Storia

La fulgida libertà di Goliarda Sapienza e una ricerca lunga dieci anni

Come ricordare una scrittrice amata nel giorno del suo compleanno? E soprattutto: come ricordarla a distanza di quasi dieci anni dall’inizio di un’appassionata ricerca attorno alla sua figura e alla sua opera? Era il 2011 quando iniziò l’impresa dell’indagine dentro e attorno a Goliarda Sapienza: da dopo la lettura de L’arte della gioia regalatomi da un’amica la scoperta portò a La porta è aperta di Giovanna Providenti (Villaggio Maori 2010). Una biografia necessaria, quella, che determinava alcuni contorni del passato familiare nella Catania del fascismo, con un nucleo di genitori non sposati, attivisti anarco-socialisti (Maria Giudice e Giuseppe Sapienza) e fratelli acquisiti, tra la scoperta della musica, del cinema e del teatro narrata in Lettera aperta (Garzanti 1967) e ripresa nei romanzi successivi, anche in quelli postumi; e poi la Roma tra anni cinquanta e sessanta, Positano e il carcere: tanti sono i dettagli e, proprio da questi, emergeva con necessità la volontà di costruire con pazienza il quadro generale e particolare.
Goliarda Sapienza è oggi un’autrice amata in tutto il mondo, con oltre 40 traduzioni del suo più celebre romanzo; è una voce studiata a livello internazionale da molti punti di vista. Molteplici sono le tesi di laurea a lei dedicate e gli studi editi. I lettori su Instagram postano foto di San Berillo (il quartiere catanese dove nacque) e della Piazza a lei dedicata; postano le poesie scritte o parti dai romanzi e taccuini. Iniziative, incontri, monologhi teatrali e pièce vengono messe in scena: sono tributi per celebrare un successo che è arrivato tardi ma che è arrivato, come ricorda Angelo Pellegrino che di lei fu il marito ed è oggi curatore dell’opera omnia.
La sua “fulgida libertà” di pensiero, che dà un titolo a questo intervento, molto difficile da descrivere e rappresentare criticamente, è forse ciò che più coinvolge e mette alla prova chiunque incontri la sua opera: un messaggio audace, per certi versi catartico, in un’epoca come il secondo Novecento in cui la letteratura italiana iniziava a scoprire la voce delle donne, ad interessarsene, a conoscerla.
Secondo una prospettiva legata alla voglia di scovare le voci di autrici meno fortunate degli autori a loro contemporanei, quello che ha mosso la ricerca tuttora in corso è stato quasi da subito un lavoro testuale, conseguito alla posizione più volte espressa da Fabio Michieli sul nostro blog, ossia quella che vuole la “poesia” al centro del discorso letterario dell’autrice (tutti gli interventi a proposito di Ancestrale, La Vita Felice 2013 si possono leggere qui) e che, proprio attorno al 2011, trovava una propria forma. Quel punto di vista sarà anche quello espresso in Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto con Anna Toscano (La Vita Felice 2016 qui) e che darà vita al saggio Una voce intertestuale (ivi 2016 qui), in cui riunivo un’analisi testuale rinnovata delle opere edite. Lì, inoltre, non solo la poesia ma anche il teatro di Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice 2014, di cui Fabio Michieli ha trattato qui) veniva analizzato nell’ottica di un’indagine comparatistica, considerando le produzioni drammaturgiche coeve di Natalia Ginzburg, Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini. Insomma: nel tempo, come accade sempre, le ramificazioni d’indagine si sono rese sempre più necessarie, e si sono evolute quasi da sé a partire dai testi, nella profonda convinzione che − almeno questo secondo me − un autore ci è amico quando non sempre lo comprendiamo.
Come ho avuto l’occasione di affermare l’8 marzo scorso ad Alba Adriatica (TE), grazie all’invito dell’associazione Donne in Alba, la vicenda di Goliarda Sapienza non è chiusa in sé e non è nemmeno legata soltanto a prospettive nate in seno agli Women Studies, ai Gender e Queer Studies, né si lega occasionalmente al sistema del “canone letterario” − in cui pare stia passando finalmente la necessità di inserimento dei suoi testi. Ciò significa che già nel 2016 e da prima appariva vitale − utilizzo un termine forse poco critico, assolutamente militante e vagamente olistico − muoversi secondo direzioni nuove, verso territori inesplorati, per consegnare nel tempo alcune novità che sono emerse a piccoli morsi dalla rilettura dei libri, fuori dalla mole di voci critiche che hanno trattato l’opera, e dalle scoperte che avvenivano facendo ricerca costante. Alcune tra esse sono l’adesione ai Radicali tra anni ottanta e novanta, e il suo rapporto più generale con la politica; i rimandi simbolici a Jean Gabin nel periodo della fine degli anni settanta; accenni al “pre-femminismo” che Sapienza diceva di incarnare. (altro…)

