Maria Lenti, Ai piedi del faro (rec. di G.P. Stefanoni)

Maria Lenti, Ai piedi del faro, La Vita Felice, Milano 2016

Non c’è separazione di mondi, non esiste un mondo appena fuori dalla porta e un mondo lontano, di terre e di esistenze a noi estranee: è questa la lezione di vita prima che di scrittura di Maria Lenti, una vita da insegnante e poliedrica autrice che nella poesia ha l’espressione del suo timbro più alto (in un impegno di presenza testimoniato anche nella attività politica – è stata deputata infatti per Rifondazione Comunista). Così lo sguardo, così vivo, così curioso e pronto ad indignarsi o a innamorarsi, che sa passare abilmente tra le strade della natia Urbino a quelle delle rotte diversissime di Samarcanda e dall’Uzbekistan alla Cambogia, ci testimonia la ferrea volontà di comprendere e di testimoniare “la trama del rovescio” di un tempo che rema contro se stesso tra squilibri socio economici, assenze di riferimenti culturali forti e dispersione di valori. L’opposizione allora viene dalla conoscenza, dal circolo stesso di una memoria saldamente allacciata al presente nella sottolineatura delle mancanze e delle crepe, di quel dialogo intessuto di reciproche interrogazioni che fanno la cultura stessa di un paese a partire dai margini di un’inclusione o meno di tutte le sue componenti («Sentirsi nel gioco/ del desiderare e fare/ sul pieno di un insieme/ insieme che eravamo» – ci dice per voce e per eco). Proseografia della paura, questo (dal titolo di un testo) il crinale su cui si muove, disgiunta la comunità umana tra chiusure di fabbriche e disoccupazione giovanile, disastri del territorio e sangue di migrazioni in quell’«inferno posato sulla terra» di cui qualcuno nella «sepoltura d’intenti», nel «rimestare ciò che non è» di una politica dei debiti, è chiamato a rispondere. Perché è una questione di scelte e la scelta della Lenti è nella condivisione, a partire e nel cuore di un femminile che (seppure  ancora colpito da parte di uomini, mariti-padri padroni) leva con forza la sua controfilastrocca a fronte della paure e delle cancellazioni di mercanti, urlatori e recitanti nel vuoto di una “lingua intorbidata”. E che può essere vinta solo all’interno del suo stesso meccanismo, nel cortocircuito provocato da “una parola nuova” che in queste pagine si risolve in un tono tra il prosastico appunto, il colloquiale e un dotto leggermente abbassato a dire l’ironia nell’etica meditata del mondo, l’ironia ancora nella sapienza d’indagine sovente unita a sillabe e strofe ora frante tra esplosioni e rincorse di rime ora accese in argutissimi, non-sense del reale. Infatti quella della Lenti è anche un’indagine metapoetica cui non si sottrae, il poeta come il “mettiloro”, la figura addetta alle operazioni di placcatura in oro dell’omonimo brano (nella fatica e nel cesello – nello scarto di «sinonimi/ i verbi troppi e un po’ bugiardi») a fronte di una modernità come detto che anche tramite la  lingua ottunde e consuma i suoi delitti. Una lingua qui piuttosto riportata alle sue doti di luce (di faro verrebbe da dire come da titolo) soprattutto là dove è forte il rischio di una produzione e di una omologazione per azzeramento, che tutto assomiglia dai centri cittadini ai sapori della terra nella logica di una finta bellezza e del profitto (si veda al proposito la quinta sezione, Goccia, in cui ricordando la sacralità dell’olio ne rammenta l’intero ciclo dalla lavorazione all’imbottigliamento nell’uso e nel consumo che gli è dovuto, nei riti e nella convivialità antica). L’amore allora, l’intelligenza civica nella tenacia di sfogliarsi e mordere le fibre a vincere la fissità della sola indignazione,  nell’ascolto e nell’appartenenza dei mondi nella «esiguità di strutture non destinate a durare» (come ben rileva Gualtiero De Santi nella postfazione), in quella testimonianza di ricerca di «ricompitare l’esistenza attraverso sempre nuovi percorsi di senso», chiusa la casa, i maestri scomparsi. La felicità data, adesso, è in questa consapevolezza – «chiara la mente/ sul buio del presente» – in quel costume come di angeli arruffati a reimmettere quel «calore non tanto innato quanto derivato/ dall’incontro con l’altro-l’altra», a tentare di vincere nell’abitudine alla solitudine quello spavento o indifferenza della terra stessa a corrisponderci. In questa obbedienza – o disobbedienza a seconda dello sguardo – l’apertura possibile del cielo nella fioritura delle icone: finalmente «il tempo, adesso, delle margherite/nel bicchiere perle d’acqua fresca.»

© Gian Piero Stefanoni

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