Giovanni Fierro, Gorizia on/off (parte terza)

Giovanni Fierro, Gorizia on/off (parte terza)

*

(#21)

Oggi la primavera è il giallo acceso del semaforo in via
Duca d’Aosta, esce dalla mappa della città e dai sogni.
“Bisogna credere alle parole pronunciate, quando
incontrano il silenzio, lo riconoscono e sanno chiudere
gli occhi”, si è così. Anche per te. Anche quando è finita.
Sonia Devetak ha lentiggini che volano con il pudore
del polline, dice spesso “si, va bene”, pensa a sua sorella
come si pensa ad una speranza, le piace il girovita che ha
e il profumo della sua pelle prima del sonno.
Sa bene che vorrebbe dire a Marco: “Assomigli al cielo,
che non è fatto per essere raggiunto, ma solo per
essere guardato”. Fa un passo, due, si ferma di fronte
a ‘Sellingmylife’, e nella vetrina vede riflesse le sue parole
dette all’amica Barbara, la notte della festa di matura:
“Lo sai, io ho tre cuori. Uno è per mia mamma, uno ha
una piega dietro le scapole, e il terzo lo butto via,
prima che qualcuno me lo rovini”.

*

(#22)

La luce si spinge dal sole che arriva da
Šempeter, l’aria è prima fresca poi si scalda
e poi sta in via Vittorio Veneto sulla pelle
delle mani e del viso di Giacomo Sputnik,
che cammina lento. Le finestre si aprono,
la signora Irma attraversa la strada, il vigile
si mette il dito nel naso. “Cosa sono di me”
e tiene stretta la borsa di nylon con le
le sei birre da mezzo. Le conta a mente.
Si guarda il braccio fasciato, gli occhiali sono
da cambiare, la barba è rasata e pulita.
“Vivere è innescare scintille, con l’attrito fra
il proprio corpo e ogni senso di colpa”, lui giura.
E sa bene la sua verità, “ogni mattina il giorno
inizia con una perdita, è il calore che rimane
nel calco del mio corpo, quello che lascio sulle
lenzuola, nel letto sfatto e nascosto dietro la
porta chiusa della mia camera”.

*

(#23)

Gorizia non finisce mai, si inciampa,
va a sbattere contro i muri, il silenzio che
produce fa il suo giro, anche dentro il cortile
della mia infanzia, nel dialetto in cui sto.
Conosco bene Ilaria Kustrin, con le sue mani
e le sue dita è capace solo di farsi il segno
della croce e pulire il piatto quando ha finito
la jota. Adesso è qui con me, a lei posso dire
che ad amarti sono capace solo se ti dico
“te voio ben”, e che aver “sbigula” è sempre
un qualcosa in più di avere “paura”. Lei mi
guarda e sa che faccio fatica a tenere assieme
tutti i piccoli pezzi che io sono; forse è per questo
che oggi per me la parola più bella del mondo
è “molletta”, ma solo come la dico quando la
pronuncio in dialetto, “s’cipauca”.

*

(#24)

Gorizia forse le assomiglia, proprio a lei
che adesso esce dalla pulitura di via IX Agosto
con le gonne, sue e di sua figlia, stirate e
profumate. Lei, che da addosso si era tolta
la vergogna, pelo per pelo, con la pinzetta
per le sopracciglia; lei che sempre si dice
“preda siamo del tempo, e il tempo è un rapace”,
con il suo viso fra i capelli castani e lunghi,
gli occhi che a volte non sanno cosa guardare
le labbra che al bacio sanno dare il sapore.
Ed è sicura che “l’infanzia della vita cresciuta
la si misura con un girotondo”.
Lei, che si è messa a piangere quando sua figlia,
allora poco più di una bimba, le aveva detto
“le farfalle dell’Isonzo hanno le ali del colore
dell’acqua, sono calme e sanno nuotare”.

