Ritorno a Freiburg. Nota a ‘Una sognatrice a Trieste’ di Claudio Segat (di Luca T. Barbirati)

Claudio Segat, Una sognatrice a Trieste, Treviso, Santi Quaranta, 2017, pp. 174, € 13

Dove stiamo andando?
Sempre verso casa
Novalis, Enrico di Ofterdingen

Perché si può desiderare la fuga dal proprio paese? Cora Sorgfalt, l’indimenticabile illustratrice botanica di Claudio Segat, non teme la sincerità e, fin dall’inizio del romanzo, confessa di essere fuggita perché si sentiva in pericolo. Alla fine degli anni ’90 del ‘900, nel Baden-Württemberg non c’era la guerra, non c’era una violenza sulle donne maggiore a quella di qualsiasi altro periodo, né tanto meno c’era la povertà. Tuttavia, nonostante questo, mancava l’essenziale che per Cora vuol dire il suo spirito creativo, la sua esistenza interiore e, in definitiva, la sua utopia. Anche se questa utopia, vale il caso di dirlo, sconfina il campo semantico comune e copre quello che altri autori hanno chiamato felicità (Guido Morselli), consolazione (Stig Dagerman) o trentesimo anno (Ingeborg Bachmann).
È la necessità di fuggire al già visto, al già vissuto. È l’innamoramento sbagliato che ti traghetta verso l’amore di sempre. Fuggire è l’inizio del viaggio che ti porta a casa. Cora lo sa, o meglio Claudio Segat lo sa e grazie alla sua maestria – paragonabile solo a quella di Fleur Jaeggy – ci dona un gioiello perfetto che ci fa sperare, ridere e piangere a fianco della dolcissima Cora. È questo il compito della letteratura. Il suo tourbillon – complicazione delicata quanto geniale – non è dissimile a quello dei suoi predecessori letterari, uno su tutti all’Io bachmanniano del racconto Il trentesimo anno.
Come la figura di quest’ultimo, quella di Cora è mossa da una necessità che porta con sé il proprio errore: sente che è fondamentale nascere nuovamente e non accontentarsi della meschinità affettiva, scolastica e lavorativa che viene offerta dal proprio cantuccio natio. Nella prima parte del romanzo, risuona continuamente sottotraccia il pensiero a voce alta di Cora: «Devo nascere altrove. Devo cercarmi un altro luogo di nascita»[1]. Il problema non è diventare adulti o più maturi, nemmeno quello di trovarsi un’occupazione lavorativa: il piano su cui si gioca la partita è iniziare a esistere veramente. Si tratta di una vera e propria rinascita. E questa è la necessità.
L’errore che vi è insito, invece, è legato a quello che Segat fa chiamare a Cora «verità geografica». L’altrove che sceglie per la propria fuga – se si riesce a guardarlo senza filtri sentimentali – è quanto di più vicino possa esserci dal luogo della sua nascita biologica: così limitrofo da essere raggiunto col treno, ma sufficientemente lontano da poterlo chiamare altrove. Nella mente di chi fugge coabitano questi due elementi: tanto la necessità, quanto l’errore legato a una verità autoimposta. È vero che il luogo scelto è effettivamente un altro luogo geografico, ma è altrettanto falso che sia questo altrove a poterle dare quello che sta cercando: rinascere, esistere, iniziare a vivere finalmente la vita immediata, senza più aspettare un vago ‘Qualcosa dal futuro’.
Cora vuole il presente, qui e ora, ma come ogni sognatrice romantica non può credere che il suo qui e ora sia realmente qui e ora; può accettarli invero solo attraverso un altrove e come il risultato di una conquista, non come dati di partenza. La grandiosità di Segat sta proprio in questo, di essere riuscito a far risuonare la cetra antica che per prima cantò il viaggio dell’uomo, il suo peregrinare e il suo ritorno a casa. O con altre parole, prese in prestito da Kavafis:

«Itaca t’ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti più.

E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un’Itaca».[2]

Continuando a osservare l’itinerario di Cora, questa volta con un po’ di compassione in più, è evidente che la necessità del ‘Qualcosa’ nasconda il ‘Tutto’, e che questo non possa essere veduto con gli occhi forniti dalla prima nascita. In tale senso Cora Sorgfalt, la dolcissima Cora Sorgfalt, ha ragione. Claudio Segat ha ragione. Bisogna rinascere. Bisogna morire e poi rinascere. Non importa se Cora si autoimponga una verità menzognera; non importa se la necessità la convinca di dover andar altrove per rinascere. Cora sbaglia e tuttavia ha ragione! Lei stessa impara a proprie spese che non esiste un altrove in cui si possa rinascere; si può ri-nascere unicamente dove si è già nati. Ecco tutto.
La vita non si svolge con la pietà che Nikos Kazantzakis sembra chiedere a Dio nella sua autobiografia Rapporto al Greco: non nasciamo vecchi con la barba bianca e con il passare degli anni il nostro cuore non si alleggerisce fino all’infanzia. La vita si svolge nel verso opposto da quello desiderato dal gigante della letteratura neogreca. E, come scoprì drammaticamente Bachmann, alla vita immediata del Trentesimo anno può essere opposta soltanto la morte di Malina o de Il libro Franza. L’uomo può accettare il suo essere limitato oppure sconfinare nel disumano: vivere la vita o anticipare la morte. Siamo questo, e non è una novità.
Infine nemmeno il libro che ha scritto Segat è una novità, anzi ne è l’esatto contrario, perché ha semplicemente riscritto la verità eterna sul ritorno a casa, che da Omero in poi informa ciascun viaggiatore. Ma la letteratura vive e si nutre proprio di queste semplicità eterne. E Claudio Segat è uno scrittore autentico. Il suo romanzo è un caso letterario? Vorrei che lo diventasse.

© Luca T. Barbirati

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[1] Claudio Segat, Una sognatrice a Trieste, Santi Quaranta, 2017
[2] Poeti greci del Novecento, Mondadori, 2010

 

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