una parte della saggistica del “critico” legando le pagine edite a brevi e intensi momenti in cui la sua voce si intrecciava alla vita quotidiana. Matteo Marchesini, in una recensione apparsa a settembre su «Radio Radicale» (qui), ha indicato la natura di difficile definizione di questo nuovo libro del tutto slegato da un progetto antologico e, allo stesso tempo, non “intimo” e personale, non biografico in senso stretto. I legami di Garboli con Delfini, Penna e Longhi, i saggi su Pascoli e Molière − per ripercorrere qualcosa di noto −, quelli con la Ginzburg e la Morante tra gli altri (tutti menzionati da Marchesini anche) rendono ciò che è già stato proposto nel caso della prima autrice: un “ritratto a figura intera”. C’è da dire, tuttavia, che Rosetta Loy compie un’operazione necessaria quanto dinamica, dentro l’amalgama dei momenti e fuori dalla struttura del ricordo, memoriale tout court. Non muove affatto verso il tributo: re-impasta invece gli ingredienti fondamentali del lessico garboliano, li ripresenta; fornisce la ricetta “rinnovata” di una voce che si impose con una diversa indole nel proprio panorama intellettuale.
L’interesse rivolto a Garboli ha fatto sì che, negli ultimi anni, uscissero almeno tre volumi che insistono sulla necessità non di riscoprirlo − sarebbe ingenuo − ma di rileggerlo, ri-osservare e ri-comprenderne l’opera seguendo percorsi interni ai suoi scritti che non siano stati considerati prima. Garboli. La critica impossibile è il titolo della raccolta a cura di Silvia Lutzoni con prefazione di Massimo Onofri uscito nel 2014 per i tipi di Medusa mentre, nel 2016, Adelphi ha pubblicato La gioia della partita a cura di Domenico Scarpa e Laura Desideri; in entrambi, anche se considerati i ‘diversi movimenti’ che hanno portato alla loro stesura, si segnalano scritti rari, sparsi, interviste che vanno a ri-popolare la costellazione della più larga Bibliografia di Cesare Garboli edita nel 2008 dalle Edizioni della Scuola Normale Superiore di Pisa.
La direzione sino a qui tracciata permette di considerare il lavoro di Rosetta Loy come imprescindibile dal momento che, nel quadro delle pubblicazioni e ripubblicazioni che tengono conto di articoli “andati perduti”, dimenticati o solo finiti per essere trascurati, mancava un passaggio a fondo nei volumi editi in vita, un passaggio che seguisse una cronologia ragionata e, attraverso essa, proponesse nuove relazioni testuali. Esse si intessono anche guardando e “sentendo” la vita di Garboli, collocandola nel tempo e nelle ragioni del suo lavoro, come Rosetta Loy fa, svolgendo quel compito che Garboli stesso ha insegnato a chi accoglie la sua opera, ossia l’avvicinarsi sempre alla vita, del “critico” (termine che, come sappiamo, non amava affatto attribuire a sé) e degli autori da lui frequentati, per amicizia e per il suo lavoro. Ed è fondamentale, in questo senso, rileggere le lunghe prefazioni ai libri che Garboli fa, riannodando domande e questioni anche a distanza di alcuni anni dalla scrittura. Non un Garboli che glossa sé stesso ma accoglie una nuova possibilità di rielaborazione ‘sopra’ i suoi testi o di allargamento degli orizzonti entro cui gli stessi si muovono. (altro…)

Emmanuel Roblès e “I Vinti invitti” – di Giovanni Saverio Santangelo

Emmanuel Roblès

Giovanni Saverio Santangelo

Emmanuel Roblès (Oran, 1914 – Boulogne-Billancourt, 1995) è stato un grande scrittore, soprattutto romanziere, la cui opera può essere accostata per una certa tensione engagée a quella di Albert Camus (di cui fu anche intimo amico). Giovanni Saverio Santangelo, recentemente scomparso, è stato docente di Letteratura francese e di Critica letteraria presso l’Università di Palermo. Devo a lui la scoperta di questo autore, ma il mio debito di affetto nei suoi confronti va molto al di là dei libri. [Andrea Accardi]  

