‘Il sonno limpido del mare’ di Samuele Giannetta (rec. di C. Tosetti)

Dalla mia vita il tempo

Dalla mia vita il tempo
scompare senza a fondo
ascoltare – se non parole –
il sonno limpido del mare.

(da Il sonno limpido del mare, p. 9)

Confesso di aver incontrato delle iniziali difficoltà – e un accenno di ritrosia, immediatamente repressa − approcciandomi alla lettura di questo libro; titubanze che si sono svelate frutto di dannosi pregiudizi.
Il primo pregiudizio riguardava il corposo numero dei componimenti: sbirciare l’indice, gesto per me naturale, in ispecie quando ci si dedica alla poesia, in questo caso può incutere timore.
Questo mio errato approccio è stato demolito rapidamente: in primis, la lettura invoglia la lettura; inoltre, il poema è imperniato su di un verseggiare breve.
Il secondo pregiudizio (mio, personalissimo) riguarda la trattazione del tema dell’Amore, in poesia. Che divampi, che finisca, che sfinisca, troppi, tanti e grandi ne hanno verseggiato la polpa e le nuances, coll’incombente rischio d’essere – oggi – semplicemente superflui.
Trattare dell’Amore è percorso impervio, difficile, che richiede profondità, delicatezza e posso affermare – cospargendomi il capo di cenere – che l’autore in esame ha contribuito a riavvicinarmi al tema con rinnovata fiducia, anche ridimensionando la mia autostima. Insomma: una lettura interessante e – per il sottoscritto – terapeutica.
Vinti i miei tentennamenti, ho scoperto come l’opera prima di Samuele M. R. Giannetta (Il sonno limpido del mare, L’Erudita, 2017) non solo non sia guastata dai suesposti (e supposti) vizi, ma come – al contrario – mostri capacità poetica, in generale e nella manipolazione del bollente fardello, il tutto a dispetto della giovane età del poeta.
Anzitutto, il mio plauso va alla tecnica, che, in Giannetta, prevede la misura, è presente regolarità sillabica, ed emerge l’attenzione al suono, all’accento. La poesia in apertura dell’articolo ne è l’esempio: la conta sillabica e il suono rendono la breve poesia fluida.
Brevissime, fra l’altro, sono diverse poesie, nelle quali il poeta riesce a esprimere una sintesi, lasciando la riflessione al lettore (cosa che, credo, sia una delle finalità del fare poesia).
Le caratteristiche metriche non devono farvi figurare rigidità strutturale e – quindi – rischio d’imbattersi in una lirica vetusta, in quanto appaiono nella giusta misura stemperate e calate in un moderno comporre – la poesia è fresca − e il vocabolario dell’autore (che raramente si concede vocaboli alti o tecnici: vuole essere comprensibile) conferisce ai testi una musicalità, una fluidità, che mi hanno colpito per la leggerezza; il dolore vivo del ricordo, l’ispezionare introspettivamente il vuoto, reiterandolo, l’evocazione continua, incessante, della presenza dell’altro attraverso immagini ormai inghiottite dal passato, affiorano melanconicamente, in sapiente equilibrio, pur rappresentando il sostrato sul quale Giannetta ha sviluppato questo poema.
Il tocco delicato, equilibrato, del poeta, mi hanno anche donato l’impressione che il libro debba “scaldarsi” nelle mani del lettore.
Le immagini si accendono leggendo e rileggendo, come accade nelle terre del nord, il cui pallido sole, basso all’orizzonte, lentamente genera un’esplosione di timidi colori.
Altro esempio di misura, fluidità e leggerezza è Leggero, mi porti (pag. 28), in cui spicca nella lettura la rima “accese-attese”, che ben chiude la prima parte della poesia:

Leggero, mi porti
pur sempre via
dall’alba verde
delle campagne
in sosta e piene
del nostro star
stretti in profonde
armonie – le accese
selvagge attese –

Lì si accarezzano
ancora, trascinandosi
via un lieve sogno
di carne e pelle.

L’autore ricorre spesso all’enjambement, anche con lo scopo di isolare un vocabolo-chiave del verso e di alimentarne la potenza. In Sere bianche (p. 10) l’inarcatura fra secondo e terzo verso imprime una pausa; il vocabolo “silenziose” pare zittirci:

traversate da scie chimiche
silenziose
come valanghe d’allegria
che si sgelano dalle vette
dei cuori spaccati
e muti… restiamo noi:
sgretolati nei mattini
ancora verso la luce
dei nostri risvegli,
per porci in attesa
e mai sazi dell’amore.

Anche in Scorrono lentamente su di noi (p. 90), il secondo e breve verso è l’inarcatura del primo e l’autore ci invita a soppesare “le noie” (invito forzato dal punto):

Scorrono lentamente su di noi
le noie.
Vite ruvide che si spezzano all’alba.
L’odore del tuo respiro
mi torna alla mente.
Ma negli occhi non ho tue linee.

