Un Montale per tutte le Occasioni (di Emiliano Ventura)

Un Montale per tutte le Occasioni

di Emiliano Ventura

 

Abstract

Essere montalisti è un diritto o un delitto? è la domanda, ma anche il tema, che soggiace a tutto lo scritto. La pubblicazione di tre saggi critici su Eugenio Montale e la sua poesia sono l’occasione per approfondire alcuni aspetti del poeta stesso. Per Montale (2013) di Emerico Giachery e Montale antinomico e metafisico (2014) di Andrea Gareffi, sono gli scritti di due critici maestri; a Giachery devo l’interesse per i luoghi poetici, Recanati e Pienza, a Gareffi il gusto per il manierismo e la metafisica. Seminario Montale (2011) è di Fabrizio Patriarca al quale sono legato dagli anni universitari e delle prime pubblicazioni. Questi gli spunti per approfondire alcuni aspetti della poetica montaliana, l’ironia di Satura e la reiterata formula negativa della sua ‘epistemologia’, con quel ‘non’ che ricorre come ospite indiscreto. Si cerca di rispondere al perché della fortuna critica del poeta degli Ossi.

 

Un poeta malgrado

Eugenio Montale, in una intervista del 1975 a Giorgio Zampa,[1] curatore del testo Sulla poesia[2] che raccoglie articoli e interviste, consegna alcune affermazioni importanti; una è la famosa metafora dell’avere scritto un solo libro, prima si è dedicato al recto poi al verso, dichiarazione che ricorda molto quella heideggeriana secondo cui «ogni pensatore pensa un unico pensiero».
Si riferisce naturalmente alla sua non enorme produzione, nello stesso anno nel discorso tenuto per il Nobel a Stoccolma farà un bilancio delle sue cose scritte: «sei volumi, innumerevoli traduzioni e saggi critici. Hanno detto che è una produzione scarsa».
Questo è stato uno dei modi in cui il poeta è stato visto e giudicato, ha scritto poco, come se la quantità avesse in sé il valore della qualità. È uno dei cliché che lo ha accompagnato insieme all’essere il poeta del ‘negativo’ e del ‘miracolo’, il poeta della vita al cinque per cento’, tutti veri ma tutti allo stesso tempo molto limitanti.
Più avanti scorgiamo altre definizioni che segnano un carattere e una vita, scopriamo che un suo professore, il professor Mannucci: «diceva che avrei potuto scrivere sulla “Domenica del Corriere” ma non più su, però», in questo annuncio di un piccolo fallimento si trova al contrario la realizzazione di una persona nella poesia.
Montale è poeta schivo e chiuso, un carattere che sembra stridere con l’importanza che ha assunto negli anni per la poesia italiana da quel libriccino Ossi di seppia fino al Premio Nobel.
Secondo Mario Luzi, Montale porta in sé una sorta di paradosso, essere stato ‘estraneo’ e ironico verso il mondo accademico e culturale delle lettere, per finire, grazie anche a Contini e al Nobel, per essere uno dei maggiori rappresentanti della poesia italiana.
Poeta schivo e orientato alla distanza, all’inappartenenza. Non solo nella poesia in cui dichiara, apertis verbis, di non avere verità da comunicare né mondi da aprire, ma anche nelle dichiarazioni e negli atteggiamenti che da lì in avanti terrà sempre:
«Non ci fu mai in me una infatuazione poetica, né alcun desiderio di specializzarmi in quel senso. In quegli anni (1910-20) quasi nessuno si occupava di poesia».
Parole confermate trent’anni dopo quando l’intervistatore gli chiede:
«La tua diffidenza verso la categoria è rimasta?», e lui risponde:
«Come categoria sì. Ma ci sono le eccezioni. Non so se io ne sono una».
Montale non segue un iter ‘tradizionale’ per un poeta o un letterato di inizio secolo che lo vorrebbe frequentare materie e studi classici, lui segue scuole tecniche, si avvicina alla filosofia grazie agli interessi della sorella. La sua passione era il canto:
«Ambizioni più concrete e più strambe mi occupavano. Studiavo allora per debuttare nella parte di Valentino, nel Faust di Gounod»,[3] l’espressione in versi, la poesia, è arrivata in seguito, forse per questo si sentirà sempre altro rispetto al circolo letterario.
La sua diffidenza ad assumere in pieno il ruolo di poeta e di letterato nasce da questa ‘differenza’ iniziale, il sentirsi altro rispetto alla poesia e alla cultura in cui si forma e in cui esordisce, l’essere quasi a suo malgrado un poeta.
Mai stato impegnato in un’ideologia o in politica, come altri hanno fatto, ha assunto semmai il profilo del filosofo stoico, dell’agire bene in ogni circostanza e in ogni situazione, l’adempimento a un dovere nonostante tutto o tutti. Ciò non vuol dire che si voglia elogiare il disimpegno (tutta una cultura orientale, quella del Tao è basata sul principio del non-agire, tanto per sottolineare l’importanza), semmai mettere in risalto una caratteristica che lo ha contraddistinto da altri pensatori e poeti. Anche se non antifascista della prima linea ha avuto i suoi guai, la firma del manifesto antifascista gli è costata la sospensione della nomina al Gabinetto Vieusseux.[4]
