Giovanni Fierro, Gorizia on/off (quarta parte)

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Giovanni Fierro, Gorizia on/off (quarta parte)

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*

 

(#31)

La prima sberla l’ha messa a segno con cinque dita
la seconda tecnicamente si chiama manrovescio,
e ha fatto più male, per via dell’anello bello grosso.
Sara ha dieci anni, le piace la matematica e andare
in bicicletta, a settembre inizierà la prima media.
La marea della distrazione copre tutta via Garibaldi,
arriva fino a metà vetrine, si incolla sui muri, lascia
una scia che ha la bava del caldo più estivo.
Sua madre le spiega “la scottatura al polso?, è di
quando ho scolato la pasta”, lei sa che non è vero.
E sa anche che non sono dischi volanti i piatti che
a pranzo si frantumano nello spazio della cucina,
al muro. I suoi occhi hanno il colore di quelli di
suo padre, e lei pensa che è una trappola da cui
non può uscire; contare le sue parole buone è
contare le sue cravatte. E quando vede la madre
in bagno non le crede, “sono qui a farmi bella”.
Sara si conta le dita, si mette le cuffie per ascoltare
i Big Time Rush e sul suo diario segreto, per
difendersi, scrive “la mamma vuole bene al papà”.

*

(#32)

Gorizia oggi è una pelle profumata, tutta da leccare
dove l’Isonzo le passa più vicino, e l’inumidisce.
Trovo su di te il desiderio, la parte bella che mi lascia
inventare il piacere, la tua carne nel suo rossore è
ciliegia, si offre alla bocca e al gusto. Nella tua
primavera mi fai sentire un fiore. Sì, sono un girasole,
mi fai girare la testa. Lo sai, sempre la saliva aiuta
l’abbraccio, il tuo silenzio è la meraviglia che si apre,
assieme alla tua camicia e quest’aria è il polline
che voglio su di te. Gorizia è un’amante, manda
cartoline con su scritto ‘ti aspetto, qui ce n’è di luci’.
Lo so, la gioia la si tiene sempre per le caviglie, e
l’invito che ti faccio è ‘respira su di me’. Ho scelto
la febbre più alta, da dove imparare dalle api
a fare il miele. Prima di finire il nostro tremare
in una bocca contenta. Questo è l’unico modo di
fare il nodo al sole, per non dimenticare il calore.
Di questa paura che perdo altro non so cosa dirti.
Anzi, sì. “Non scendere dai tacchi”.

*

(#33)

“Gorizia non si toglie mai la felicità di dosso, la lascia
stare al sole, a seccarsi, a farsi le pieghe e diventare
una pelle morta” lui le dice. All’incrocio tra via Roma
e via Crispi, in mezzo alla strada fra le macchine,
con le gambe magre, le braccia al cielo, con occhi
e bocca lui impreca verso l’alto, nella sporta di
nylon lo spazzolino e il dentifricio. “Sai, c’è un drago
sputafuoco, esce dalla statua di Cesare Augusto,
è la fiamma della nostra cattiveria, la combustione
di ogni peccato di cui siamo capaci”. Gli succede
solo quando prende la ketamina. Ma oggi fa gli anni,
e lei sa solo la sua carezza e un tulipano bianco. Ora,
nel salotto senza televisione, con la siringa rubata
al padre, quella per nutrire i piccoli cardellini nella
gabbietta sul terrazzo, lui cerca l’inguine, la pelle
chiara e tirata, il centro del mondo, la bocca da
sfamare, si inietta il metadone è lì trova il sollievo.
L’ago nuovo è il regalo di lei per lui, finalmente uno
sterile. Finalmente una pace più pulita.

