“Cenere, o terra” di Fabio Pusterla

Cenere-o-terra

Fabio Pusterla, Cenere, o terra, Marcos y Marcos 2018, € 20

Come la libellula domina la copertina di Argéman, la precedente raccolta di Fabio Pusterla uscita nel 2014, così la rondine domina quella di Cenere, o terra. È una rondine che punta verso il basso (nella bellissima copertina) e ci si chiede se per schiantarsi o per risalire. Sarà per risalire, e per pensarlo al poeta è necessario qualcosa di più di un’invocazione (com’era stato con la libellula, in Congedo, la poesia conclusiva di Argéman).
È una preghiera esplicita stavolta, una richiesta d’aiuto. Ecco il primo testo di questo nuovo libro:

Verso la chiazza di luce sul fondo
verso il riflesso del sole
con la memoria dell’ombra
con la speranza del mare.

Per l’acqua e per i prati
per la mano del vento il mio volo gaudioso
per tutte le cose precarie che splendono miti
per tutte le cose del mondo. So solo
volare impazzita rischiare
un viaggio.

E tu aiutami aria
sostienimi vento dell’Ovest
aspettami mare.

La rondine prega l’aria, la prega di aiutarla a risalire, invoca il suo sostegno per un’avventura che avverte rischiosa. Solo grazie al vento, il vento di questo nostro Occidente quindi, potrà farlo. E il mare (cioè l’estensione della nostra vita, di tutte le esistenze, “tutto il possibile” come scrisse Vittorio Sereni) è lì in attesa, potrà e dovrà aspettarla, perché anche in questo approdo si affermi l’accento della verità. Dunque accade qui quello è accaduto in Congedo, negli ultimi tre versi («Dopo, tocca ogni cosa/ sillaba bene il suo nome/ e falla vera»), ma detto ora con un grado più alto di consapevolezza. L’affermazione infatti sembra scintillare, come portasse in sé, del volo, il passaggio da ipotesi a tesi, da invocazione a preghiera, passasse davvero da qualcosa di ancora incerto alla certezza, come tra poco vedremo.
E se la libellula in Cenere, o terra ricompare in una delle prime poesie, Verso lo Zebio, e in una delle ultime, Al vento di Focara, la preghiera della rondine riemerge nel libro in modo singolare, spinta dentro la materia dei ghiacciai: riappare nel colore del ghiaccio accanto all’Ela-Loch, il foro che caratterizza il Piz Ela, nei Grigioni («e se c’è vento sembra pulsare/ di una luce sua misteriosa/ forse memoria del mare/ o illusione») e si ripete – si direbbe in forma di canto – sul bordo di un altro ghiacciaio (Am Gletscherrand, ripreso da un verso del poeta e bracconiere svizzero Felix Kamil).
Tornando al testo di questa poesia iniziale, vien difficile non pensare ancora a Sereni, adesso in modo più compiuto: pensare di rimando a quelle «toppe solari» protagoniste de La spiaggia, il testo che chiude Gli strumenti umani. Desiderosa di arrivare su quel tratto di spiaggia prima sconosciuto, per vedere «quelle/ toppe d’inesistenza, calce o cenere/ pronte a farsi movimento e luce», sembra proprio la rondine “liberata” dal poeta. A differenza di Sereni, tuttavia, Pusterla non associa quelle macchie luminose, quei riflessi, ai morti. E se Sereni poi è investito dalla forza del mare, al mare Pusterla chiede pazienza; dal mare la sua rondine è attesa, con la sua vivacità, nella sua vita viaggiante.
Ma allarghiamo un po’ il quadro, e pensiamo al lavoro del poeta e al compito della poesia. Ecco, sempre di Sereni, questi versi di Pantomima terrestre, giusto la poesia che precede La spiaggia:

[…]

È rimasta una chiazza una pozza di luce
non convinta di sé un pozzo di lavoro con attorno
un girotondo di prigionieri (dicono) sulla parola:
sanno di un bagliore che verrà
con dentro, a catena, tutti i colori della vita
[…]

