Giovanni Fierro, Gorizia On/Off (parte seconda)

fonte google (fotografo non citato)

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Un paio di mesi fa pubblicammo le prime dieci poesie di “Gorizia on/off” di Giovanni Fierro, introdotte da una mia breve nota. Giovanni ha proseguito la serie, continuando il suo viaggio tra i tetti, le strade, le memorie, i dolori, gli abbracci; il suo viaggio tra e con la gente di Gorizia. Con grande piacere pubblichiamo oggi la seconda serie di on/off che va dalla 11 alla 20. Grazie a Giovanni e a chi leggerà. (Gianni Montieri)

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(#11)

Con la gonna alle ginocchia, il pensiero che
a Nova Gorica curano meglio le unghie, e che
credere alla felicità è scorciatoia dei deboli,
Daniela Ferri la prima sciocchezza la mette
in borsetta, per non farla vedere a sua figlia.
La seconda, appena arrivata nel bagno del bar,
la nasconde fra le rime dei suoi capelli.
La terza sciocchezza, invece, deve rincorrerla, per
poi afferrarla al volo e farla stare nella mano.
Lo sa, il suo stare da sola è il silenzio che funziona.
E oggi funziona. Per oggi sa solo questo, tre è il numero
perfetto. Soprattutto per le sciocchezze.
E anche per quello che Sandro Abrami, di nascosto da tutti
ieri in macchina nel parcheggio della stazione, le ha detto:
“Quanta fatica per capirci, tu mi prometti Il tuo profumo,
io ti chiedo il tuo odore”.

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(#12)

Di questa promessa di neve è rimasta
solo una manciata di sale grosso sui marciapiedi,
un turbinio di vento che non si stanca
e tu che mi dici “Giovanni, credi a questa luce
che adesso si apre ad ogni sguardo buono,
e non finisce in piazza Vittoria”, lo so.
Gorizia è il silenzio che non si vuole più,
quello in cui ci si inciampa, anche questo lo so.
Il tunnel della Galleria Bombi è dove il vento
si mostra più fragile. Ma a chi lo dico? A Lucia? A te?
Con un bicchiere di vino bianco, il bavero alzato
gli occhi azzurri che fanno il girotondo, Marco Stacul
mi racconta “Stai attento, le persone sono come
le nuvole, non ne ho mai vista una avere la forma
di una tartaruga felice”.

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(#13)

Il fiume Isonzo sfiora e accarezza Gorizia,
il suo andare di acqua cerca il morbido
della pelle di questa città, che conta le sue grondaie.
È una vicinanza che ancora non si misura,
due corpi si riconoscono nell’abbraccio
vero? e rimangono le voci, penso.
Andrea Santino si toglie le scarpe, si siede
sul divano in silenzio, e pensa a Cecilia Skarabot,
alla sua collana, alla sua borsa marrone,
alle sue labbra che si ammorbidiscono
quando dicono “ma certo, sono qui”.
Le campane di San Rocco rintoccano le sei,
e lui si ricorda di suo figlio, “papà, lo so
con lo spago si possono legare assieme le cose,
ma io sono solo capace di fare dei nodi”.

*

(#14)

Agata Polverieri i suoi trentanove anni li tiene
stretti alla melodia di “Agnese dolce Agnese”
di Ivan Graziani, le piace chiedere per favore,
ha un segno di sangue nell’occhio destro
ed è convinta che l’unica cosa che funziona
in questa città è lo spazio verde di via Lantieri,
dove i cani corrono, saltano e fanno i loro bisogni.
Sotto l’ombrello è nel giorno di una pozzanghera,
sopra lo specchiarsi di una fortuna che rimanda
da tempo. Vuole rimanere lontana dalla paura,
sul retro di uno scontrino del bancomat ha scritto
al suo amico Dante Dri, alcune parole piccole
a biro nera: “la conta degli abbracci inizia presto,
con il primo abbraccio che desideri, vuoi e sogni,
e che poi rimane da qualche altra parte,
in una attesa che non conosci, impigliato”.

*

(#15)

Questo giovedì mattina tutto è rinviato,
i voli dei colombi in piazza Vittoria, il primo
buongiorno che si sente in via Montesanto
il primo caffè ordinato al banco del bar Ali.
Tutto è più lento, ci si muove appena.
Gorizia è questa laguna di promesse, infedeltà,
sigarette comprate in Slovenia e grattaevinci.
Qui non ci si sposta mai di onda, solo di marea.
Ricordo l’immagine scritta da Paolo Catta,
‘ombre urbane di tacchini in fuga’, è un libera tutti.
Cosa posso aggiungere. A volte mi sento proprio
come questa città, se sono stato amore
è perché ho sprecato amore.