*

(#34)

Le mie sono parole storte, le tengo assieme con
lo spago, quando mi va bene con la colla, quella
che si fa con acqua e farina. Vorrei fossero pane.
Intanto so che Gorizia è un presepe, a cui manca
sempre la stella cometa, ai re magi è chiesto il
permesso di soggiorno e ogni bambin Gesù sa
dire ‘je dobro’. In corso Verdi sbaglio le farfalle
ma indovino l’aria che le porta via, a Montesanto
sono una rondine senza avere la responsabilità
della primavera, solo il piacere del volo. In piazza
a San Rocco la mia paura non è adesso, e non sarà
negli occhi fino alla prossima volta. Cosa posso dirti,
pur nel piacere Gorizia è seme sprecato, è libertà
spinta, trova la carne, foglia per foglia, petalo per
petalo, labbro per labbro, del pube della storia.
Ma è solo qui, nella penombra che costruisco piano
piano, nel ventre dietro il riparo che non ho, seduto
sui gradini della salita al castello, che posso dirmi
“non so bere ma bevo, non so amare ma amo”

*

 

(#35)

Elena Bisiach si chiede se Gorizia è solo un saluto
appena, la trasparenza di dove si sta, la cartolina
che si dimentica di spedire. La vestaglia con le
margherite le copre ogni desiderio, si ferisce alle
ginocchia come i girasoli, quando fissano il sole e
non guardano dove camminano. Ha in testa la
tromba d’aria di domenica, gli alberi sradicati, i
loro corpi tolti alla terra e consegnati alla caduta.
Ha il caffè caldo nella tazza, la finestra aperta su
ogni possibilità di fuga da via Garzarolli. Può
continuare senza la promessa del polline, senza
il formicolio del piacere? Una risposta trova la
punta del suo capire. Si avvicina alla finestra, a
piedi nudi fa il primo passo dentro il silenzio, lo
riconosce più profondo di ieri. Qui, si dice, non
c’è nessuna voce da cui esca una parola bella.
Sa solo che anche il suo Marco ha la stessa forza
di questa città, pretende da lei che sia come la
Madonna: al suo cuore prima chiede i miracoli,
poi gli impone di rimanere vergine.

*

(#36)

“Fai bei sogni” ti dico, è la carezza che ti auguro
per trovare la nanna più dolce. È la buonanotte
a cui ti invito, anche se è pomeriggio. Sono belle
le panchine dei giardini pubblici e del parco della
Rimembranza, sanno accogliere e non giudicano,
fanno tirare il fiato e danno il riposo. Diventano
la mano offerta, la tana, l’acqua fresca, il nido,
la sedia, il tempo sospeso, la parola pace. Per tutti.
Sì, ci si può anche dormire sopra, per immaginare
in un altro modo la città. Me lo insegnano Anwar,
Ashraf e Fahim, “il sonno qui è più dolce, da qui
il confine diventa sempre frontiera, è farfalla e
dialogo”. Così la saggezza è abbandonare i sogni
ad occhi aperti, non hanno forza né praticabilità.
Di questa bellezza cosa può fare paura? Il suo
fascino che profuma di libera scelta? Ma il sindaco
Ziberna ha le idee chiare, al dormire sulle panchine
vuole mettere il divieto, chiudere il respiro del
creare della mente quando arriva il sonno, con una
ammenda in euro da sborsare. Care creature,
questo proprio non lo voglio imparare, anche qui
a Gorizia, con il nuovo sindaco, nulla è cambiato:
per sognare bisogna pagare una multa.

*

(#37)

Oggi mi arrendo. Non trovo le parole che stanno
in piedi da sole. Come Gorizia non sono capace
di nascondermi dietro il frinire delle cicale; ogni
respiro è una frattura scomposta all’altezza dello
sterno. Scelgo la bandiera bianca, l’unica che mi
piace e comprendo. Camminare lungo via Italico
Brass è fare dei passi dentro il vuoto. Ho paura.
E adesso, con un nuovo assessore alla cultura
sottufficiale dell’esercito, il progetto per questa
città sarà “La Cultura dice Signorsì?”. Sì, ho paura.
Per me la parola di oggi è ‘fragilità’. Dentro ci trovo
Mark Lanegan che canta “Love will tear us apart”
dei Joy Division, la foto di Adele che sorride ai
dinosuari finti di Budapest, le poesie di Raymond
Carver, una promessa piegata bene e tre matite.
E poi mi rimane il desiderio di te, la mia piccola
intimità politica. Così ti dico “trova la ferma
penombra, le dita fanno quello che sanno, anche
in bocca. Poi è delle labbra la saliva e la presa.
Niente di più. Ogni desiderio si fa vedere, stringe
al piacere, il suo nettare ruba al miele il dolce.”
Te lo confesso, la mia gioia è una rabbia bonificata.