Anche in questo caso è evidente la forte continuità, l’effetto quasi speculare vorrei dire tra questo giro di versi e il testo di Pusterla. Ma ancora una volta, e sempre in chiusura di poesia, c’è una differenza, decisiva: non dev’esserci (o non più) quel «sarà insostenibile» che Sereni scrive nel verso seguente e conclusivo; accostando Pusterla, elevandolo all’autorialità di questa stessa poesia, oggi ci direbbe che quel bagliore è invece sostenibile, o meglio, dovrebbe essere possibile sostenerlo.
Il volo, prima della libellula e adesso della rondine, sembra destinato a placarsi. Ora è tempo di sospensione, tempo di accoglierli tutti i colori della vita, nonostante il mondo debba continuare a manifestarsi con ferocia, attraverso le proprie ferite.
Adesso la cenere del mondo va accolta insieme alla cenere che si è, sembra volerci dire il poeta. Lo si capisce bene in tutto l’arco teso in Cenere, o terra, da prologo a epilogo, da Preghiera della rondine a Lucio: il volo-viaggio disegnato è nella direzione dello splendore (non per nulla è questo il termine che dà titolo alla sezione conclusiva del libro). Tanto è lo splendore cercato, e si direbbe raggiunto, che il verso conclusivo della poesia immediatamente precedente l’epilogo dichiara: «La strada che prosegue fa un po’ meno paura».
Perché l’esperienza della vita ha prodotto il bene della saggezza: Lucio è il nipote di Fabio, il figlio della figlia Nina. Si comprendono meglio le ragioni della luce e dello splendore tenendo conto che verso la fine del 2013, a Nina, allora venticinquenne, è occorso un terribile incidente d’auto. Al volante era proprio Fabio, che improvvisamente ha perso il controllo del volante. La gravità e il ricordo di quell’episodio si sono risolti nel bene che è seguito: la nascita di Lucio appunto, nel 2016. Il suo brillare e il suo aprirsi al mondo hanno schiuso una strada di senso («il cielo che rinnova/ l’acqua d’abisso, il fuoco, l’ala verde/ dell’anitra non sono altro da lui»; «Porta ogni cosa in sé, porta anche noi»). Una strada luminosa, che consente di uscire dal nero, un nero che è presente, eccome, (anche) in questo libro. Pusterla d’altronde da sempre sceglie un particolare campo semantico per designare i luoghi in cui la poesia deve cercare di scendere: quello dei “margini”. Anche qui tocca la devastazione del mondo (il suo “basso”, i suoi sterminati bassifondi, il «Disastro-desaster», «Le pietre nere», l’Angst-angoscia-paura, materia e magma del quotidiano e del presente) ma appunto “porta il tutto in luce”, ossia toccando quella devastazione sente, e ci fa avvertire, una (seppur tenue) speranza.
Non è (mai, mai soltanto) una questione privata, è una questione civile e anche eminentemente “politica”. Ci sono poesie particolarmente capaci di affrontare il peso del potere: penso a Via Trinchese in particolare (con al centro la figura di Pasolini), ma anche al poemetto intitolato Ultimi cenni del custode delle acque (forse lo snodo centrale, bellissimo, del libro), o alle due splendide Lettere da Zingonia.
Un libro fatto di ponti, Cenere, o terra, di passaggi continui, dentro e fuori l’oscurità, attraverso alcune parole portanti: l’acqua, la luce certamente, e le stelle (penso soprattutto a Stelle di calcite, dove il magma poetico nasce dall’incontro tra la calligrafia di una lettera inviatagli da Jaccottet e le impressioni ricevute dalle grotte di Castellana, in Puglia).
Tutto questo sapendo che tra realtà e sogno c’è la speranza, una parola difficile, un sentimento difficile; sapendo di vivere sempre nella contraddizione tra parola e cosa, perché ogni “cosa”, ogni cosa che definiremmo “vera” ci sfugge proprio nella sua verità, come la razza dipinta da Sereni in Un posto di vacanza, un’immagine da cui Pusterla, non a caso, da molto tempo è inseguito.
Ma ecco, la strada verso lo splendore c’è, è questa la certezza, ed è disegnata in una delle poesie più belle del libro, sincera e commovente, che ha per titolo proprio Lo splendore. È dedicata alla figlia Nina e contiene un riferimento molto importante, per niente scontato, a Milo De Angelis, al suo Millimetri.
La cenere, lo splendore: «Cenere, o terra? Luce, semplicemente».

Cristiano Poletti

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