 

[…] 2. – Verso quell’ardua ricerca, Roblès era partito ben presto, spinto da una insopprimibile esigenza di evadere dalla routine del quotidiano e delle volgari e sciate convenzioni. A quale altra esigenza, se non a questa, rispondeva già la lettura di Loti e dei Tharaud, ricordata dallo stesso Autore in un toccante passo di Jeunes saisons? E cos’altro rappresenta il mare, se non la frontiera della libertà individuale del giovane protagonista di Saison violente? Quel protagonista che, più avanti nella narrazione, innalzerà al cielo il prorompente grido della sua giovane vita “prigioniera”.1

Quella esigenza di evadere, però, non si tramuta mai in “fuga” dal reale. Per Roblès, così come era stato anche per Camus, viaggiare non è mai un’attività sterile: è vivere ad occhi aperti, è “interrogare il mondo negli occhi”, per servirci del’espressione di Lanza del Vasto. Per questo i suoi personaggi, ossessionati dall’idea della “vita prigioniera” (sbarre, isole, imbarcazione che sia), cercano di evadere a tutti i costi, infrangendo le carcerarie barriere delle convenzioni, per riuscire a sfuggire alla soffocante angoscia.

Ma non è solo questa l’ossessione ricorrente dei personaggi roblesiani. Altre, ben più oscure, ben più orrifiche li inseguono da presso, li tallonano senza posa. La Guerra, esperienza dalla quale l’Autore è stato non poco segnato, invade, ossessivamente, il campo della sua primigenia ispirazione. E, provocando nell’Autore la ripulsa per ogni atto di atrocità che neghi la persona umana, fa provare a non pochi dei protagonisti delle sue opere il sentimento dilacerante d’essersi degradati. Ma, accanto alla guerra, orrifico parto della follia autodistruttrice dell’umanità, ecco la Morte. Presenza costante che aveva ossessionato anche Camus, questa, scandalo e assurdità della vita, va affrontata, per Roblès, coraggiosamente: bisogna, insomma, per liberarsi dalla sua oscura presenza ossessiva, guardarla in viso. Allora, quali che siano le successive letture che, del suo ruolo all’interno della produzione roblesiana, sono venute stratificandosi, davanti ad essa l’Uomo conserva intatte le proprie possibilità di vittoria. E a questa giungerà, inevitabilmente, usando come antidoto l’amore per la vita. Allora, solo allora, sarà il trionfo, davvero il definitivo “trionfo della Vita sulla morte”.2 (altro…)

Riletti per voi #17: Marguerite Duras, Emily L.

L’edizione di riferimento è Feltrinelli 1987, traduzione di Laura Guarino.

 

Più che di un romanzo breve, si tratta di un racconto lungo, per il taglio obliquo e l’assoluta compattezza del tema, o per lo stesso motivo di un saggio, e in qualche modo di una lettera, per quel suo continuo tu, ma in qualche modo Emily L. è la cosa più vicina a una spiegazione di cosa sia la frizione tra la scrittura e la realtà, di come la realtà pruda sul braccio di chi scrive sia quando dona alla scrittura che quando ne riceve, di come ci voglia un minimo di disattenzione perché tutto brilli come una mina.
Così questo piccolo libello, dalla prosa paratattica e la divisione in brevi blocchi, si dipana attraverso l’intreccio di due storie d’amore sbilenche: l’una, tra l’io narrante e il tu molto più giovane, vissuta dall’interno, e l’altra, quella tra una coppia inglese che ne divide lo spazio di un bar, osservata e orecchiata. Marguerite Duras ha dichiarato che la seconda storia è stata inserita solo in un secondo momento, quando il racconto (abbastanza biografico) della scrittrice più anziana con il giovane scrittore era già compiuto. Ne viene un continuo gioco di rimandi, una specularità e un ritorno di temi che girano intorno a cosa voglia dire accogliere il reale nel pensiero e lasciare che il reale lo accolga. (altro…)

Tre poesie da “Princesse Amande” di Lucie Delarue-Mardrus

Lucie Delarue Princesse Amande copertinapiatta

Lucie Delarue-Mardrus (1874-1945), Princesse Amande
Traduzione di Emilio Capaccio, LietoColle 2017

 

Cheveux coupés

J’ai coupé mes cheveux afin que mon visage,
sous sa coiffure d’autrefois,
ne puisse me montrer la déchirante image
du temps aux implacables doigts.