*

(#38)

Ho visto Giulio Sartori respirare in bilico su di due
lacrime, e con le labbra strette dire “dall’infanzia
si esce solo con una capriola, e non sempre ne
sono capace”. Non gli basta più il padre nostro per
tenere assieme lo stipendio, le carezze di lei e un
rametto di buona fortuna. “Ci vuole una fionda
per tirare il mio cuore vicino ai suoi baci”. Eppure
ha il talento del sorriso, sa pescare le trote e di
cinque dita riesce a fare una forte stretta di mano.
Sulla tovaglia raccoglie il pane che rimane, quello
che avanza, che non conosce il morso della fame.
Lo porta ai giardini, a dare da mangiare ai colombi,
ai merli e ai passeri, lo aspettano. È l’unico modo
per fare dei suoi pensieri briciole. “Vedi, nel cielo
di cui ognuno di noi è fatto, non basta portarci i
gabbiani, bisogna metterci il volo”. E aggiunge la
sua prima perdonata pace: “la favola è ogni festa
che si inceppa; preferisco credere alla febbre, che
mi riempie la testa del suo calore”. Ancora non lo
sa, ma è questa la sua manutenzione dell’amore.

*

(#39)

Sto bene quando mi penso una piccola cosa, ma
con il compito di esserlo fino in fondo, e che ho
smesso di vivere la paura perché ero stanco di
averne, non perché ho trovato il coraggio. Lo stare
bene lo imparo dalle parole che hanno dentro di sé
il silenzio: bosco, attesa, promessa, labbra, fiducia.
Di loro voglio essere complice. E anche se penso che
Gorizia è un’alba eterna, si apre ogni volta, è un
abbraccio che non si sa. E poi sto bene se mi immagino
Paolo Nanut, seduto sulla scritta “Tito”, fatta con le
pietre sul monte Sabotino, e dice “da qui si vede
ancora la Jugoslavia”; e se riesco con un pallone a
fare dieci palleggi, con la stessa fatica di quando con
il calcio mi guadagnavo da vivere. E di più ancora
quando ti vedo camminare, eh sì, le gambe delle
donne continuano ad essere il compasso con cui
si misura il mondo, e con i tacchi alti sono ancora
più precise. Sto bene quando Alberto si spoglia, e
non rimane mai nudo, “perché io credo nella
trasparenza” mi spiega. Ma forse, posso stare bene
solo perché in vita mia l’unica cosa che ho capito,
l’ho capita quando per mettere assieme uno
stipendio pulivo i cessi, e avevo la sensazione di
sapere finalmente e perfettamente qual era il
centro esatto su cui si sedeva il mondo.

*

(#40)

In questa afa Gorizia si morde in un respiro lento
e faticoso, dietro le finestre chiuse, davanti ai
ventilatori accesi. “Il lavoro di una vita non è
lasciare un ricordo, ma una melodia; è riuscire a
fare il bianco dei fiori del ciliegio, le labbra di una
carezza, perché la felicità è un bastone messo tra
i raggi di una ruota”, Stefano Guidi tiene stretta a
sé la prima impressione del giorno. A quarant’anni
non riesce ancora ad uscire dall’ombra di suo
padre, dalle sue parole che sono state il nero dell’
orco e il rifiuto che stringe al collo. Ancora e di più.
Ogni giorno si ferma in piazza Sant’Antonio e aspetta
che atterri l’aeroplano di carta di ogni bel pensiero
che aveva nei sogni dell’infanzia, lanciato in volo
di nascosto, con le braghette corte e i sandali blu.
Della mamma non dice nulla, il silenzio che ha
negli occhi basta a contarle gli abbracci. Altro non
sa. Si porta in giro su gambe che conoscono il passo
incerto del primo pianto, di quando si fa l’esordio
nel mondo. Poi il suo è un raccogliere rametti di
albero per un nido che ancora non sa fare. Nella
tasca del suo coraggio ha sempre un unico pensiero,
“di mio padre mi sono accorto che aveva un cuore
solo quando gli ha preso l’infarto”.

*

© Giovanni Fierro

 

 

 

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