#Festlet 2018 #1: Cavatina

 

Per voi che leggete, il Festival sta iniziando. Per me che scrivo c’è da attendere ancora un po’.
Ma chi segue queste cronache da qualche anno sa che non aspetto l’inizio del Festival per cominciare a raccontarlo, perché Mantova lo amplifica e lo racchiude, il tessuto di Mantova in qualche modo lo rintocca, e Mantova è qui, sotto il predellino di questo treno che mi porta a destinazione.
Potrebbe fare fresco, quest’anno, e forse (ora gli organizzatori mi odieranno) piovere, ma io ho dalla mia di non essere idrosolubile, e di essere entusiasta come una bambina, e ho una sciarpa nuova, un po’ più scura del bronzo, che ha tutta l’aria di essere uno scudo.
Stringo il borsone alle spalle, ho dimenticato l’ennesima bottiglia d’acqua sul treno, e mi avvio. Ogni anno, il tassista è la prima persona con cui scambio qualche parola. Chiedo sempre cosa pensa del Festival, poi non ascolto mai la sua risposta, tutta cullata dal suo accento un po’ lombardo e un po’ emiliano. Gli chiedo di portarmi al campeggio. Sono tra quelli che arrivano in anticipo per il troppo viaggio da fare, ma come ogni anno i volontari sono pronti e cortesi: ecco il mio spazio, ecco lo spazio comune, queste sono le regole, se hai bisogno sono qua. C’è Antonia anche quest’anno, e le vado incontro con piacere; con Antonia mi sento anche in inverno, è un’amica. Ma tutti i volontari sono amici almeno per qualche giorno. Mi rendono felice, i volontari, perché sono un’ossatura. Mi rendono felice le loro magliette blu, e non vedo l’ora di posare le mie cose per andare in centro e guardarli montare le ultime strutture, sformicolare per le strade, incollare cartelloni con lo scotch. Ci scambieremo un sorriso frettoloso e avremo negli occhi lo stesso sottile panico: fa’ che non piova.
Se mi daranno una bicicletta la chiamerò Ariadne, per continuare la trafila di nomi di Agatha Christie dopo Miss Marple, Geraldine e Miss Lemon. E vi farò foto di lei, perché anche Ariadne è il Festlet.
Il Festlet è il tendone stipato di libri di Piazza Sordello, la mensa sotto il porticato e la corsa in redazione per sistemare un post ma in silenzio, perché dietro il paravento stanno intervistando un premio Nobel. È, lo ripeto a me stessa perché ancora mi sembra irreale, incontrare Michael Cunningham per le scale (si vedano le stupite cronache del 2014). È l’attesa che il telefono si carichi nella ciabatta comune, a tarda sera. Anche di tutto questo vi parlerò, perché anche questo è il Festlet. Perché il Festlet è quanto di più lontano da una kermesse asettica e patinata: è un mondo intero, grazie alle incredibili persone che lo plasmano e a Mantova, che lo racchiude e amplifica.
E Mantova è qui, oltre il ponte, oltre il Mincio, quasi sotto i miei piedi, dolce da stare a guardare come una persona cara che non vedi da tempo, che scendi a prendere alla fermata del tram, che non ti ha ancora avvistata.

© Giovanna Amato

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