En changeant de coiffure on croit changer de tête.
Il me semblera vieillir moins
sous la courte toison rejetée en tempête
où je puis enfoncer mes poings.

J’ai, de même qu’au temps où les belles prêtresses
sacrifiaient aux morts élus,
comme sur un tombeau consacré mes deux tresses
a ma jeunesse qui n’est plus.

 

Capelli tagliati

Ho tagliato i capelli perché il mio viso,
sotto la piega di una volta,
non possa mostrarmi la straziante immagine
del tempo dalle implacabili dita.

Cambiando piega sembra di cambiare testa.
Crederò di invecchiare meno
sotto il corto tosone rigettato in tempesta
dove posso conficcare i miei pugni.

Così come un tempo le belle sacerdotesse
sacrificavano le morti elette,
ho come su un sepolcro consacrato le due trecce
alla mia giovinezza che non c’è più.

 

Tempête

Toi si douce, si bleue au bout de tout chemin,
mer, tu n’es plus ce soir qu’une ombre qui déferle
dans l’orage couleur de perle.

J’entends au loin crier, la bouche à leurs deux mains,
les millions surgis de sirènes mêlées
de tes vagues échevelées.

Veux-tu de moi? j’irai jusqu’à toi, cette nuit.
Tes passions avec leurs dégâts et leur bruit
ne grondent pas plus que les miennes.

J’irai! Ce souffle rauque est celui qu’il me faut,
et vous vous souviendrez des râles de Sapho,
fureurs méditerranéennes! (altro…)

proSabato: Marguerite Duras, ‘Tra tutte le città’

proSabato: Marguerite Duras, Tra tutte le città

Tra tutte le città amo proprio quelle, quelle che assomigliano a Sarzana, a Marina di Carrara, a Aden e a certe città della Corsica, Bonifacio, Pontevecchio, Tolone anche, città senza alberi (anche Firenze, la cosa più sorprendente è che a Firenze non c’è un albero), città dalle piazze assolate, e che, da mezzogiorno alle tre, si svuotano, chiudono tutto, sono completamente morte. In genere queste città sono sporche, puzzano di cipolla, di sterco di cavallo, e dato che sono sul mare, di pesce. Le case sono vecchie, mal costruite, povere, piene di gente, negli ingressi e nei corridoi c’è odor di muffa, non ci sono giardini, sulla piazza c’è una fontana dalla quale esce un esile filo d’acqua. Rare le vetrine, che s’incastrano tra le finestre, e mettono in mostra pantofole, caramelle, cartoline, camici da lavoro. Tutto crolla in queste città, il fondo stradale è dissestato, lo spazzino dorme da l’una alle tre, e ce n’è uno solo perché il comune è povero, e nei canaletti di scolo galleggiano i rifiuti. Queste città sono spazzate dal vento di mare che si alza intorno alle tre di pomeriggio e allora sulle piazze deserte si levano nuvole di polvere, e la polvere di queste città è fine, salata, sa di urina, c n’è dappertutto, le siepi di bosso del giardino del parroco (le uniche piante della città) ne sono coperte, e i bambini ne hanno i piedi incipriati.
…..Quando a fine agosto piove, queste città profumano come nessun’altra, la polvere di cinque mesi d’estate, di marciumi di ogni sorta, si gonfia e emana i suoi sentori di carni bagnate. Non sono fatte per piacere, queste città, sono mercati dove vengono ad approvvigionarsi le campagne circostanti. Nei loro dintorni gironzolano venditori ambulanti, cinema itineranti. Queste città sono per me le più erotiche del mondo. Città d’ombra, di sole. Contrasto d’ombra. L’ombra è erotica.