Questa caratteristica del rimanere in disparte, nel procedere a un lento distillato di poesia, distante dalla chiacchiera vuota o dal salotto letterario, non è stata certo una penalizzazione o una mancanza, è stata la forma particolare in cui la poesia montaliana si è manifestata nell’arco di quasi sessant’anni, ha attraversato questo secolo difficile con la forza e le risorse di cui disponeva.
Si parlava di lentezza nella scrittura, un lento decantare dell’esperienza prima che possa divenire poesia, questa caratteristica è l’opposto della velocità e del mutamento tipico del Novecento, una lentezza necessaria anche per accogliere la prosa e gli stilemi filosofici, quasi a ruminare pensieri e lettura, usando una metafora di Nietzsche.
L’attesa del miracolo, il momento che possa schiarire un fenomeno e aprirsi a una conoscenza (l’idea che pemane alla base delle Occasioni) trova corrispondenza nel Kairos dei greci, termine importante per la filosofia e che si può tradurre nel ‘momento opportuno’ o ‘adatto’.
In una cartolina postale del 1926 Montale riassume così i suoi temi:
«I miei motivi sono semplici e sono: il paesaggio (qualche volta allucinato, ma spesso naturalistico: il nostro paesaggio ligure che è universalissimo); l’amore, sotto forma di fantasmi che frequentano le varie poesie e provocano le “intermittenze del cuore” (gergo proustiano che io non uso) e l’evasione, la fuga dalla catena ferrea della necessità, il miracolo, diciamo così, laico (“Cerca la maglia rotta”, ecc.). Talvolta i motivi possono fondersi, talora sono isolati».[5]
La consapevolezza di non avere più, a differenza della poesia precedente, verità da consegnare (il famoso poeta del negativo come si diceva nell’elencare i clichè su di lui) lo confina nel tempo della ‘crisi’ della metafisica, in un percorso che partendo dal Nichilismo[6] di Nietzsche approda alla ‘scuola del sospetto’ fino a confluire da noi nel ‘pensiero debole’ di Vattimo.
Con la sua voce inconfondibile, Montale si inserisce in una linea che inizia con Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, i suoi «magri ulivi», e che continua con Mario Novaro, Giovanni Boine e Camillo Sbarbaro, con il loro rifarsi al mare come a termine di un rapporto di valore eterno. Anche in Murmuri ed echi di Novaro, del 1913, si trova un paesino «róso dalla salsedine»; vi s’incontra «la ruvida foglia/ nervata, mezzo accartocciata»; vi compaiono i «muri a secco di pietra forte/ che reggono l’arida terra in Liguria». In Boine (Il peccato è del 1914) si erge «il muretto irto di cocci puntuti a difesa». Recensendo Trucioli di Sbarbaro nel 16 novembre 1920, Montale scriveva: «Il centro della ispirazione qui è l’amore del resto, dello ‘scarto’, la poesia degli uomini falliti e delle cose irrimediabilmente oscure e mancate: bolle di sapone, épaves, trascurabili apparenze, arsi paesaggi, strade fuori mano».
Quanto appena sostenuto è noto ormai da tempo, sull’argomento torna Dante Maffia che, in un’intervista rilasciata a chi scrive su Mario Luzi e Montale, afferma:
«Fu lui [Luzi] che, testi alla mano, mi dimostrò come Ossi di seppia sono una sintesi di letture liguri prese da Mario Novaro, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Renzo Laurano e Camillo Sbarbaro. Mi mostrò anche un libro di Gaetano Mariani, edito dalla Liviana di Padova, in cui erano ribadite le stesse analisi. “Montale è una spugna”, ripeteva, “ma non si può dire. E il fatto che Montale dia l’impressione di avere ristabilito un’intesa tra individuo e società lo si deve piuttosto alle sue collaborazioni al ‘Corriere della Sera’ e non ai suoi libri di poesia”».[7]
Il fatto di essere spugna non è una colpa né un difetto, tutti i poeti assorbono da altri poeti, Luzi ritiene che Montale sia un poeta che non partecipa all’agone, è un poeta che ha ristabilito il consenso con le istituzioni, e che lo abbia fatto grazie al ‘secondo mestiere’, al giornalismo, non alla poesia. Nello specifico Luzi torna sull’argomento in diverse occasioni:
«A partire dagli anni Quaranta, dalla pubblicazione cioè delle Occasioni, questa influenza di cui sto parlando non ha, si può dire, avuto bilanciamenti o contrasti e anche per questo assomiglia a ciò che anche in letteratura si definisce ipoteca […] Ma un’ipoteca, appunto, è tutt’altro che eredità e a maggior ragione è differente da una vera trasmissione di sostanza e di intendimenti […] Questo ripiegamento sentito come sconfitta sorda, non conclamata, rispetto alla pienezza umanistica d’altre stagioni richiede un contegno, deve essere lucidamente accettato come un motivo di dignità e come uno strumento possibile di conoscenza».[8]
Parla di ipoteca e non di eredità per la poesia montaliana, e poi nel breve scritto Il calore delle ceneri:
«La dimostrazione materiale della sua classicità […] Eugenio Montale ha visto innalzarsi sul corpo della propria poesia ad opera di Gianfranco Contini e di Rosanna Bettarini, il meglio del meglio cioè in fatto di filologia. Un monumento comunque che anche postumo è elevato a pochi e raramente raggiunge una qualità così raffinata».[9]
Acclarato che le premesse della poesia di Montale siano incise già nella linea della poesia ligure, è indubbio che con lui, la stessa abbia raggiunto una vetta ineguagliata.

