Giovanni Fierro, Gorizia On/Off

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(#1)

Gorizia oggi si divide in due parti.
Una si avvita e l’altra si rompe.
Via Carducci, come sempre, si apre
alla sete, si mostra nelle sue vene
riceve l’aria di questa luce finita
che si muove dietro alle macchine.
Un po’ perché non sa dove andare,
un po’ per volere bene.

 

(#2)

Nella camera al primo piano di via Rastello,
tolta anche la canottiera, l’uomo con la ciste
all’orecchio apre l’armadio.
Vede che di lei è rimasto il golfino che ha indossato
lo scorso sabato a Lockve.
Così, lui pronuncia la stessa domanda
con cui si è svegliato, stamattina.
È la primavera che tradisce le rondini
quando non rimane?

 

(#3)

Finito il lavoro socialmente utile,
lasciato il cane alla suocera,
smesso di dire che Gorizia era più pulita
quando era austriaca,
Marco Hlede si ripete ancora
che adesso in piazza Vittoria
a cercare il vento è il momento giusto
per le direzioni più belle, i giri e i voli
le spinte fino al lontano, per lanciare in alto
le farfalle. E guardare il cielo per quello che è.

 

(#4)

Oggi la luce su Gorizia è un nodo
che non si scioglie, le foglie in corso Italia
sono un salto finito, dai rami degli alberi.
Uscito dal tabacchino vicino all’incrocio,
con la cintura troppo stretta
alla vita, Michele Bensa si ferma
e si dice: “Mi fido delle sigarette,
quando il fumo che butto fuori
mi fa vedere il mio respiro, esatto.
È una verità. E fumare è l’unica cosa
che riesco a fare meglio di mio fratello”.

(#5)

Ai giardini pubblici il freddo dell’aria
appoggia la sua parte sbagliata
sulle gemme degli alberi
spuntate fuori stagione, nell’inganno
del sole caldo.
Sotto i rami bassi i merli sono
i ciuffetti neri con una virgola di giallo,
saltano sulle foglie e sull’erba corta.
Ognuno di loro indossa la notte
di una primavera rinviata, di un silenzio.
Con il cibo dell’istinto
io mi accorgo di quanto assomiglio
a loro; dal mio buio riesco a mettere fuori
solo il becco.

 

(#6)

Ada Beltrame con i capelli raccolti sulla nuca
pensa alla pesca dei cigni alla fiera di Sant’Andrea,
si domanda se vivere è il morso di piadina
salsiccia, peperoni e cipolla che prima ha dato,
e si racconta che sui san pietrini di corso Italia
ha già perso un tacco della scarpa. “Fosse stato così
semplice”, si dice, “perdere l’amore che mi tradiva”.
Con lo sguardo nota la finestra aperta sopra la libreria Ubik.
E si accorge che da lì non c’è niente che ne esca,
“come da ogni desiderio che conosco”, aggiunge.

 

(#7)

Adesso l’aria è questo tempo accartocciato
che si toglie piano piano, da ogni viso.
Luigina Sacco ha visto la foto di Adriano Re,
quella dopo il suo intervento al torace,
quella dove il suo petto è cucito,
di quando la massa di carne cresciuta nel cuore
era grossa come una noce, e lui poteva morire.
E Luigina quella foto se la ricorda ora,
al mercato coperto, fra le zucchine e l’insalata.
E dice alla sua amica Franca:
“vedi, Adriano Re è speciale, al suo cuore
ne hanno dovuto tagliare un pezzo.
Ne aveva troppo”.

 

(#8)

-Ci riproviamo?
-Sì
(le foglie dell’albero vicino sono piccole e stanno ferme)
-Guardami negli occhi
-Non ce la faccio, lo sai
-Andremo nell’appartamento di via Carducci
-È piccolo, ma può bastare
-Devi portare con te solo un po’ di fortuna
-Non ne sono sicura, e se sbaglio?
(le foglie dell’albero vicino coprono il silenzio attorno)
-Ce la facciamo per Natale, ho già preparato tutto
-Negli scatoloni immagino
-Non ci sarà la televisione
-Non importa, basta la radio
-Sulla porta ho messo la stella cometa
-Se vuoi porto le statuine del presepe
(le foglie dell’albero vicino si tolgono dal tempo che è finito)
-Cambierà tutto, vedrai
-Se lo dici tu
-Ci riproviamo?
-Sì
-Ma tu senza paura
-E tu senza alcool