Maurizio Ceccarani, Scrittori e Shoah: Würger vs. Schlink

Berlino – Museo ebraico – Immagine Pixabay

SCRITTORI E SHOAH: WÜRGER VS. SCHLINK

Nel post precedente,* quello del 19 novembre 2018 (scusate il lungo silenzio, cari amici), parlando del libro di Éric Vuillard L’ordine del giorno, abbiamo visto i primi passi del Nazismo. L’Anschluss, l’annessione dell’Austria da parte della Germania, si configura come il primo atto di espansione territoriale, da parte del regime. Per quanto maldestro e male organizzato, provocherà da solo un’ondata di suicidi, nonché rastrellamenti e deportazioni. Da questo vorrei ripartire per segnalare due libri di autori tedeschi che ancora oggi, a più di settant’anni di distanza, sono testimoni di una ferita che non si è mai perfettamente chiusa nella coscienza collettiva tedesca. Di autori tedeschi che hanno trattato la materia del Nazismo gli scaffali sono pieni, e come al solito non possiamo che fare una scelta che implichi eccellenti esclusioni. I libri di cui voglio parlare sono Il lettore di Bernhard Schlink e Stella di Takis Würger. Essi ruotano, da due angolature diverse, attorno alla tragedia del Nazismo e al senso di costernazione e di colpa che ha afflitto i tedeschi, almeno i più coscienti e consapevoli, per alcune generazioni.
Il libro di Schlink è del 1995, tradotto più volte, e portato sullo schermo da Stephen Daldry nel 2008, vede l’ultima sua pubblicazione in Italia per i tipi di Neri Pozza e per la traduzione di Chiara Ujka. Si tratta di un grande classico della letteratura tedesca contemporanea e, anche se in molti ne conoscono la storia, mi permetto di tracciarne un accenno di trama. Michael, un quindicenne affetto da itterizia, viene soccorso, mentre tornava da scuola, da Hanna, una donna di trent’anni. Siamo negli anni cinquanta, nella piccola città di Heidelberg. Una volta guarito, Michael va a ringraziare Hanna per l’aiuto che gli ha dato. Hanna vive in un piccolo e modesto appartamento dove accoglie Michael senza cerimonie e senza inibizioni. Lei è una donna matura ma piacente, ha la pelle chiara e profumata. Michael ne è misteriosamente attratto e vive con lei la sua iniziazione sessuale. I due prendono a vedersi con una certa frequenza e alternano alla passione carnale uno strano rituale: la lettura ad alta voce di brani di romanzi famosi. È Michael a leggere e Hanna sembra tenere molto a questa abitudine, come tiene molto a che Michael vada bene a scuola e recuperi quanto ha perso nella lunga malattia. Il loro amore, fatto di erotismo e letteratura, ha fasi alterne, momenti di pudore, momenti di sfrenata passione, ma sempre intercalati dalle storie più belle della letteratura internazionale, dette da Michael ad alta voce. Ad un certo punto Hanna scompare; dopo un primo smarrimento Michael torna a riprendere la sua vita, studia Giurisprudenza e, passati diversi anni, ritrova la donna al banco degli imputati in uno dei tanti processi celebrati in seguito alla tragedia di Auschwitz: gli Auschwitzprozesse appunto. Hanna è accusata di un crimine tremendo dal quale potrebbe discolparsi se solo ammettesse un suo intimo segreto, ma non lo farà. Verrà condannata all’ergastolo. Molti anni dopo le sarà concessa la libertà per buona condotta. Per tutto questo tempo Michael continuerà a spedirle in carcere cassette registrate con letture prese dai libri preferiti. Nell’ultima parte del libro la prosa si alza di tono, la tensione narrativa si fa più forte e il coinvolgimento del lettore più serrato. Le ultime pagine scuotono le coscienze e alimentano domande a cui è difficile dare una risposta. Hanna accollerà su di sé il senso di colpa di una generazione, si immolerà a espiare un male di cui lei è stata strumento incosciente e le letture, che tanto hanno caratterizzato la sua esistenza, saranno la chiave del suo segreto. La consapevolezza tardiva e la scelta catartica di Hanna pongono la donna sull’altare della redenzione, muovono a compassione, e la rendono partecipe del riscatto morale di una nazione.
Bernhard Schlink, oltre ad essere uno dei più noti scrittori tedeschi contemporanei, è stato, nella vita professionale, giudice e professore di diritto. La vicenda narrata ne Il lettore ha radici biografiche. Anche l’altro libro che desidero suggerire, Stella di Takis Würger (tradotto da Nicoletta Giacon), è ispirato, se pur in modo romanzato, a una storia vera. Würger, giornalista di Der Spiegel, di quarant’anni più giovane di Schlink, affronta la tematica della partecipazione dei tedeschi alla Shoah in modo diverso. La prima parte del libro ci narra l’infanzia e l’adolescenza di Friedrich. Il protagonista vive in una valle della Svizzera che ricorda molto gli ambienti del cartone Heidi. Da piccolo è aggredito al volto da uno sconosciuto con un punteruolo che gli provocherà una grossa cicatrice e l’incapacità di riconoscere i colori. (altro…)