 

Nel seminario Montale

L’occasione dello scritto è dovuta alla pubblicazione di tre saggi su Montale, lavori usciti e maturati in tempi deversi, da autori diversi, che hanno suscitato, in chi scrive, riflessioni e domande ancora inevase alle quali questo lavoro tenta, finalmente, di porre rimedio.
Per Andrea Gareffi, nel suo recente Montale antinomico e metafisico[10] (2014), la poesia di Montale è iscritta nell’antinomia, è in questa figura retorica che si fonda il pensiero, non nell’ossimoro su cui si fonda la canzonetta. Uno studio veramente ricco, questo di Gareffi, un pensiero e un’interpretazione che non smarrisce il filo dell’unico libro montaliano e dell’inappartenenza, dopo il volume La casa dei doganieri del 2000 è un ritorno, dell’autore, alla poesia di Montale.
Emerico Giachery ha scritto un saggio importante sul tema fondamentale dell’orto e del muro, Metamorfosi dell’orto e altri scritti montaliani, Roma 1985, benché sia stato a lungo ignorato dalla critica, un primo scritto, poi raccolto in volume, venne molto apprezzato da Montale stesso. Più recentemente il critico romano è tornato a ragionare sul poeta degli ossi con il volume Per Montale,[11] del 2013 (Aracne).
I due studiosi e critici si ritrovano, in maniera più o meno manifesta, nel saggio Seminario Montale.
«Ciò che è stato detto lo si è detto in un seminario. Come indica la parola, un seminario è un luogo e un’occasione per spargere qua e là un seme, un granello di pensiero meditativo che prima o poi, una volta o l’altra, a modo suo, potrà schiudersi e dare frutti», così si esprime Heidegger alla fine della conferenza La struttura onto-teo-logica della metafisica,[12] un filosofo che l’autore di Seminario Montale non tralascia di utilizzare, vediamo con quali frutti.