 

(#9)

Di mattina a Gorizia la fiducia è un mazzo di gigli
che perde i suoi petali, si staccano e cadono
di nascosto sul tavolo in cucina.
Daniele Corvino esce di casa, guarda l’aria
ferma su via Cipriani, stringe nella mano le
chiavi dell’auto e in bocca con un morso stretto
non lascia scappare il sorriso dalla sua barba.
Si ripete “Mi piace pensare al freddo, perché
ci fa stare più stretti”, ma poi sul marciapiede
rotto si inciampa, e allora si ricorda di altro:
“Non dirmi mai più che ho ancora le dita
di un bambino, e che so contare solo fino a dieci”.

 

(#10)

Le altalene di Gorizia sono la sorpresa che ti libera
dalla terra, da ogni nodo che ti stringe al cuore.
L’altalena del parco della Rimembranza ti porta
fino al dentro della parola ‘abbraccio’, tra le sue foglie
e i suoi rami e lì ti lascia, con le scarpe slacciate;
quella dei Giardini Pubblici arriva sull’orlo
del dire ‘mi ricordo di te’, e poi non torna più indietro,
contenta di conoscere una promessa.
Tra le case di S. Anna l’altalena è la spinta che ti porta sopra
la fontanella d’acqua fresca, dove inizia la primavera
assieme al volo delle rondini sopra il volo del pensare il ‘perdonami’.
Con la pelle fresca della sua età da venire, Alessia Braidot
tutto questo lo sa molto bene, e non vuole più crescere.

*

© Giovanni Fierro

*

Sono molto felice di pubblicare oggi queste dieci poesie nuove di Giovanni Fierro. Le poesie fanno parte di una serie che il poeta goriziano sta scrivendo in presa diretta, settimana dopo settimana. Sono poesie di cui mi sono perdutamente innamorato e per questo ho chiesto a Giovanni di regalarmele, anzi di prestarmele. Avrei potuto fare a Giovanni qualche domanda e chiedergli quale sia stata la scintilla che ha fatto scattare il progetto, perché di progetto si tratta; ma poi ho lasciato perdere, e ho deciso di scrivere qui quello che queste bellissime poesie mi hanno fatto immaginare, ciò che mi hanno fatto ricordare.

Sono poesie di volti e luoghi, ma non poesie che raccontano il luogo, sono poesie che lo attraversano. Giovanni scrive dei versi che sono essi stessi il luogo; Gorizia non è il titolo, non è l’argomento, è il testo stesso. On/Off – acceso/spento – luce/buio – solitudine/compagnia – parole/silenzi – rettilineo/curva; e poi un lungo respiro, un soffio d’aria continuo che insieme a Giovanni Fierro spira tra le strade di Gorizia, tra le case, i bar e le persone, dagli ospedali alle case di cura.

Gorizia è un luogo che amo particolarmente, così come amo tutto il Friuli, mi affascinano le persone di quelle terre, il loro modo di guardarti negli occhi, di parlare piano, ma di parlarti a lungo e di raccontarti. Chi abita quelle terre ha una storia che non ha paura di raccontarti, magari davanti a un bicchiere di vino. Chi abita o ha abitato quelle terre è nei versi di Giovanni Fierro, è luminoso come i suoi versi, ha un buon sapore, ha bei nomi da imparare a memoria.  Sono poesie queste che paiono venire da molto lontano ma che aprono al futuro, sono sostanziose e piene di speranza. Leggerle è molto più che fare una passeggiata per Gorizia, leggere significa avere voglia di abitarci almeno per un po’, di prendere la macchina e andare fino a Grado e ritornare indietro la sera. Leggerle fa venire voglia di abbracciare qualcuno. O fare avanti e indietro su quell’altalena che sta dentro i Giardini Pubblici, che è la sorpresa che ti libera / dalla terra.

© Gianni Montieri

6 comments

  1. È verissimo, poesie che innamorano che sanno riportare in vita frammenti capaci d’infondere maggiormente la percezione del vivere, tolti all’anestesia di un reale che a confronto sbiadisce, rimane appiattito su un fondale di poco. Qui c’è uno splendore che trafigge. Grazie a Giovanni Fierro e grazie Gianni (bella la tua nota).

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