I poeti della domenica #316: Paul Celan, TU GIACI

TU GIACI nel gran tendere l’orecchio,
circondato da arbusti, da fiocchi.

Va’ alla Sprea, vai all’Havel,
va’ ai ganci da macellaio,
ai candelabri rossi per mele da infilare
dalla Svezia –

Giunge la tavola con i doni,
svolta a un Eden –

L’uomo divenne un colabrodo, la donna
dovette nuotare, quella troia,
per sé, per nessuno, per ognuno –

Il Landwehrkanal non scroscerà.

Nulla
——s’incaglia.

 

Paul Celan
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Patrizia Sardisco, eu-nuca

Cambiare prospettiva, accogliere la complessità: eu-nuca di Patrizia Sardisco

La raccolta eu-nuca di Patrizia Sardisco si articola come un vero e proprio poemetto in 30 quadri sulla Grande Vecchia, l’Europa, che ben poco ha in comune con la bellissima fanciulla del mito dal quale il continente trae il suo nome.
Così come nella celebre doppia immagine che può mostrare una donna giovane oppure una vecchia – il mento dell’una è il naso dell’altra, l’orecchio dell’una è l’occhio dell’altra –, l’invito che il titolo formula a chi legge è quello di andare oltre la soglia dell’immediatamente percepibile, di cercare di individuare una angolatura che riveli ciò che non si manifesta palesemente, che non è evidente a tutti, o che, per essere più precisi, non tutti sono disposti a cogliere.
Quel prefisso eu anteposto a nuca, dismessa la parentela con il significato nel greco antico, non sta più a indicare alcunché di benevolo, giacché esso non è che l’acronimo per European Union. La EU è l’Unione Europea che si è messa alle spalle, dietro la nuca dunque, solidarietà, casa comune, accoglienza, e che si è fatta marcescente amministratrice dei no, dei rifiuti e dei rigetti, degli schermi di carta, delle foglie di fico degli accordi su paletti e fogli di via.
La veemenza del j’accuse di Patrizia Sardisco si coniuga efficacemente con un’espressione che fa tesoro di allitterazioni, assonanze, scarti e sostituzioni di lettere, cambio di vocali, prossimità di suono e diversità di significato. Si tratta di una forma poetica matura, nella quale il rischio dell’indulgere nel mero gioco linguistico è ampiamente scongiurato.
Chi scrive ha infatti ben chiara la rotta da seguire e le trenta tappe di questo viaggio tra sbarramenti e tragedie oceaniche, piccolo cabotaggio burocratico e immane morte per mare, sono scandite, si snodano e incidono con dire sorvegliato e lampi frequenti di condensazione espressiva.
La scrittura di Patrizia Sardisco richiede, anzi pretende da chi legge e ascolta una attenzione amplificata, una disponibilità a inoltrarsi lungo il sentiero dei segni, a immergersi in acque di mutevoli temperatura e toni cromatici, ad andare a fondo e a risalire la corrente. Nessuna adesione epidermica, fuggevole e senza impegno; al suo posto, sensi tesi a intercettare gli indizi, sparsi non a caso ma collocati – è proprio il caso di affermarlo – ′ad arte’, per cogliere in ampiezza e profondità il canto (ché di canto si tratta) della voce poetica.
Se altrove vige dunque con il lettore il patto della sospensione dell’incredulità, dinanzi alla poesia di eu-nuca ci troviamo dinanzi alla proposta di un patto di sospensione dell’attitudine alla mera ‘degustazione’ del testo poetico. (altro…)