Fabrizio Patriarca è l’autore di Seminario Montale (Gaffi Editore, Roma, 2011), un saggio di qualche anno fa che orbita attorno al Montale di Satura, alla teoria della critica, e ai poeti montalisti. Soprattutto quest’ultimo tema sembra prevalere nell’ossatura del saggio, cosa resta di Montale nei poeti coevi, sicuramente ben più di quel cinque per cento che indicava lui stesso.
‘Onesto cultore di montalerie’ si potrebbe definire così l’autore che già dall’introduzione imprime una sferzata di prosa distillata e densa a un saggio ricco oltre ogni limite. Patriarca applica alla critica letteraria un lessico e uno stile che derivano dal pensiero-poetante e dagli stilemi filosofici, unione leopardiana del bello e del vero, e di Leopardi è stato il compilatore del fortunato Leopardi e l’invenzione della moda con cui nel 2008 vince il premio Cardarelli.
Non si riduce solo a un dato stilistico dettato da un gusto ma si imprime come forma mentis, come approccio al testo di cui nell’immediato si va ragionando. Da questo dato, per chi sappia scorrere il testo in modo atipico, verticalmente si potrebbe dire, si riconoscono le maestranze con cui l’autore si è formato, da cui ha tratto ‘lo bello stilo’, i vari Benjamin, Wittgenstein, Perniola, Caronia, Giachery, Contini, Heidegger e altri ancora.
Proseguendo con questa analisi atipica, verticale si diceva, si può cogliere una divisione nel testo che comprende quattro saggi, dividerli a coppie per farne un sistema binario del ragionamento.
I primi due Varchi di Satura e Alice nel paese delle montalerie permangono in una gravitazione più prossima al poeta stesso, mentre gli ultimi due «Li due Eugenii»: presenze montaliane in De Signoribus e Magrelli, tra le righe vanno a cercare un riscontro montaliano in altri poeti.
È questo punto del sistema binario stabilito che si concentra in un viluppo essenziale, si percepisce l’idea portante del saggista, il nodo in cui si esplica ‘il guaio dell’autoreferenzialità’ per dirla con l’autore stesso.
In Satura poesia ed ermeneutica procedono di pari passo, il pericolo di cadere nel ‘difetto’ eracliteo dell’oscurità è tutt’altro che irreale, anzi si vela e si dis-vela al lettore come possibilità. Centrandosi su questa raccolta e andando a misurarne gli effetti prodotti in altri poeti si entra nel cuore del ‘problema poesia’, l’influenza e l’autoreferenzialità del poeta stesso, ovvero gli snodi in cui la poesia italiana si muove negli ultimi decenni.
A chi si rivolge il canto della poesia italiana degli ultimi decenni? Con chi il poeta oggi tenta ancora questa relazione fondamentale?
Il poeta ha perso da tempo il ruolo che ha avuto per secoli, fino a D’Annunzio, poi dopo la seconda guerra mondiale le condizioni politico-culturali dell’Italia precipitano proprio negli anni settanta (gli anni di Satura) a una zona grigia di indifferenza.
Ecco la pastoia dell’autoreferenzialità, il ‘mare della soggettività’ di cui parla Bellezza, il rischio in cui si cade, per forza o per necessità, dal momento in cui è perso il pubblico e il fruitore di poesia nell’inutile cicaleccio telecatodico, telegiornalistico, telebestselleristico.
Heideggerianamente il ‘linguaggio è la casa dell’essere’, l’uomo abita il linguaggio e coloro che abitano l’italiano ignorano la massima forma in cui l’italiano si dà.
L’autore si concentra sui poeti montalisti e sulle figure retoriche del poeta, e sottolinea la tendenza all’autoreferenzialità di Satura, in questo modo tocca il satori della critica, momento illuminante che ci dà la formula ermeneutica (in una poesia dagli accenti ermeneutici), il poeta finisce per cantare al ristretto pubblico del ricercatore, dello studioso o del poeta stesso.
Nei primi due saggi l’analisi delle figure retoriche, dei prestiti e dell’intertestualità domina la prosa che non esita a servirsi di strumenti e stili scientifici non propriamente letterari, tipo teoria del caos ed equazioni in cui compaiono radici di numeri negativi, a ricordare come matematica e poesia non siano poi così distanti se si ritrova l’eco pitagorica nel verso settenario e nell’endecasillabo.
L’autore passa a restituirci, nel secondo saggio, tra le molteplici cose anche le figure di un bestiario che arrivano a Montale dal capolavoro di Carroll.
«Inseguire Montale nella voce dei contemporanei»[13] così inizia il saggio sulle presenze montaliane in poeti contemporanei come De Signoribus e Magrelli. Non tralascia nulla, Patriarca, del materiale montaliano, recupera articoli e saggi in cui rivive un Montale critico di Gozzano che ‘abita’ un d’annunzianesimo raggiunto a metà in cui paradigmaticamente si rispecchia Montale stesso; lui sì è riuscito ad aggiungere musica alla poesia, e lo ha fatto molto più di Pascoli e di d’Annunzio.
Si predispone la scena per i poeti montalisti, un banchetto a cui partecipano in molti. Ulteriore preziosità del testo è l’aver sapientemente evitato ogni abusata e stanca definizione di Montale, vedi le varie: ‘poeta del negativo’, ‘del Nobel’, e ‘della vita al cinque per cento’. Un solco sembra si sia creato tra la poesia e l’uomo comune, il lettore, il non addetto ai lavori, tutti coloro che fino a qualche decennio fa erano i fruitori di questa antica, religiosa e inutile arte della poiesis.
Le cose stanno diversamente per il poeta romano Elio Fiore, un poeta montalista in cui c’è meno teoresi e più sentimento, la sua è una metapoesia in cui l’oggetto del poetare è la poesia stessa, i poeti e il rapporto dell’autore con gli stessi. Se la prima raccolta di Fiore Dialoghi per non morire è apertamente ungarettiana, In purissimo azzurro presenta echi luziani.  È chiaro invece chi sia il nume de Il Cappotto di Montale, un lungo dialogo col poeta ma anche il magistero per un ipotetico giovane poeta a cui l’autore si riferisce. L’occasione è dovuta al regalo che la Gina, la nota governante degli ultimi anni di Montale, ha fatto al giovane Elio, l’invito a prendere con sé, e tenere, il cappotto del poeta degli Ossi.