*

(#16)

Più del sole che accende le vetrine del bar Garibaldi,
in questa ora spogliata di silenzio e pomeriggio
la gioia è nelle gambe di Cinzia Rusconi.
È nel come le distende, le accavalla, le porta
in giro, le fa camminare sotto la gonna.
È il suo gioco di adesso, alla caviglia di ogni profumo
che desidera, alla febbre del suo fragile piacere,
all’arreso tremare di ginocchia, alla bocca
delle sue carezze soddisfatte. Anche lì.
Si dice “la bellezza è una fortuna di lingue, e non
mi importa più se la felicità la tengo storta o diritta.
Non voglio assomigliare a mia madre”. Un po’ di pelle.
A febbraio gli amanti si fanno male prima delle ventidue,
non conoscono la disciplina della speranza.
E aggiunge “stasera mi metto le calze con la riga”.
Il respiro le toglie lo sguardo da ogni veleno,
conta ogni petalo del suo “mi viene da piangere”.

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(#17)

Il volo basso delle cornacchie tiene su il mio cielo,
le finestre delle case di via Giustiniani e il rosso
dei semafori, quando fermano il traffico.
Mi sono tolto la ciste all’orecchio sinistro, i quattro
punti di sutura mi fanno stare i pensieri fermi, finalmente.
La mia carta d’identità. Nome: Pierluigi, Cognome: Braini.
Segni particolari: vorrei fare una treccia con le parole
addio, salve, dita, memoria, pastasciutta, sole e dio.
Spengo la televisione, mi siedo sul divano, sto nel buio
piego il mio torace verso le briciole di questo febbraio.
Ma è più semplice una tenerezza o la fame?
Non ti chiamo. Non chiamo nessuno. Aspetto che arrivi
l’ora giusta, quando inizio ad essere stanco, il sonno.
Prima di addormentarmi, del formicaio del mio cuore,
riconosco ogni formica, e ne manca sempre una.

*

(#18)

“Di questo nuovo sole riesco a farne un silenzio,
la parte che mi manca e che nascondo. Adesso”.
Serena Cumin ha occhi che lasciano impronte di infanzia
sulle pupille, le sue dita sanno accarezzare la pelle
dopo la pioggia, e ha le parole indovinate quando devono
dire la gioia. È seduta ai giardini pubblici di fronte
alla fontana, con la spesa, il giornale e i bollettini da pagare.
Dei coriandoli lanciati in aria a carnevale, ricorda
la loro sospensione, prima che il volo diventi caduta.
“Voglio rimanere lì, in quell’attimo dove tutto può succedere”,
com’era bello vestirsi da girasole. Sì, quando la testa gira
e le stelle filanti sono più vicine della luna. E per lei
tutto questo è prima di non ritornare a casa, di lasciare
le finestre aperte, il ragù da scongelare, i letti sfatti
e su un foglio di carta scrivere, per cento volte,
“la vita la si attraversa a morsi”.

*

(#19)

Danilo Medeot oggi alle slot machine del bar
di Sant’Anna ha già perso duecentocinquanta euro.
Sono le dieci e trenta di mattina. Oltre la vetrina
vede le macchine passare, nel tempo acceso
che porta al prossimo sole. In tasca ha ancora
due sigarette, il cellulare giallo, il foglietto con
il numero di telefono dell’ufficio dell’Ater.
Prima dell’ultimo sorso, si siede al banco, e giura
che lo sa, sì, lo sa che “Gorizia ha una gamba più
corta dell’altra, zoppica senza poterci fare niente.
E arriva sempre tardi all’appuntamento”.
Poi si ricorda dell’altro giorno, di quando le nubi
coprivano i monti a nord della città, e suo figlio
Francesco di quattro anni gli ha detto “papà,
guarda il monte Sabotino, ha la testa fra le nuvole”.

*

(#20)

La prima margherita è adesso nel giardino,
la seconda margherita mi aspetta in macchina,
la terza margherita sa che ho un fiore sbagliato.
Mi piacciono i Jesus and Mary Chain quando
cantano “Just like honey”, sì, ‘proprio come il miele’.
Mi piace bere la birra in lattina nei parcheggi
dei supermercati, dopo aver fatto la spesa.
Mi piace Gorizia, perché ha veleno quando
aspetta la fioritura dei ciliegi, nei loro petali.
In via Giustiniani ho lasciato una promessa che non
posso mantenere, e una bicicletta. Sono ancora lì.
Di Anna Lorenzon mi piace come indossa le gonne,
guarda i seni e i volti fotografati da Roberto Kusterle,
la sua bocca che disegna il nervo dei baci in primavera.
Sono un uomo fortunato, già da bambino
sapevo che, se mi toccavo, non facevo peccato.

*

© Giovanni Fierro

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