La serie TV “I Medici II”, senza Poliziano e Machiavelli (di E. Ventura)

La serie TV “I Medici II”, senza Poliziano e Machiavelli

La Rai ha trasmesso, dal 23 ottobre al 13 novembre, la seconda stagione de I Medici, serie tv che racconta l’ascesa al potere dei giovani Lorenzo e Giuliano de’ Medici. Il successo di ascolti ha replicato quello già ottenuto dalla prima stagione. Questo ha fatto sì che si iniziasse a lavorare alla terza stagione fin dal mese di agosto del 2018.
La serie è stata prodotta, in parte, da Rai Fiction, ma è stata ideata e scritta dagli autori statunitensi Frank Spotnitz (X-Files) e Nicholas Meyer (Star Trek, Sommersby, Houdini). La critica non ha lesinato di fare appunti, soprattutto per via di vari errori storici e anacronistici; Philippe Daverio afferma che «non è permesso falsificare la storia». Le esigenze narrative e televisive portano, inevitabilmente, a delle libere interpretazioni dei fatti storici e degli eventi che realmente accaddero. Un filologo non sarà mai d’accordo con un narratore. Trattandosi di fiction è naturale che sia così. Il compito di una serie tv, o di un film, è di intrattenere, non di insegnare, sebbene si possano fare entrambe le cose (certo sentir parlare Lorenzo il Magnifico di democrazia fa un po’ accapponare la pelle), ma questa non è la politica di Netflix, la piattaforma che distribuisce la serie all’estero (non lo è neanche di History, ex History Channell, che produce documentari).
I due autori, Spotnitz e Meyer, si sono formati nei vari MFA (Master of Fine Arts), le scuole di scrittura creativa che si tengono nei campus Universitari statunitensi. Hanno imparato bene l’importanza del diagramma di Freitag, l’arco narrativo, all’interno di un testo di fiction, la forza del plot e la necessità di un subplot. La tecnica di scrittura e di narrativa, per un autore di X-Files o di Star Treck, è naturalmente importante, perché si tratta di creare ex novo, una trama avvincente, ricca di intrighi e personaggi credibili e fascinosi. Ed è esattamente quello che hanno fatto nella serie sulla famiglia di banchieri fiorentini.
Il problema vero, al di là degli anacronismi e delle libertà, è che la materia storica che avevano a disposizione non aveva e non ha bisogno di ‘aggiunte’ di plot, né di intrighi. La storia del potere politico economico dei Medici, è ricca di complotti, ascese al successo e rovinose cadute, circondata dal fascino di personaggi carismatici ed unici come Botticelli, Poliziano, Pico della Mirandola, Ficino o Brunelleschi, per citarne solo alcuni, da non aver bisogno dell’aggiunta di alcunché. (altro…)

A tanta impresa inettissimi. La congiura de’ Pazzi, a cura di Emiliano Ventura

A tanta impresa inettissimi. La congiura de’ Pazzi secondo Angelo Poliziano e Niccolò Machiavelli – a cura di Emiliano Ventura, Collana Damnatio Memoriae, Arbor Sapientiae Editore, Roma 2018