La Gina mi ha chiamato da via Bigli:
‘Lei, che non ha mai chiesto nulla,
ci sono delle cose di Montale, vuole
venire a prendersele, se non si offende’.

Il cappotto è un Aquascutum di Londra,
con fodera scozzese e mi sta a pennello.
Mi proteggerà dai ladroni e dalle volpi,
[…]

Giovane poeta, ti donerei,
se potessi, quello che provavo
nell’animo, quando a Milano
andavo a via Bigli, da Montale
[…]

Ascolta, giovane poeta, anch’io lascio
poco da ardere, ma ho visto l’azzurra luce
di Leopardi. Matto per questo mi hanno preso,
ma visionario significa essere fisso e attento
alla chiamata del mistero dell’Universo,
alla parola che tempra l’alto disegna
svelato del Creato. Ed io sono qui, per questo,
povero e solo, ma nel mio cuore il Verbo dell’Universo,
il canto, non calcolato come di certi nuovi credenti
del mio tempo. Ungaretti, Montale, Sbarbaro,
Bertolucci, Sibilla e Luzi, li ho cercati e mi hanno Riconosciuto.[14] 

Elio Fiore non è tra i poeti scelti da Patriarca ma è innegabile che sia anche lui un ‘montalista’. Saggio notevole Seminario Montale, concede l’occasione di tentare qualche risposta nuova su colui che all’unanimità è considerato il maggior poeta del Novecento; è interessante capire quali siano i motivi che hanno generato questa convinzione nelle istituzioni letterarie e nel semplice fruitore.

