Le mani di Simone Burratti. Una nota di Andrea Detoma

«”Non scrivere: il Re dei Giudei, ma che egli ha detto: io sono il Re dei Giudei.
Ed egli rispose: “Ciò che ho scritto, ho scritto”»
Giovanni 19, 21-22

Questa iscrizione apre le porte di Progetto per S., col suo lapidario «Quod scripsi, scripsi» e con questa figura – Pilato – passata alla storia come pusillanime, ma che qui emerge come custode, come garante di questo libro.
P. protegge S. dal bigottismo.
Perché Pilato ha qualcosa in comune con Simone Burratti? Entrambi si inseriscono in un meccanismo sociale schiacciato dalla morale e, con la loro autorità, portano a termine con giusto sdegno il loro ruolo ordinario, schivando l’incudine e il martello con un unico scopo: salvare la propria coscienza. Perché Simone Burratti fa poesia per se stesso, prendendo una via propria, altra dalla morale, per spalancare la voce della propria innocenza. C’è chi, per aver coscienza pulita, cancella ogni giorno la cronologia del proprio computer, e c’è chi scrive Cronologia (p. 42), documentando per esteso una lunga serie di materiale pornografico. Dopo una prima lettura ho voluto rileggere questo libro, facendo attenzione alle mani, oltre che per Pilato, che, come nella vulgata, se ne lava le mani – nel capitolo 19 del Vangelo secondo Giovanni le mani compaiono solo quando il Cristo interrogato rivela a Pilato che il suo potere deriva da Dio, che glielo ha posto in mano −, ma perché le mani sono strumento essenziale di scrittura e di masturbazione.
Le mani nel Nostro compaiono diciassette volte: p. 21 «mani pulite», p. 22 «mani bianche», p. 31 «le tue mani, dammi quelle mani», p. 34 «come se la tua mano fosse troppo precisa per le misure sopra le molecole», p. 39 «le mie piccole mani da dinosauro», p. 50 «quando S. scrive a mano […] da un gesto con la mano […] tiene la porta chiusa con la mano […] sente il cielo sopra di sé come una mano inerte e gigantesca », p. 52 « la mani luminose», p.54 «il palmo della mano», p.57 «ti stringo la mano per il viaggio […] ma capisco che la mia mano possa anche prescindere da me […] ti stringe la mano», p. 59 «mi è venuto da premermi l’inguine con la mano». Ma i numeri contano poco, se non si capisce la centralità che le mani assumono come organo di affrancamento, come strumento di verifica che tutto non accada soltanto nella testa del poeta, esse sono il punto in cui la retta tangente della società incontra la circonferenza solipsistica dell’autore. Queste mani tentano di allungarsi, ma afferrano le incertezze e in ciò si riverbera un sentimento nichilistico che riproporziona l’agire del poeta nel mondo. Quando dico ciò, penso a Progetto per S. (p.34-35), dove già l’incipit «ci sono cose che non potrai mai prendere come se la tua mano fosse troppo precisa per le misure sopra le molecole» e più avanti «Una stupidità che si misura con l’altezza della voce. Ci sono cose che non potrai mai prendere – cerca di ricordarlo.»; ma per completare il quadro leggiamo oltre, prendiamo il punto 4. di questa poesia, Masada, antica roccaforte 100 km a sud est di Gerusalemme, teatro di un leggendario assedio, che terminò con il coraggioso suicidio di massa dei Sicarii guidati da Eleazar, che è inglobato nella poesia:

Salirai attraverso ciò che hai distrutto
dentro una luce simile a quella che ti ha scritto
per arrivare nel punto in cui tutti sono morti
senza più combattere, non essendo ………………..(11)
abbastanza, o per eccesso di sole. ………………….(11)

e poi la poesia si conclude nell’orto del Getsemani, 10.000 giorni (che sono all’incirca 27 anni, Simone Burratti è del 1990 − ma anche un album dei Tool) in cui il cerchio della circonferenza cerca da allontanarsi da quella retta tangente che è il mondo («sto concentrato solo sui miei atomi, e sulle interferenze del vento che attraversa il mio giardino»).
Elementi che mi aiutano a concludere, tracciando questo profilo che inconsciamente ha dato importanza alle proprie mani, che funzionano da valvola di sfogo, per chi si sente inadeguato alle regole che cercano di intercettare la circonferenza di ogni ego. Le mani servono per scrivere e per masturbarsi («stanotte mi masturberò / con lo sguardo fissato al soffitto / come fanno gli uomini grandi / prima di compiere opere grandi») e una poesia come questa, non banale, personale, quasi diaristica, ha assunto agli occhi di un pubblico allargato una sorta di sembiante fuori dalla contemplazione degli schemi sociali. La poesia che l’editoria ci incalza a comprare è puro intrattenimento. Invece la lirica che rivela e indaga i problemi dell’uomo è un tabù quanto la masturbazione: sono poche le persone che escono allo scoperto e spiegano la propria solitudine per sovvertire la normale prassi. Per questo Simone Burratti tende le mani al lettore, non per confortarlo, ma per scrollarlo dalle convenzioni, per poi tornare a chiudersi dentro se stesso..

© Andrea Detoma

PROGETTO PER S.

.

1.
Ci sono cose che non potrai mai prendere, come se la tua mano
fosse troppo precisa per le misure sopra le molecole. Ogni
giorno farai del tuo meglio e non sarà mai abbastanza;
manderai giù tutto, ricomincerai. Le notti non ti
spaventeranno.
A ogni nuova sconfitta il numero sulla tua fronte aumenterà, si
inciderà più a fondo e farà sempre più male, stabile e
sotterraneo come una ruga che dà l’espressione.

2.
L’amore è una cosa invernale, e anche la sua fine. Tutti i
pensieri, tutti i gesti sprecati si disperdono nell’aria, fuori dal
corpo. E come un freddo ormai dimenticato l’abbandono
ritorna, con quelle stesse punte di amarezza, vergogna, di nonbastare-
più; bruciando la nostra legna verde accatastata con
cura, le rinunce accettate, bruciando tutto ciò che era cambiato,
per un anno o per un attimo.

3.
Stanotte mi masturberò
con lo sguardo fissato al soffitto
come fanno gli uomini grandi
prima di compiere opere grandi.

4. (Masada)
Il monte roccioso davanti a te ha scavature di sole generate dal
tuo sguardo:
salirai attraverso ciò che hai distrutto
dentro una luce simile a quella che ti ha scritto
per arrivare nel punto in cui tutti sono morti
senza più combattere, non essendo
abbastanza, o per eccesso di sole.

5.
Una stupidità che si misura con l’altezza della voce. Ci sono
cose che non potrai mai prendere – cerca di ricordarlo.

6.
Non c’è nessun abisso, nessun modo di sprofondare. Devi
imparare ad avere pazienza. Ti tireranno su e giù. L’ultimo
passaggio è subito conseguente a quest’accettazione.
L’occhio diventerà trasparente, mostrando tutto il vuoto che
c’è dietro. Ricordare sarà sempre più inutile e noioso.
Comincerai a staccarti dal mondo e i tuoi rapporti con
l’esterno cambieranno.

7. (Getsemani, 10,000 giorni)
Sono una persona lontana. Conosco la mia vita e molte altre
cose, senza che nessuna mi tocchi. Sto concentrato solo sui
miei atomi, e sulle interferenze del vento che attraversa il
giardino.
Mi manchi? Non lo so. C’è solo qualche immagine confusa.
Mi sento vuoto e pulito, non ti voglio del male. Sono solo
lontano. Conosco la tua vita e molte altre cose, senza che
nessuna mi tocchi.

.

Simone Burratti, Progetto per S., Nuova Editrice Magenta 2017, pp. 71, euro 12

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