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© Marguerite Duras, in Quaderni di guerra e altri testi, trad. it. di Laura Frausin Guarino, Milano, Feltrinelli, 2008 [Cahiers de la guerre et autres textes, P.O.L. éditeur/Imec éditeur, 2006]

Il testo proposto viene dalla sezione Ricordi d’Italia del Quaderno beige. Tutti i quaderni del volume sono stati redatti dal 1943 al 1949.

Simone Weil, Sulla guerra

Simone Weil, Sulla guerra, traduzione di D. Zazzi, Il Saggiatore (nuova edizione 2017); € 18,00

di Sandro Abruzzese

 

In Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale lo sforzo continuato di Weil è volto contro le forme di dominio, contro la parte di società che opprime spiritualmente e moralmente i suoi sottoposti. Weil vuole semplicemente difendere chi è più debole da chi comanda, e in generale l’individuo dalla collettività. Per questo, nel tentativo di pensare una società più giusta, finisce, a volte rasentando l’anarchismo, per concludere che solo nelle società con un livello basso di produzione, dove la divisione del lavoro è quasi del tutto assente, l’oppressione si affievolisce. Via via che la società si specializza però, che si passi dai riti religiosi alla tecnica al servizio della produzione, si avvia il monopolio degli specialisti e con esso la diseguaglianza. Ecco che l’equilibrio diviene una chimera, mentre la lotta per il potere pone subito il dominio e l’oppressione. Che siano la ricchezza, la produzione, la guerra a guidare una società, sostiene Weil, ciò che la compromette è il rovesciamento “del rapporto tra mezzo e fine”.

“Non è possibile concepire nulla di più grande per l’uomo di una sorte che lo metta direttamente alle prese con la necessità nuda, senza che egli possa attendersi nulla se non da se stesso, e tale che la sua vita sia una perpetua creazione di se stesso da parte di se stesso”, scrive a un certo punto la filosofa. Il fatto è che la società, la collettività, non consentono all’uomo di agire e determinare in toto la propria vita. Allora l’ideale di libertà sarà avere la possibilità di agire sulla società, di controllarla affinché ci renda indipendenti. A tal proposito la cultura è chiamata a incidere “sulla vita reale”.

Per quanto riguarda la vita contemporanea, il dominio quantitativo della tecnica sulla razionalità e la giustizia diventa totalitario. Gli stati centralizzati concentrano nelle loro mani un potere schiacciante sulla massa dei cittadini. Per vivere, gli uomini necessitano della società e del denaro e qualsiasi saggezza o buon senso è soppiantato dal criterio scientifico dell’efficacia, dello sviluppo, non dell’utilità sociale.

Weil, nel ’34, a poco più di vent’anni è già in grado di descrivere un mondo caotico di sprechi e stoltezza, dove la pubblicità e la speculazione regnano incontrastate opponendo le opinioni alla verità e facendo del mondo un luogo di debiti, di “spese folli”. È il capitalismo, ma anche la società totalitaria (Hitler vince le elezioni tedesche nel ’33), è il potere a incidere sul pensiero. Ne nasce una umanità addomesticata dalla scomparsa di idee chiare, disavvezza ai procedimenti logici, ragionevoli; una società che nulla può contro chi possiede i mezzi di produzione, le armi, la tecnica, i media. Ma pur trovandosi di fronte a quesiti insolubili, Weil ricorda “che la vita sarà tanto meno inumana quanto più grande sarà la capacità individuale di pensare e agire”.

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I poeti della domenica #192: Antonin Artaud, Vetri di suono

Man Ray. Ritratto di A. Artaud, 1926

Vetri di suono

Vetri di suono dove girano gli astri,
lastre dove cuociono i cervelli,
il cielo brulicante di vergogne
divora la nudità degli astri.

Un latte bizzarro e potente
brulica in fondo al firmamento;
una chiocciola sale e guasta
la tranquillità delle nubi.

Rabbie e delizie, il cielo intero
su noi scaglia come una nube
un mulinello di ali selvagge
piene di oscenità torrenziali.

 

Vitres de son

Vitres de son où virent les astres,
Verres où cuisent les cerveaux,
Le ciel fourmillant d’impudeurs
Dévore la nudité des astres.