 

L’ironia postmoderna

Se si scorge la ricezione di Satura, grazie anche all’opera preziosa di Patriarca, si scopre la stroncatura di Pasolini su Nuovi argomenti, Franco Fortini contesta l’intero ethos della raccolta, Giovanni Raboni, su Paragone, rimprovera al poeta degli Ossi di aver abdicato al tragico dei primi libri. Erano gli anni settanta e, come è stato giustamente detto, si attendevano versi come ordigni. Andrea Zanzotto forgerà meravigliose metafore per spiegare che, in fondo, ciò che si tace, in qualche modo si evoca, e Romano Luperini nella sua Storia di Montale parlerà di “radicalizzazione negativa”.[15]
Studi dal respiro più ampio, come quello di Giachery e di Gareffi, hanno una visione diversa, complessiva ed unitaria dell’opera, non limitandosi alla sola Satura approdano ad altre considerazioni.
La forza di Montale consiste nel poter essere abbracciato con uno sguardo, un numero non elevato di raccolte, il recto e il verso del suo unico libro, ne fanno un ‘oggetto’ di conoscenza e fruizione ideale, sia per lo studente di liceo che per il ricercatore universitario. Parte della sua fortuna (scolastica) può essere giustificata così. Filo conduttore è la poetica del negativo, reiterata formula dei vari ‘non’, percentuali negative, resti scheletrici; un negativo che da ospite diviene quasi tiranno, proprio nel senso politico di colui che elimina gli avversari per detenerne il trono.
Come può il poeta stesso rispondere a questo tiranno che usurpa tutte le sue pagine? Non certo riempendolo di doni (xenia) e offerte, non con le più belle immagini e con le parole più curate.
Montale, non potendo o non volendo affrontare l’agone con il tiranno, (è questa una delle critiche che gli muove Mario Luzi) risponde con l’ironia e il sarcasmo, satura rimanda etimologicamente alla rappresentazione teatrale farsesca; non gli resta che assumere una posa da nichilista cinico (glielo rimprovera anche Pasolini) che rimanda l’evento o il miracolo a una sparuta occasione, nell’improbabile nodo che potrebbe sciogliersi lasciando baluginare un povero sì, da contrapporsi ai tanti no già pronunciati nell’arco di una lunga bufera.
Rimane senza risposta la domanda avanzata da Patriarca «Il montalismo è un diritto o un delitto?», il critico recupera, per rispondere, il lungo saggio di Montale su Gozzano (Gozzano dopo trent’anni) in cui il poeta rintraccia la fortuna critica di Gozzano nel suo dannunzianesimo, o meglio nel suo aver ridotto d’Annunzio al bric-à-brac delle buone cose di pessimo gusto. In parole povere la fortuna critica di Gozzano consiste nell’essere stato un anti dannunziano che ha sedotto i dannunziani. La risposta di Patriarca concede una vertigine, un doppio salto mortale: Montale è il primo dei poeti montalisti perché ha saputo orchestrare la sua imprescindibilità presso i poeti a venire, un po’ come ha fatto d’Annunzio in Italia o Hugo in Francia.
Montale come invenzione di Montale stesso? È possibile, è sicuramente vero.
Tuttavia il suo cinico sarcasmo, l’autoreferenzialità e quella ironia sapientemente edotta, è così affine agli ultimi trenta anni di storia occidentale da essere diventata una koinè, il nostro linguaggio comune, dalla politica alla televisione (e della pubblicità), dalla metafiction alla pop art.
In poche parole la poetica montaliana rientra a pieno nelle tematiche postmoderne, e in particolare della metafiction statunitense le cui tematiche sono; autoreferenzialità, ironia, sarcasmo e cinismo. La cosa potrà stupire, solo ad una prima lettura, negli anni ’60 Montale è il primo recensore[16] del lavoro critico sul Metaromanzo di Mario Perniola[17] (uno studio notevolissimo che purtroppo non è stato più ristampato), il poeta apprezza molto il lavoro del giovane filosofo.
Come ci ha insegnato David Foster Wallace, l’ironia ci tiranneggia, e sembra proprio che il poeta degli Ossi non sappia sfuggire a questa duplice tirannia, del negativo e dell’ironia, ma abbia partecipato alla sua incoronazione.
Se un tempo l’ironia serviva ad abbattere l’ipocrisia e la morale della cultura predominate, ora l’ironia è salita al potere. Tra Satura e un altro libro poetico importante del Novecento, che sia Allegria di naufragi, Diario d’Algeria o Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, c’è la stessa differenza che corre tra Perso nella casa stregata di John Barth e Giro di vite di Henry James, nella nostra letteratura tra Se una notte d’inverno un viaggiatore e Le confessioni di un italiano, se si vuole tra Biancaneve e I Simpson. L’ironia, l’autoreferenzialità e il sarcasmo ci tiranneggiano, è bene ricordarlo, e sono saldamente sedute sul trono.
Un Montale per tutte le occasioni finisce per essere un’occasione mancata. Tuttavia, e indiscutibilmente, questa mancanza rimane un diario di poesia tra i maggiori e più belli della contemporaneità. Per rispondere alla domanda se essere montalisti sia un diritto o un delitto, si può affermare che per il poeta è un diritto sedersi al Caffè le Giubbe rosse, ma è un delitto prendere un caffè al David Letterman Show.

