Inediti di Francesca Santucci

Madre

Se non rispondo alla tua chiamata è perché
mi piace cercare sullo schermo una fila di quadrati
minuscoli e bianchi disposti a comporre il tuo nome
e il fondo è nero, chiuderti in una sequenza di numeri che
in nessun modo corrisponde alla tua bocca, e
mi piace anche sapere che la casa è tutta deserta, conoscere
con esattezza l’azione che compi in quel pomeriggio
preciso (la mano all’orecchio lo sguardo oltre
il vetro): acquisire i tuoi atti, sottrarti
i miei. La casa è tutta deserta: tu mi chiami e
io lo vedo che mi vuoi parlare.

 

*
Niente separa lo spazio come questo muro
fatto di mattoni rossi e formiche e lì dell’erba:
non c’è intorno la moralità del sonno che merita
il luogo, una vista che non sia la tua a metterlo
nelle tre dimensioni, qualche ombra che si allarghi
e il poco che serve a fare di una giornata
una giornata. Pensi alle cose fatte di immagini semplici
(il contorno delle nuvole col pastello azzurro, e dentro
il foglio è bianco): ti muovi osservando queste linee
elementari, come i bambini quando imparano che dentro
l’obiettivo si sorride, perché lo devi dire
che sei stato felice.

 

Nome

Chiamiamola per nome questa strada
(sto bene, dico, stanotte non ho sognato
niente – e se non mi stai ascoltando
allora io) perché il nome la svuoti
del tutto: qualche figura cambia segno e colore
tra te e me lungo la strada e il suo nome,
una mano dei capelli altre pochissime cose separate
dall’intero, sovraesposte – ogni giorno perdiamo
alcuni giorni, alcuni verbi, le ore del sonno.
Eseguiamole con cura queste mille distrazioni, perché
si aspetta in piedi che arrivi l’ascensore – e si capisce
che siamo morti da molti anni, che se lasciamo qualcosa
è una certa immagine temporanea (CTRL+MAIUSC+F12),
come nel sogno succede d’inventarsi
un viso, un sasso o un animale.

 

*
È così che ci stacchiamo dalle cose
smettendo di dare loro da bere, un nome,
qualcosa da difendere, il privilegio
della crescita – è all’improvviso che
ci dividiamo [con uno strattone (come una treccia
ai capelli quando infili dentro l’indice
e tiri giù)] – le guardiamo perdere posto
con i loro lunghi bisbigli (nella casa si alza il vento)
e dove riducono il volume bisogna
considerare un’altra area, tracciare
il confine nuovo senza mai chiudere la figura:
ogni limite, per una x, tende a infinito.

.

© Francesca Santucci

Francesca Santucci (1991) vive a Siena, dove studia Filologia italiana. È stata più volte finalista al Premio Campiello Giovani e al Premio Chiara Giovani. Suoi racconti e poesie sono usciti su antologie edite da Marsilio, Prospettiva editrice, LietoColle (in corso di stampa). Per la rivista «Orlando Esplorazioni» ha curato un numero monografico su Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di cosa (Perrone, 2015). Ha curato Difesa berlinese, volume che raccoglie scritti in prosa editi e inediti di Carlo Bordini (Sossella, in corso di stampa). Suoi interventi sono usciti su «Per Leggere», «Annali di studi umanistici dell’Università di Siena», «Le parole e le cose», «404: file not found», «Patria Letteratura». Collabora con la rivista online «formavera».

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