Introduzione

Firenze 26 aprile 1478. Nella cattedrale di Santa Maria del Fiore vengono assaliti Lorenzo de’ Medici, signore della città, e suo fratello minore Giuliano; un attacco estremamente sanguinoso e violento. Giuliano viene ucciso, Lorenzo invece riesce a respingere i colpi degli assalitori e a salvarsi. In città seguono rappresaglie durissime. Vengono impiccati o decapitati quasi tutti i congiurati. La famiglia dei Pazzi viene quasi sterminata, mentre i Medici salvano e ampliano la propria influenza sulla scena politica della penisola italiana. L’evento violento e brutale è rimasto nella storia come La congiura dei Pazzi; sull’esempio di Sallustio è Poliziano a intitolare il suo commento con questa formula che ancora usiamo.
Il termine suggerisce che il complotto di assassinare i fratelli de’ Medici fosse limitato alla famiglia dei Pazzi, che per la nobiltà, le ricchezze e il parentado era considerata una delle famiglie più importanti della città.
Oltre ai Pazzi, furono  coinvolti il pontefice Sisto IV, il re di Napoli Alfonso II, il duca di Urbino Federigo da Montefeltro, l’arcivescovo di Pisa Francesco Salviati, un famoso umanista, un cardinale, un vescovo, qualche capitano e un gran numero di soldati mercenari.
Dopo il fallito tentato omicidio a scapito di Lorenzo, il pontefice e il re di Napoli dichiarano guerra a Lorenzo e Firenze, la guerra dura due anni ma alla fine Lorenzo è ancora a capo dello stato.
Non mancano le narrazioni dell’evento nella storiografia fiorentina. È molto breve il periodo che intercorre tra l’attacco del 26 aprile e le prime opere edite sulla congiura. I fiorentini inventano e creano canzoni e poesie sull’argomento. (altro…)

Wilfried Owen, Il sogno del soldato

Cento anni fa, il 4 novembre 1918: il giorno che segna la fine della Grande Guerra per l’Italia è il giorno della morte del poeta Wilfried Owen sul fronte occidentale, durante l’attraversamento del canale di Sambre-Oise. Lo ricordiamo oggi con i suoi versi di Soldier’s Dream.

 

Il sogno del soldato

Sognai il buon Gesù che ostruiva degli obici i congegni,
E che durevolmente inceppava tutti gli otturatori,
E che con un sorriso deformava Mauser e Colt,
E ogni baionetta arrugginiva con le lacrime Sue.

E non c’erano più bombe, nostre o Loro,
Neanche un forcone, neanche un vecchio schioppo.
Ma Dio fu contrariato, pieni poteri conferì a Michele;
E quando mi svegliai lui aveva visto e provveduto.

 

Soldier’s Dream

I dreamed kind Jesus fouled the big-gun gears,
And caused a permanent stoppage in all bolts,
And buckled with a smile Mausers and Colts,
And rusted every bayonet with His tears.

And there were no more bombs, of ours or Theirs,
Not even an old flint-lock, not even a pikel.
But God was vexed, and gave all power to Michael,
And when I woke he’d seen to our repairs.

 

Wilfred Owen
(traduzione di Anna Maria Curci)

PoEstate Silva #33: Emidio Boccanera, Amore o libertà? (da 1968/Autoritratti)

(Roma, 1936) Il diario dell’amore, il diario del lavoro, il diario del partito, il diario dell’arte. Ci sono tanti diari nel diario di Emidio “Emi” Boccanera, romano classe 1936, nato e cresciuto in una famiglia borghese e , soprattutto, figlio del suo tempo, di quei mitici anni ’60.

La puntata da ascoltare qui: http://bit.ly/2LGL5Yi

RADIO3 SUITE – 1968/Autoritratti
20 racconti di vita dai Diari dell’Archivio di Pieve Santo Stefano

un progetto di Nicola Maranesi
letture di Viola Graziosi e Graziano Piazza
a cura di Laura Palmieri
fotografie di Luigi Burroni
30 aprile / 25 maggio 2018
dal lunedì al venerdì ore 22.30

(informazioni tratte dal sito del programma © RAI)

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L’intera serie qui: http://bit.ly/2LuvIoZ

 

 

PoEstate Silva #24: La Bologna dei fratelli Bertolucci

In occasione dei mondiali che si svolsero in Italia nel 1990 l’Istituto Luce, sotto il patrocinio del Ministero per il Turismo e lo Spettacolo, commissionò a dodici registi del calibro di Mauro Bolognini, Francesco Rosi, Mauro Soldati, Alberto Lattuada, Carlo Lizzani, Mario Monicelli, Michelangelo Antonioni, Ermanno Olmi, Bernardo e Giuseppe Bertolucci, Gillo Pontecorvo, Lina Wertmüller e Franco Zeffirelli, altrettanti corti per raccontare le città che ospitarono le fasi finali dei mondiali. Ne nacque un film collettivo: 12 registi per 12 città.

