PoEstate Silva #43: Nicola Grato, da “Inventario per il macellaio”

 

tra le tue cose una rosa
secca di santa Rita –
tra i medicinali scaduti
le ricevute di cambiali
gli incartamenti colorati
dei regali, biglietti
d’auguri per Pasqua e Natale
spediti da Forlì;
una rosa, povera cosa –
riposa da lungo tempo
tra le pagine gialle
di un libretto delle ore:
passita nel silenzio
nel bruno del tempo
passita povera cosa
in una giornata di giugno
afosa,
fiore devoto –
la vita dei vecchi,
al suono dei tasti
una Olivetti
nei cerchi di fumo del tempo.

 

fuoco greco sul mare
un festino di tanti
anni fa –
le barche schierate
all’imbocco del porto;
i lenzuoli bruciati
carcerati in rivolta
la tua ansia sommessa
si faceva dirotta
preghiera alla Madonna
del Molo:
la vita vola, un fiato
solamente, la promessa
di un marinaio partito
per sempre.

 

torna come fa la luna ogni mese,
esci dalla nuvolaglia
di silenzio e raccontami di te –
di quel che vedi e che hai veduto
se ancora rimani muto davanti
al cangiare dei cieli di maggio;
se ti ricordi dei campi di sulla,
delle giornate di luce brulla
al Castello Maniace di Siracusa,
o delle serenate al tuo paese
che ingegnavi su un mandolino
a tre corde. Torna e dimmi qualcosa,
la parola che non ho capito –
senti l’attrito dell’aria quando è
caldo, segna col dito sul vetro
appannato la forma di un sole,
il tuo rito privato per un domani
migliore.

 

il bottone del lutto
sul bavero sdrucito.
“Per il mio caro padre”,
il cartello alla porta
della sua casa bianca
e d’azolo, e travi –
e cucina economica;
quante sere trascorse
seduti sulle sedie
di paglia a conversare,
lui, noi, sua moglie Agnese:
l’arnese del maltempo
– la scultura cangiante –
il calendario fermo
un sedici d’agosto
di quale anno chissà.
Di quei cinque restiamo
lui ed io: passando
davanti a casa sua
la porta se è aperta
mi viene da guardare
che c’è dentro e cosa
rimane di quel tempo:
ma vedo solo scuro,
la scultura cangiante
l’avrà buttata via
in un tutto d’ammasso –
ora strame.
non ti ho vista morire –
dormivo dopo giorni
ottusi lunghi vuoti,
spogli di qualsivoglia
carità di parola;
non rimpiango presenza
voce ombra sorriso –
ché sono luoghi vivi
anche soltanto nella mente;
non rimpiango conserve
di caponate, numeri
accatastati in blocchi
della Settimana Enigmistica –
cruccio alla vista
tua debole e orgogliosa
all’incanto del mondo.

Non rimpiango il tuo corpo,
che da te detestato
era carcere e buca
in cui ti dibattevi
a sortirne ogni giorno;
mi rimorde quell’ora
di sonno scuro e fosco,
talpesco, che mi toglie
ancora oggi il sonno.
mattino era entrare nella casa
chiusa da un intero inverno,
vedere ragnatele di sole sospese
sul forno, qualche verme a dormire
sulla balaustra, le conserve mute
nello stipo verde.

Aprile dell’attesa, mi diceva
mio padre delle donne che serbavano
nel petto i bachi da seta: l’inverno
s’affaccia ancora bieco nel principio
di primavera; le donne serbavano
nel petto parole nuove, l’amore
dei pomeriggi di sole–
Grazia della nostalgia, paese
di trovature, albergo di fantasmi –
bene che vada trama che si perde
nei ricordi di cicoria di una vecchia.

 

Nicola Grato, Inventario per il macellaio, Interno Poesia, 2018

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