© Emiliano Ventura

 

[1] G. Zampa è il critico che ha curato l’intera opera in versi di Montale.
[2] E. Montale, Sulla poesia, Mondadori, 1997, Milano. G. Zampa è anche il curatore di tutta l’opera poetica del poeta.
[3] È un dramma lirico in cinque atti di Charles Gound, un compositore francese.
[4] Gabinetto Vieusseux è un’istituzione culturale scientifico-letteraria di Firenze, ospitata a Palazzo Strozzi.
[5] P. Gadda Conti, Montale nelle Cinque Terre 1926-1927, “Letteratura” XIV, N.S., gennaio-giugno, 1966, p. 279.
[6] È una ‘corrente’ filosofica che possiamo far iniziare alla fine del ‘800, Nietzsche è uno degli iniziatori. Per Nichilismo si intende la visione filosofica-esistenziale che non si riconosce nei valori tradizionali o di lunga influenza sul pensiero europeo come l’Idealismo, l’antropocentrismo, l’idea di un Dio o di un mondo ultraterreno.
[7] E. Ventura, Piccole inquisizioni su Mario Luzi, L’Erudita, Roma, 2017, p. 38.
[8] M. Luzi, Il dubbio e l’ironia, in Discorso naturale, Garzanti, Milano, 2001, p. 56.
[9] M. Luzi, Il calore delle ceneri, in Discorso naturale, cit., p. 51.
[10] A. Gareffi, Montale antinomico e metafisico, Le Lettere, Firenze, 2014.
[11] E. Giachery, Per Montale, Aracne, Roma, 2013.
[12] M. Heidegger, Identità e differenza, Adelphi, Milano, 2009.
[13] F. Patriarca, Seminario Montale, Gaffi, Roma, 2011, p. 87.
[14] E. Fiore, Il cappotto di Montale, poemetto, All’insegna del Pesce D’Oro, Scheiwiller, Milano, 1996, pp. 9, 15, 37.
[15] Si rimanda la lettura del saggio Varchi di satura in F. Patriarca, Seminario Montale, cit.
[16] E. Montale, Entra in scena il metaromanzo, in “Il Corriere della Sera”, 9 ottobre 1966.
[17] M. Perniola, Il metaromanzo, Silva Editore, Milano, 1966.

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