Giuseppe e Bernardo Bertolucci raccontarono poeticamente la scoperta di Bologna attraverso gli occhi dei bambini.

(dal sito dell’Istituto Luce)

Soumaila Diawara, Sogni di un uomo

Soumaila Diawara, Sogni di un uomo. Raccolta di poesie. Prefazione di Roberta Parravano. Youcanprint, Tricase 2018

 

Il male, una componente naturale?

Dicono che il male
sia una componente naturale
che porti all’equilibrio del tutto.
Insieme al bene.
Sono come il sole e la luna.
Lo Ying e Yang, il cielo e la terra.
In poche parole, in noi tutti,
senza eccezione, il male esiste.
In quanto etichetta di vita
in un mondo accogliente,
ma ostile al contempo,
poiché attizzato da credi e da valori
insensati per l’era che viviamo.
Alimentato da questa società autodistruttiva.
Perciò, prendetene coscienza
ed esagerate nel bene.

Soumaila Diawara al Villaggio Cultura Pentatonic il 15 luglio 2018., in occasione di “Porti diVersi”, incontro organizzato da Libera, Roma IX

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Il Secondo Futurismo, la letteratura e la ceramica d’avanguardia (di Gianfranco Barcella)

L’anguria lirica. Poema futurista, Tullio d’Albisola, 1932 – © dal sito dell’artista

Nei primi decenni del Novecento, Savona era una città molto vivace dal punto di vista culturale e tra il mondo degli imprenditori e quello della cultura, i legami erano molto stretti. Uno dei momenti più fruttuosi di questa comunione d’intenti è stato sicuramente quello legato alla nascita del Futurismo per iniziativa, nel 1909, del poeta e scrittore Filippo Tommaso Martinetti. Il Futurismo, che divenne in breve tempo il movimento artistico di avanguardia di maggior novità, a Savona trovò immediatamente seguaci. L’esaltazione estrema della modernità fece proseliti in ogni campo culturale e coinvolse anche personaggi quali il capitano di lungo corso, Vincenzo Nosenzo, che una volta sbarcato aprì a Zinola (Savona) − era 1927 − uno stabilimento quasi in riva al mare, forse proprio per non discostarsi del tutto dal suo ambiente preferito. L’opificio fu destinato alla produzione di contenitori di latta. Il capitano Nosenzo venne poi a contatto con Marinetti che frequentava ad Albisola, Tullio Mazzotti, pittore e ceramista, ma soprattutto artista a tutto tondo, passato alla storia del Futurismo come Tullio d’Albisola. Ecco nascere dall’estro di Tullio l’idea di un libro, utilizzando fogli di latta, anziché di carta. Il primo volume ad andare in stampa fu Bombardamento di Adrianopoli di Marinetti, trenta pagine formato 220/230. Il peso del volume, illustrato da Tullio d’Albisola, si aggirava sui 600 grammi. Un secondo libro, L’anguria lirica dello stesso Tullio d’Albisola era arricchito da composizioni di Bruno Munari. Entrambi i libri realizzati in lamierino ebbero una tiratura di 200 copie. Oggi sono praticamente introvabili. Per celebrare tale evento culturale è uscito un numero monografico della rivista «Resine», edita da Marco Sabatelli, dedicato al tema: “Futurismo a Savona, Albisola, Altare”. Quello citato è uno degli esempi più significativi dei propositi del Futurismo, denunciati da Marinetti: riformare le lezioni comuni della letteratura, ormai logorata dalla miseria delle idee e dalla stanchezza delle forme, incapace di trovare nuove ragioni di vita ed appagata ormai di sole esercitazioni estenuanti. Marinetti era un buon osservatore di quello che avveniva all’estero, principalmente in Francia e la sua educazione era stata consacrata nell’atmosfera del Simbolismo.

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