Maria Borio, poesie da ‘L’altro limite’

Soppesi la mia vocazione,
non esagero,
poi parli dei passi più veri,
non ci credo.

Così vale adesso la conta
di gradi e virtù,
come mi hai chiesto
e ancora chiedi

chi siamo,
cose di vento,
cose che chiamano.

*

“trasparente
se la verifichi, ma tutt’altro che una serena esplorazione”

Quale direzione trattengono le cose,
quale semplice pretesa?
Il bisogno di uscita, l’intercapedine
che non ci isola.
La mia protezione è lontana
e solo umana, come il corpo
di una mente o una voce.
E lo spazio dove tutti valgono
il peso del giorno e nemmeno
si inanella di occhi. Di scatto
alcuni riconoscono che è possibile
anche il vuoto, altri si riprendono
dopo averlo colmato.
Ma il tuo nome è arrivato
sopra a un nulla, ha lasciato
con la luce la via.
Poi lo spazio si è preso
tutte le cose come mie e tue,
come le stringevi allora
in un balzo, nell’aria.

*

Vecchie famiglie − innegabile
che esistano personaggi
come in una tela di Cranach
simile alla mente con i gangli,
le curve. La donna di fronte
ha occhiali grandi, l’uomo
a fianco si chiude, il controllore
scorre in una vita diversa,
passa le dita sulla parete
del cellulare dove scivolano
personaggi tra immagine
e immagine. Le ore sono
tutti voi: entrate, uscite
da una fonte in una nudità
interiore come nel lago dolce
di Cranach per la giovinezza
staccando fili d’erba e molecole.
Cosa stai pensando quando
tra noi e loro minuscoli personaggi
si creano, si staccano?
Vecchie famiglie − quanti siamo
quanti pixel nell’aria, miniature
sul limite.

*

Mi sembra strano in questo giorno
quasi alla fine della settimana
mettersi a guardare
le cose e il mondo,
le cose che potrebbero essere diverse
dal mondo e il mondo
che potrebbe esistere anche senza le cose.
Le cose − è stato detto − parola imperfetta,
male educata perfino quando dice
né questo né quello
né alto né basso − e il mondo che è
questo quello alto basso.
Le cose e il mondo dovrebbero dare
lo stesso − perché una poesia identifica
e unisce, quando deve parlare
delle cose e del mondo
se deve parlare.

Ho vissuto il mondo nella sfera −
le foglie diventano alberi,
le pietre case, la stoffa protegge,
la pioggia non bagna sempre allo stesso modo.
E se le cose prendono nome
all’improvviso la linfa esiste platano,
l’arenaria condominio,
il lino ritorto è la giacca,
le gocce enormi che macchiano il catrame
arrivano prima di un temporale forte ma breve.

*

Sembra quasi che tu non abbia vissuto
tutti gli anni sconnessi
dopo la rivoluzione, o l’ipocrisia
ingenua di invecchiare
− forse questa gabbia,
la sicurezza, o un pezzo
di vita come carne comprata.
Se sapessi quale filo invisibile,
quale corda tesa e bugiarda…
anch’io sotto l’alluvione
sotto al peso incalcolabile?
anch’io vorrei smettere di dirmi
io.

© Maria Borio, in L’altro limite, Milano, LietoColle, collana gialla Pordenonelegge.it, 2017

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