Un lait bizarre et véhément
Fourmille au fond du firmament;
Un escargot monte et dérange
La placidité des nuages.

Délices et rages, le ciel entier
Lance sur nous comme un nuage
Un tourbillon d’ailes sauvages
Torrentielles d’obscénités.

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© Antonin Artaud, in Poesie della crudeltà, Roma, Stampa alternativa, 2002, a cura di P. Di Palmo (pubblicata per la prima volta nel 1925)

proSabato: Antonin Artaud, Lettera ai Rettori delle Università Europee

proSabato: Antonin Artaud, Lettera ai Rettori delle Università Europee

Signor Rettore,
in quell’angusta cisterna che voi chiamate “Pensiero”, i valori intellettuali marciscono come paglia.
Basta coi giochi linguistici, con gli artifici sintattici, coi virtuosismi delle formule, bisogna trovare la grande Legge del cuore, la Legge che non sia una legge, una prigione, ma sia la guida per lo Spirito smarrito nel suo labirinto. Più in là di ciò che la scienza potrà mai raggiungere, dove i fasci della ragione si frantumano contro le nuvole, esiste questo labirinto, punto centrale dove convergono le forze dell’essere, le ultime venature dello Spirito. In questo dedalo di muraglie fragili, oltre tutte le forme conosciute di pensiero, il nostro Spirito si muove, spiando i suoi movimenti più segreti e spontanei, quelli che hanno carattere di rivelazione, quest’aria caduta dal cielo, venuta chissà da dove.
Ma la razza dei profeti s’è estinta. L’Europa si cristallizza, mummifica lentamente sotto le bende delle sue frontiere, delle sue fabbriche, dei suoi tribunali, delle sue Università. Lo Spirito isterilito cede e si soffoca.
La colpa è dei vostri sistemi ammuffiti, della vostra logica del due più due fa quattro. La colpa è vostra, Rettori, tutti presi in sottili sillogismi. Voi fabbricate ingegneri, magistrati, medici cui sfuggono i veri misteri del corpo e le leggi cosmiche dell’essere; fabbricate falsi e ciechi eruditi di metafisica e filosofi che pretendono di ricostruire lo Spirito. Il più piccolo atto di creazione spontanea è un modo più completo e rivelatore di qualsiasi metafisica.
Lasciateci, dunque, Signori, non siate altro che Usurpatori. In base a quale diritto pretendete di canalizzare l’intelligenza, di conferire brevetti dello Spirito?
Non sapete nulla dello Spirito, ignorate le sue ramificazioni più nascoste ed essenziali, quelle impronte fossili più vicine all’origine di noi stessi, quelle tracce che riusciamo a rivelare, a volte, nei giacimenti più oscuri del nostro cervello.
Proprio in nome della vostra logica, oggi noi vi diciamo: la vita è in putrefazione, cari Signori. Guardatevi allo specchio, tirate le somme di ciò che avete prodotto. Attraverso il setaccio delle vostre lauree passa una gioventù sfiancata, perduta. Siete la piaga di un mondo, Signori, e tanto meglio per questo mondo, ma che si pensi un po’ meno alla guida dell’umanità.


© Antonin Artaud, in Lettere ai prepotenti, a cura di Marco Dotti, Stampa Alternativa, 1994 (L’Ombilic des Limbes, Paris, Nrf, 1925).

