proSabato: Angelo Pellegrino, da ‘In Transiberiana’

proSabato: Angelo Pellegrino, «La Cina è un paese androgino»

La Cina è un paese androgino, una linea di demarcazione netta tra il maschile e il femminile è difficile per noi notarla. Poi, oggi, tutti in tuta o in divisa, è ancora più arduo. Su uno stesso marciapiede di Pechino ho visto donne che stendono lenzuoli ad asciugare; poco più discoste, altre che riparavano suole di scarpe; nel mezzo, fra i due raggruppamenti, c’era un manipolo di sarti con l’ago in mano. Bisognava avvicinarsi molto per comprenderne il sesso… All’uniformità ossessionante dell’abito si aggiunge che le donne hanno pochissimo seno, quasi invisibile: fortuna che le giovani aiutano con le loro bellissime trecce, nerolucide come le penne dei corvi.
A Shanghai una ragazza in terra in mezzo alla strada si dimenava tra i raggi della sua bicicletta. Era stata investita da poco da un altro ciclista, il qual − lei ancora a terra − si rimette in sella e comincia a volteggiare intorno all’investita, piano, come a studiarla. Poi si ferma, scende, le raddrizza il manubrio distorto e tutto finisce lì, mentre continuano a dirsi qualche parola entrambi con lo stesso tono e volume: quelli normali, comuni. Ma nelle voci, così come nelle azioni, in tutto il comportamento, nelle immagini corporee, gestuali, era difficile distinguere chi dei due fosse il maschio o la femmina.
Tornando alla vecchiaia in Cina, devo aggiungere che ho visto sorridere quelle vecchie in un modo che non ha niente dell’anziano, né del bambino, né dell’adolescente. È un modo che appartiene a un’età che non c’è, un’età nota forse solo in Cina e che noi saremmo portati a definire − a torto − senza età. Le gelataie − sempre vecchie donne − che incontravo per strada sedute o in piedi dietro a una specie di carrozzella-ghiacciaia, sorridevano sempre quando mi accostavo per comprare qualche ghiacciolo (nessun occidentale di solito lo fa − si dice − per motivi d’igiene). Rispondevo anch’io sorridendo come potevo, perché il sorriso è direttamente contagioso e perché erano molto comiche quelle vecchie senza tuta che sembravano per metà cuoche e per metà infermiere.
Alcune donne non più giovani che ho veduto lavorare in cantiere edile mi hanno colpito perché stavano insieme come le nostre donne del Sud al tempo della raccolta delle olive (in una sorta di “comarato” perenne: d’intese, di ammiccamenti, di protezioni che mi sembrava di conoscere da sempre). Quando mi videro intento a osservarle, si fermarono tutte insieme e, appoggiate ai manici delle loro pale o con le cazzuole in mano, mi sorrisero in quello strano modo…
[…] Ho davanti agli occhi i piccoli passi di una vecchia che si trascinava arrancando sui suoi minuscoli piedi quasi tondi su per la Grande Muraglia, il simbolo della Cina degli uomini. Si faceva strada timidissima fra nugoli di cinesi seduti assorti sulla Muraglia a giocare a ramino, aiutata nella sua felicità quasi eroica da una giovane nipote tranquillamente sorridente nelle sue scarpette formato “naturale” (chi glielo avrebbe detto, mentre da piccola le fasciavano stretti stretti i piedini, che un giorno sarebbe salita con essi sulla Grande Muraglia!). E quell’altra vecchietta, felice di poter vedere la luminaria, i fuochi d’artificio, il passeggio, felice di essere in mezzo alla folla di piazza Tian’anmen il giorno dell’anniversario della proclamazione della Repubblica? Ma veniva portata sulla canna. nera come le sue scarpine vergognose, della bicicletta del suo sposo, un agile vecchietto che spingeva con una mano il manubrio, marciando solidamente sui suoi piedi a pianta larga. Quella vecchia guardava la gente con la stessa espressione della grande tartaruga di pietra della Città Proibita, simbolo del tempo, della pazienza del tempo che premia chi sa aspettare.

© Angelo Maria Pellegrino, in In Transiberiana. Con Han, Kidane, Bemnet, Bashir, Milano, La Vita Felice, 2013² (Roma, Stampa Alternativa, 1992).

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