La penna di Samuele è sensibile, preparata, e una lettura attenta può mostrare la coerenza fra lo stile ed il titolo del libro. L’immagine del sonno limpido del mare richiama infatti pace, calma, e molti versi donano l’effetto sinestesico di colori acquarellati.
Non dimentichiamoci che il libro intero è volto al passato, al ricordo; il tempo presente è deputato al saporare ciò che è stato e che viene rievocato; non mancano vette sulle quali il dolore si innalza fra i versi e le poesie si fanno più frammentate, come in Manca l’aria (p. 63), che rappresenta una delle modalità di verseggiare, al quale Giannetta ricorre. Versi brevi, che sembrano rifarsi allo schema dell’haiku, o meglio (in questo caso) della ballata di haiku (non necessariamente rispettandone la canonica sillabazione):

Manca l’aria
senza il tuo respiro
addosso.

In fondo,
cosa c’è di male
a desiderare?

Chiedilo ai tuoi polmoni,
quando si riempiono di me.

Io mi arrendo
e ti porto
via, con me.

Giannetta è laureato in Italianistica, con una tesi su Sandro Penna e che l’autore conosca la poesia (e non si limiti soltanto a scriverla) è confermato anche dalle citazioni presenti, mai sfoggio di cultura fine a sé stessa, ma al servizio della lirica che le ospita.
Alcune citazioni sono esplicite: il Montale de L’estate in Non il brontolio ma la resurrezione (p. 13), Sandro Penna di Omosessualità, in Poi d’improvviso (p. 35).
Altre non sono dichiarate, sono versi che risuonano con versi noti, come in Io non credo nel tempo (p. 41) in cui gli ultimi due versi ricordano il paradosso della Szymborska in Ogni Caso («Ascolta/ come mi batte forte il tuo cuore»):

Io non credo nel tempo
capace di allontanarci
da simili profumi persi
e che dentro noi sbocciano
come le ninfee tropicali
che aprono le loro corolle
galleggianti al tramonto.

E quando arriva sera?
Copriti gli occhi
che ti si vede il cuore.

Oppure in Nessuno arriva (p. 47):

Nessuno arriva,
se non andandosene.
Ma tu resta. Non muoverti.

Nel breve componimento riecheggia il Giorgio Caproni di Biglietto lasciato prima di non andar via: «Se non dovessi tornare,/ sappiate che non sono mai/ partito.// Il mio viaggiare/ è stato tutto un restare/ qua, dove non fui mai.»
L’accigliato Schopenhauer è nominato in Il velo dell’inganno (p. 39):

Il velo dell’inganno
che ricopriva gli occhi
tuoi mortali e ti offriva
un mondo impossibile,
di cui non si possa dire
– a seguire Schopenhauer –
che sia né che non sia
è lacero e Maja ha smesso
di sognare, privando il mondo
della sua insolubile gravità.

Il filosofo riemerge nuovamente in Il tempo ciclico e cosmico del corpo, (p. 50) in cui si riprende – forse inconsciamente − il messaggio lanciato da Il mondo come volontà e rappresentazione: «Conosci il tuo corpo!» (Teodoro Custodero, Sul corpo. Con Schopenhauer sull’orlo del nulla, Diogene multimedia, 2017):

Il tempo ciclico e cosmico del corpo
con le sue peculiarità tra possesso
e perdita ineluttabile della bellezza.

Abita nel tuo corpo!

A letto – ricoperti da veli torniamo
al medesimo luogo del sogno – per fare
della vita un loculo categorico.

Il lettore erudito in poesia sicuramente scoverà altri richiami, perché presenti, a maggior prova della cultura poetica di Samuele Giannetta.

Cercando notizie sull’autore, mi sono imbattuto in una sua intervista nella quale dichiara di avere scritto queste poesie nell’arco di dieci anni. Ciò significa che questo libro, pur presentandosi come un corpus monotematico di elementi coevi (l’oggi “canta” il passato), sia in realtà frutto di un paziente lavoro di armonizzazione dei testi, i quali – com’è in natura – nel corso del tempo scaturiscono evolvendosi, cambiando, come cambia la sorgente.
Concludendo, il libro di Samuele mi ha colpito, perché – di fatto – è una lunga esplorazione della propria profondità; è un’analisi approfondita del sentire, delle sensazioni, delle emozioni, vissute in un periodo doloroso, periodo al quale nessuno di noi è immune, durante il cammino terreno.
Mi ha colpito, infine, per lo stile con cui il poeta ha portato a compimento il poema: senza mai esercitare un netto e liberatorio transfert verso il lettore..

© Carlo Tosetti

 

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