Filippo Ravizza, La coscienza del tempo (seconda parte)

A trent’anni dall’esordio Ravizza è forse l’ultimo poeta che davvero mantiene viva quella linea lombarda della poesia che al rigore etico affianca un dettato sobrio ma non sciatto, che privilegia e sempre privile­gerà il bisogno di essere prima di tutto chiari a se stessi; e perciò non è difficile ritrovare nella fitta rete di rimandi, inter- ed extra-testuali, echi, oltre che della propria opera, delle opere di Sereni, di Raboni. Perché persiste, è vero, un certo gusto novecentesco nel modo di costruire i propri versi, ma ciò avviene solo perché Ravizza dialoga col proprio tempo e con la propria storia nella stessa misura con la quale dialoga con il Tempo e con la Storia (e in questo forse è ravvisabile anche la lezione di Pessoa).
Per questo, riprendendo il discorso su La coscienza del tempo, è mia intenzione ora tirare un po’ le somme di un discorso poetico coeso e omogeneo come pochi se ne sono incontrati negli ultimi decenni. Ciò che negli anni Ravizza è venuto a raccontarci è la cronaca di una generazione sconfitta, una generazione che ha creduto di poter consegnare ai propri figli una società civile diversa e che invece ora fa i conti con una resa senza appello alle paure, portandosi appresso pure il peso dei sensi di colpa per avere creduto nei propri ideali, di essersi ancorato alle ideologie in anni in cui queste veniva demolite per fare posto a una dimensione del vivere diffuso, dilatato, deprivato di ogni punto di riferimento. Se con la raccolta del 2000, Bambini delle onde (Campanotto), Ravizza aveva tentato di consegnare alla generazione entrante, che in lui si identificava pure nella figlia allora bambina, la somma dei propri valori criticamente vagliati, ora con La coscienza del tempo tutto è vertiginosamente franato nella presa di coscienza di ciò che si è effettivamente consegnato alla figlia ora donna. Si concretizza quella che Mauro Germani aveva definito «la consapevolezza dell’ineluttabile fine di tutto» all’interno del «dramma dell’insignificanza individuale e collettiva» (postfazione a Nel secolo fragile, raccolta che precede questa più recente e che costituisce il primo capitolo di un ideale dittico poetico). Varranno, perciò, anche per Ravizza alcune delle considerazioni di Gian Piero Stefanoni sulla Proseografia della paura di Maria Lenti. Varranno sempre le parole illuminanti di Gianmarco Gaspari che accompagnano – quasi a formare un unico saggio – queste due ultimi capitoli della poesia di Ravizza.
Eppure ci si rialza, anche bastonati; si leva il capo, si alza la fronte, si guarda avanti, e si fa tutto ciò tenendo ferma la fede nella poesia, perché a salvare l’uomo rimane la poesia, dopo che l’uomo ha negato pure ai bambini la possibilità di salvare il mondo. Poesia intesa come unico modo per continuare a riflettere e analizzare gli anfratti di una crisi che tutto può schiacciare e appiattire; e invece a questo appiattimento Ravizza oppone l’unica parola che può e sa pronunciare: quella poetica. Perché la poesia è anche memoria, e l’esercizio della memoria implica pure l’assunzione di ogni responsabilità del passato per non vanificare tutto in una blanda esibizione di un ricordo. Ed è così che la memoria si fa coscienza, e in questa presa di coscienza si riapre la via del dialogo tra le generazioni per individuare un sentiero altro, nuovo («Lontano nella Storia trovare/ una via… come in questi giorni/ saranno strade e canali…», Saranno strade e canali).

© Fabio Michieli

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