Arcipelago Proust: letteratura come ragione di vita

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Il gulag di Grjazovec fu a suo modo un gulag fortunato: a differenza che negli altri campi di prigionia, i militari polacchi che vi erano stati radunati riuscirono infatti a sopravvivere, circa quattrocento su migliaia di vittime. Fra questi c’era Jósef Czapski, pittore e critico d’arte, autore in quei mesi di un ciclo di lezioni su Marcel Proust, messe la prima volta per iscritto in favore della censura preventiva del campo, di recente presentate al pubblico italiano grazie al lavoro di Giuseppe Girimonti Greco (J. Czapski, Proust a Grjazovec, Biblioteca Adelphi, 2015) – due forme diametralmente opposte di cura editoriale. Queste lezioni si inserivano in una cornice di altre conferenze, di argomento vario, che i prigionieri tenevano fra di loro nella mensa del campo, ricavata dentro un convento sconsacrato, mezzo crollato, invaso dagli insetti; un modo per tenere in vita anche la propria natura morale e intellettuale nello squallore e nell’abbrutimento della prigionia. Czapski scelse dunque Proust, e malgrado le inevitabili imprecisioni in mancanza di testi riuscì a dire, cosa ben più importante, verità critiche a partire da impressioni ancora vivide di lettore.
Ad esempio laddove indica nello stile della Recherche un monstrum ipottatico nell’epoca “della frase telegrafica, della brevità, dello stile asciutto” (p. 19), un tessuto fatto di “infinite digressioni”, “disparate, remote e inattese associazioni” (p. 20), la definitiva esplosione del narrativo. La marchesa non aveva smesso di uscire alle cinque, ma quel punto nel tempo si era ormai dilatato enormemente: “[a]vevo cominciato a leggere in uno dei suoi volumi (I Guermantes?) la descrizione di una soirée – e la descrizione durava alcune centinaia di pagine” (p. 20); “[l]a frase proustiana è smisurata, e può arrivare a estendersi fino a una pagina e mezza, stampata per giunta con quelle righe serrate e senza a capo” (p. 48). L’opera di Proust si configura come un romanzo-fiume (p. 47), sul quale però continua ad agire l’antico rovello grammaticale (e Czapski cita un aneddoto privato dell’autore, che si scusava nel post-scriptum di una lettera per due “che” consecutivi, p. 51); il suo periodare così ampio e costruito richiama l’origine latina (p. 48), ma il linguaggio si addensa nel gusto per l’analogia e il simbolo (p. 50). Tutti elementi contrastanti e in prodigioso bilico che ne fanno un modernista paradossale.
Ma proprio dal tentativo di razionalizzare i più oscuri moti interiori, dalla nuova attenzione per le profondità della mente nasceva questo stile compromissorio, che adempiva in realtà modernissime esigenze di rappresentazione, e questo Czapski lo dice al meglio: “[u]na forma nuova, non artefatta ma viva, non può esistere senza un contenuto nuovo. Noi scorgiamo nella sua opera una ricerca incessante, un ardente desiderio di rendere chiaro e leggibile, di far emergere alla coscienza tutto un universo di impressioni e di concatenazioni quanto mai difficili da cogliere. La forma del romanzo, la costruzione della frase, tutte le metafore e le associazioni rispondono a una necessità interna, che riflette l’essenza della sua visione” (p. 53). Dove invece si mostra senza volerlo antiproustiano è nell’equivalenza tra vita e opera, autore e personaggio, proprio quel biografismo ingenuo che Proust aveva confutato nel famoso Contre Sainte-Beuve: “[p]erché il tema della Recherche è la vita dello stesso Proust trasposta, perché il protagonista scrive in prima persona, e molte pagine del romanzo fanno pensare a una sorta di confessione a malapena dissimulata” (p. 28); “il protagonista (o Proust stesso)” (p. 42); “lo studio della biografia del protagonista del romanzo e dell’autore stesso” (p. 58). In altre pagine però Czapski restituisce alla creazione artistica una sua autonomia rispetto alle istanze di realtà da cui è nata, e precisamente nel rapporto tra letteratura e sistema dei valori, di cui le opere non dovrebbero mai farsi dirette e inequivocabili portavoce: “noi non subiamo, nel leggere la sua opera, il condizionamento di questa o quella ideologia. La Recherche è ben lungi dall’essere un’opera tendenziosa” (p. 73); [a]nche nei più grandi autori capita che la tendenziosità indebolisca la riuscita