ALESSANDRO MOSCÈ: LA POESIA NEO-LIRICA E UN PAESAGGIO INTERIORE

ALESSANDRO MOSCÈ: LA POESIA NEO-LIRICA E UN PAESAGGIO INTERIORE
(Su Hotel della notte)

di Mirella Vercelli

 

Non conosco personalmente Alessandro Moscè (nato nel 1969 ad Ancona e residente a Fabriano), ma lo immagino passeggiare per i vicoli della sua Fabriano. Dopo aver letto l’ultima raccolta di poesie, Hotel della notte, tradotta in spagnolo e pubblicata in Argentina da Antonio Nazzaro (Colección Pippa Passes, Buenos Aires Poetry), mi è rimasta l’impressione di una lunga consuetudine, un’eco di passi familiari che risuona a distanza di tempo nelle stanze dell’anima. Perché Moscè non è un poeta che si nega, che si nasconde dietro artifici formali, che si arrampica su impalcature improbabili per stupire il lettore e distoglierlo, come accade talvolta in una povertà di ispirazione che può necessitare di sostegni di questo tipo. Il suo è un parlare sottovoce con lo sguardo fisso in qualche punto davanti a sé di un uomo che ha compiuto una personale discesa nel pozzo del dolore e racconta ciò che ha visto, senza necessità di accentuare o sminuire nulla, perché il paesaggio fuori e dentro di sé si lascia facilmente descrivere. Ed è, innanzitutto, il paesaggio di una città che viene in evidenza, tanto che la prima sezione del libro si intitola appunto Di città in città. Sono quadri di vita notturna, lunghi tragitti al buio interrotti da sprazzi di luce gialla di fanali che illuminano scene dove si spendono esistenze in un’assorta solitudine. Bar, per lo più, con insegne esangui che non penetrano la notte da cui sono inghiottite, dove il barista, che lava «i bicchieri infiniti», sembra far coppia con la ragazza del banco di Caproni (Lo scomparso) che «riprende a sciacquare i bicchieri» dopo aver dato vaghe indicazioni all’avventore. La città di Alessandro Moscè è territorio di vecchi che ne soffrono le asperità, che non l’«attraversano più/ dai mattini di ottobre», respinti dal vento, dalla «pioggia di dicembre/ che picchia sui coperchi dei cassonetti», e di giovani annoiati, sempre in procinto di andarsene ma cronicamente incapaci di farlo, la cui ribellione si esaurisce «sulle labbra violacee/ e sugli occhiali da sole/ delle ragazze più belle».
Eppure questo mondo è amato dall’autore, che non lo guarda con occhio distante, ma vi si muove a suo agio. È il mondo in cui anch’egli si aggira, personaggio fra i tanti della vicenda. È anonimo passante che rientra di notte «nella foschia del giardino/ e nella luna che manca», osservatore, da una finestra, del parcheggio «dove nasce un amore al giorno», dove consumano il loro breve incontro due ragazzi «che si vogliono prendere/ e hanno un lume negli occhi», e che di quell’istante di rapimento ricorderanno un brulicare di finestre che ha impedito loro di «poter restare smarriti». L’aria della città è quella che nutre Moscè di malinconia, ma che gli regala brividi inattesi di tenerezza, sfiorandolo con la dolce illusione di poter fermare la ragazza bionda intravista mentre pedalava “stretta nella sua tuta blu”, di accoglierla in casa, di offrirle un caffè, di avviare una relazione capace di curare la malattia sottile di tanti pomeriggi sghembi. La figura di questa ragazza, che fugacemente attraversa il corpus poetico e subito si perde, con il «desiderio che non ha durata», è una delle tante immagini della memoria, come la «ragazza della porta accanto», quella dalle «braccia agili» che si lava i capelli prima di uscire, che «scompare nella tromba delle scale» e va verso l’amore per cui trema, nel «marzo paziente/ che non sa di lei e di nessun altro». La durezza della città non spegne l’incanto nell’animo di Alessandro Moscè, che vede, ascolta le voci, i rumori e li sa trasformare in un canto di incondizionata adesione.
Nell’altra sezione del volume, Suite per Pierino, protagonista è un’amicizia insolita fra un giovane di venti, venticinque anni, e un ospite della casa di riposo per anziani, un personaggio semplice e innocente «venuto dai secoli/ da un circo o da un non tempo». Il legame è raccontato nel momento in cui la morte ha sovvertito le regole senza avere il potere di spezzare nulla. Il giovane è rimasto a custodire il ricordo attraverso i segni del recente passaggio dell’amico, l’orma sul letto «come quella di un santo», «le mele rimaste sul tavolo/ l’asciugamano del bagno» e soprattutto quella sedia di legno impagliata che di Pierino reggeva il peso mortale, che tanto richiama la sedia di Vincent nel dipinto di Van Gogh, dove il pittore aveva poggiato pipa e tabacco, oggetti da cui si sentiva identificato, mentre sulla sedia di Pierino potremmo immaginare il crocifisso di legno che toccava prima di andare a letto e il rosario verde «preso in una bancarella di Tolentino/ a metà prezzo, nel 1976». Che cosa legava il giovane Alessandro all’anziano Pierino? Ce lo rivela l’autore stesso: «I nostri rituali erano una ragione senza farci caso/ un mandare al diavolo la piaga mai rimarginata.» Alessandro e Pierino come due legni sbiancati e contorti che il mare aveva accostato sulla spiaggia dopo una mareggiata, e che, vicini, si erano riconosciuti. La morte di Pierino, l’«innocente», che si divertiva a fare cerchi con il fumo, a parlare di donne e di fisarmoniche, ha confermato che Alessandro Moscè esercita una grande forza evocativa. Il dolore è consapevole ma non disperante e non chiede consolazione al lettore. Una poesia comprensibile e sincera ci riconcilia con l’uomo: siamo dinanzi ad un neo-lirico tra i più interessanti e originali della sua generazione.

© Mirella Vercelli

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