Filippo Ravizza, La coscienza del tempo (prima parte)

Filippo Ravizza
La coscienza del tempo
La Vita Felice
2017

 

 

Torna la poesia di Filippo Ravizza, a tre anni da Nel secolo fragile. Torna con una nuova raccolta e un nuovo titolo parlante, La coscienza del tempo; sì, perché è un elemento fondante della sua poetica il contrassegnare le sue raccolte con titoli che ne riassumano i tratti essenziali, e farne, di fatto, libri che non siano solo raccolte di testi, costume abbastanza diffuso negli ultimi anni (Penna ebbe il buon senso di intitolare Poesie il libro d’esordio, esempio da seguire, a mio avviso, quando una raccolta non gravita attorno a un centro tematico ben definito). Il fare farraginoso degli ultimi decenni non tocca, né sfiora, Filippo Ravizza; con coerenza prosegue l’interrogazione e l’analisi di questi tempi sempre più poveri di riferimenti precisi e stabili, privi di poetiche definite, privi di ideali.
La sua generazione, quella di cui «forse resterà/ un tenue racconto brandelli/ di memoria impigliati nelle mine/ tra inchiostro e carta brandelli/ di scrittura ape spina pura/ di un vento che ci fu che sentimmo» (Questa mia generazione, p. 77); generazione che lottò per il riconoscimento di diritti e il rispetto, allo stesso tempo, dei doveri civili, ora si ritrova a fare i conti con una dispersione pressoché totale dei medesimi («generazione che ancora/ sta passando come un fiume/ che va che scorre […] verso un estuario che nessuno/ vede che inghiotte la terra il mondo/ e tutto ciò che lo precede il senso/ stesso delle cose la voglia stessa/ d’essere stati come pietra/ come pietra diventati», ibidem), sicché lo schianto con la realtà è inevitabile e solo l’aggrapparsi all’alto mandato della poesia sembra l’unico campo nel quale continuare a combattere ogni battaglia, senza illudersi nell’attesa di un miracolo («non pretendere il miracolo/ di esistere dalla poesia, non pretenderlo… adagiati, abbi/ pace, vivi questo momento/ che ti dona la sparuta serenità/ dei versi; possa accompagnarti/ ancora… nulla di più alto, forse,/ ci è dato»; Sotto la rada ombra, p. 20).
E queste battaglie, meno cruente che non in passato, esibiscono da subito l’arma della memoria, perché ricordare è necessario per sopravvivere. E allora ecco che la poesia si fa testimonianza della sopravvivenza di un io non disposto a scomparire nella massa informe del quotidiano, ossia di ciò che è, come la definisce Gianmarco Gaspari nella prefazione, «la sublimazione di un disagio catafratto nei simboli complementari del tempo e dello spazio» (p. 5). Perciò alcune figure emergono dal passato, come in un poema ctonio, per dialogare con lo sguardo rivolto in avanti, quasi con fare vaticinante (anche se vere e proprie profezie non se ne pronunciano).
È più un discorso sul tempo, inteso anche come Storia, quello affrontato ora da Ravizza, che in questo nuovo libro raccoglie le istanze del precedente, inevitabilmente verrebbe da dire, perché quando un dettato si fa anche carico di istanze civili, queste proseguono se la vena è feconda in chi sa dominarla senza inficiarla di bieca retorica. Ma non è il caso di La coscienza del tempo, ché è invece un libro robusto e contrassegnato da componimenti che sembrano, nel leggerli, nati nel poeta di getto, tanto sono scorrevoli e agili nel verso; un verso sempre limpido quanto fedele alla tradizione di quel secondo Novecento di cui Ravizza si è cibato e col quale mantiene un dialogo costante, e a maggior ragione ora, nel tentativo di recuperare quei riferimenti necessari per non annaspare nel buio, o arrancare nel traffico compulsivo della quotidianità.
Ed è per questo che centrale appare la figura del padre, rievocato in più poesie, come appaiono centrali anche gli amici e i compagni di lotta degli anni giovanili; sono tutte figure che indirettamente vengono interrogate dalla coscienza del tempo e messe innalzi alla realtà dei fatti, senza orpelli e belletti, perché la realtà non va addolcita per mitigarne il cinismo che la contrassegna:

Io e mio padre

Vedi è incredibile è ora è qui,
tutto si ricopre di questa fragilità
della Storia…
è esserci dentro interi un impatto
una carezza frontale…
il volto delle cose
dicevi una volta:
le cose non hanno
volto; ora, purtroppo,
tu lo sai…
parleremo oltre le dune
di sabbia ancora io
ti verrò incontro padre,
camminare da una stanza
all’altra nel silenzio di una
casa vuota non sarà la fine
di tutto: io ti raccolgo ti guardo
mi chino, io nella sera, sotto la
lampada, io ti ricordo ancora vivo.

In bilico tra l’Anchise classico e la figura riattualizzata da Caproni, il padre di Ravizza si fa immediatamente ponte tra il prima e il ciò che verrà, poiché è proprio nel verso finale, nel ricordare ancora vivo chi vivo non è più, che si proietta in avanti la figura, dando a essa, nel contempo, il potere di parlare del presente e del futuro, e non limitarla alla funzione d’essere depositaria di ciò che non c’è più. Non è, perciò, la Storia a insegnare, bensì l’esercizio della memoria, ovvero la coscienza del tempo. Ed è tutta la sezione Il volto delle cose a reggersi su questo dialogo in absentia, nel quale la memoria del padre è rievocata per lacerti di discorsi, singole frasi, che offrono lo spunto per riflessioni che idealmente proseguono quelle lontane discussioni che a noi sono precluse, ma delle quali riconosciamo il significato universale e ciò ci basta.
La coerenza etica si è fatta cifra poetica in Ravizza; si è fatta monito per il lettore, per quel lettore che non cerca la rassicurante poesia precotta, ma cerca un angolo di riflessione, meditazione (alla maniera di Solmi prosatore) sulla propria condizione di uomo sulla Terra, di uomo nel mondo, di indivi­duo nella società.

[continua]

© Fabio Michieli

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