dell’opera, danneggiando non solo l’aspetto artistico, ma anche l’idea che lo scrittore ha inteso servire” (p. 74); “[i]n Proust accade esattamente il contrario. Nella sua opera troviamo un’assenza di prese di posizione così assoluta, una tale volontà di conoscere e comprendere gli stati d’animo più antitetici, una tale capacità di scoprire nell’uomo più abietto nobili gesti che sfiorano il sublime e negli esseri più puri gli istinti peggiori, che la sua opera agisce su di noi come la vita filtrata e illuminata da una coscienza la cui precisione è infinitamente più grande della nostra” (p. 79). È proprio al di là delle ideologie che l’arte ci rivela aspetti inediti, imprevisti e illuminanti della realtà; capita poi che la tendenziosità spesso non basti, e l’opera finisce così per dire anche il contrario delle convinzioni dell’autore. Che è poi la replica migliore a coloro i quali pretendono che gli scrittori suonino il piffero delle rivoluzioni.
Nasce forse da questa “assenza di prese di posizione” l’analisi così intelligente e minuziosa del desiderio umano, e di quella sua variante specificamente sociale che chiamiamo snobismo, che in Proust avvelena il mondo delle rivalità tra salotti. La liberazione dal desiderio invidioso dello snob sarà per l’io narrante la rivelazione improvvisa della propria interiorità, la riemersione involontaria del ricordo o l’intermittenza del cuore, che restituisce al ricordo estrinseco l’affettività che si era lungamente opacizzata. Fino a quando, e Czapski sembra volerlo rimarcare per i suoi compagni di prigionia, “la morte gli diventa indifferente” (p. 43), subentrano “il senso dell’irrealtà dei piaceri dell’esistenza e la definitiva presa di coscienza che la vita vera e la vera realtà per lui sono possibili soltanto nella sfera della creazione” (p. 29). Il progetto del libro lo assorbe infine completamente, ed è difficile non concedere in questo una deroga al biografismo: “[n]on è in nome di Dio, né in nome della religione che il protagonista della Recherche abbandona tutto, eppure anche lui viene colpito da una rivelazione folgorante; anche lui si seppellisce vivo, nella sua camera tappezzata di sughero (sovrappongo deliberatamente il destino del protagonista e quello di Proust perché in questo caso sono una cosa sola) per servire fino alla morte ciò che per lui è l’assoluto, ovvero la sua opera” (p. 81). E così Czapski nella sua introduzione confessa di aver pensato in quei mesi “con emozione a Proust, che, nella sua camera surriscaldata e tappezzata di sughero, si sarebbe meravigliato e forse commosso se qualcuno gli avesse detto che, a vent’anni di distanza dalla sua morte, un manipolo di prigionieri polacchi, dopo un’intera giornata trascorsa sulla neve, in un freddo che arrivava spesso a quaranta gradi sotto lo zero, avrebbe ascoltato con il massimo interesse la storia della duchessa di Guermantes, l’episodio della morte di Bergotte e qualsiasi altra cosa [fosse stata rievocata] di quell’universo di preziose scoperte psicologiche e di sublime bellezza letteraria” (pp. 15-16). In fondo questo libro ci mostra anche il modo in cui due inferni così diversi, quello del desiderio snobistico e l’altro della prigionia, si sono rispecchiati da lontanissimo, e come una visione utopica e salvifica della letteratura ha per un tratto accomunato i destini di un prigioniero in un gulag sovietico e di un dandy parigino della Belle Époque.

@Andrea Accardi

Claude Royet-Journoud, Le nature indivisibili

nature

Claude Royet-Journoud, Le nature indivisibili, trad. Domenico Brancale, Effigie 2016, € 12,00

 

Sezione La storia in serie

*

affinché ciò resista

 

lei accoglie l’indistinto

non avrei mai voluto

si fanno i conti nel buio
un calore senza fine

tavolo era la parola
——
un nodo racchiude il fuori
altri raggiungono il tavolo per morire

——

il silenzio è una forma

——

aria che definisce impercettibile
nessuna separazione
l’area dell’animale

——

verticalità della fame
madre più vicina

——
una manciata di blu nell’angolo

——

è nella stanza che respira

 

a dirla tutta
l’aria lascia una macchia rossa

un po’ di febbre nell’intersezione
la fine dell’evento

s’impossessa di colui che è solo
——

il punto che designa il margine
la prossimità dell’acqua
——

scrivevo la parola paura

——

senza staccare lo sguardo dal tuo nome

——

(altro…)