*

(#25)

Conosco la resurrezione di ogni errore che faccio
e che credevo morto, so che ogni volta lascia
un’impronta di sudore e sconfitta, la sacra
sindone che non voglio adorare.
È la mia pasqua sbagliata. Con i piedi nel silenzio
piegato di domenica mattina, nell’angolo di via
Rastello, me lo dici: “la cattiveria ha radici profonde
ed ampie, a volte è utile a non far franare tutto
il terreno che si ha attorno”. Come mi difendo?
Perché lo so, e te l’ho già detto, “la mia distanza
da dio sarebbe perfetta, se non fosse una frattura,
perché non a lui, ma solo alla poiana posso chiedere
se in cielo c’è una tana”. Così inizio a preparare
il mio tempo, lo rinforzo con nodi, due caffè alla
mattina e tre piaceri; qui dove Gorizia è una risorgiva
di rami di ciliegie e merli maschi, scelgo di stare solo,
e con il primo segno ti domando “dimmi come si fa
a stancare la morte, a farla arrivare in ritardo,
con il respiro corto, sfiancata, dove l’aspetto”.

*

(#26)

A Gorizia l’amore è il piacere da confessare,
non il suo peccato; è l’abbraccio del silenzio
che sta nel fondo della fontana del Nettuno
in piazza Vittoria, è la pronuncia di “Nova Gorica”
che sbaglio sempre. Conosco l’amore con cui
Fabio Stella apre la bottiglia di vino bianco
alle otto e venti del mattino, si riempie il bicchiere
e si ricorda che “la fiammella del gas è l’unica
stella che so accendere”. A Stefania Suligoj piace
la parola ‘tacadìz’, e di ‘attaccaticcio’ vorrebbe
solo un corpo caldo sul suo, a fare del respiro
un bacio, e poi un incanto e poi un fiore.
Fra queste case e vie, l’amore si muove con il passo
di un colore che ha paura di asciugarsi presto.
Ma se è sbagliato, non di cuore ma di precisione,
qui l’amore pensa ancora che si può vivere
di aiuti statali. Questo non l’ho detto a Giulio Bon,
quando sul muro di via Favetti ha scritto
“Serena ti amo, anche quando studi”.

*

(#27)

Fra cuore ed inguine si muove l’odore della pelle,
tra il mio sguardo e ciò che vedo c’è lo spazio
dove posso mettere il dito, una birra da mezzo,
gli involtini primavera. Seduto sulla panchina
al parco della Rimembranza aspetto le tue gambe,
quando fanno l’onda del mare e io faccio finta
di non saper nuotare. Mia cara, per separare
le tue parole belle dai tuoi occhi impauriti, prima
devo imparare a togliere l’aria dal suo vento,
e a non farmi distrarre dai semafori, all’incrocio
di corso Verdi, ogni volta non sanno cosa dirsi.
Sì, imparare anche l’arte di staccare il sonno
dalla ninnananna. Quante cose….
Intanto, Gorizia è una bambina offesa che alza
la mano, all’esatta e stessa distanza tra Lubiana
e Venezia, e su di una gamba sola sta in perfetto
equilibrio nel centro del suo ultimo silenzio.
Tra il girotondo e il nascondino.

*

(#28)

Oggi non piove, meglio. Le nuvole sono sul
Sabotino a fare il tempo sbagliato.
Anch’io lo sono. Me lo hai ricordato tu.
Ho il mio posto al solito tavolo. Alla mensa
dei Frati Cappuccini posso spezzare il pane,
con la precisione di quando si spezza un cuore.
È la mia terra santa, il silenzio è il solo gusto
che mi permetto, l’attesa è la particola e
mi fa sentire il corpo di Cristo. Sì, lo so è da
un po’ che non mi lavo, ma la sporcizia che ho
addosso è il primo abbraccio che sento, dopo
tanto tempo. La speranza la si finisce con
l’ultimo tubetto di dentifricio che ti puoi
comprare, questo ho imparato. Rubo le ciliegie
alle cornacchie, il frigorifero è vuoto, da un mese.
Anche i miei pensieri lo sono, e possono stare
nella pozzanghera più vicina al muro.
Guardo la statua di San Francesco, è lì
a ricordarmi “fratello sole”, e sorella fame.

*

(#29)

Sono stufo di essere lucido. Basta, è quello
che voglio. Ti lascio un saluto da questo caldo.
Lo scrivo sullo scontrino del pane, “Il bocciolo
del sapore si apre sulla tua pelle”, è nella tua
borsa blu di nappa. Ho ancora un po’ di xanax,
la bottiglia di grappa, tre tulipani gialli, le noci
e gli asparagi. Sul biglietto dell’autobus ti dico
che “Il ritmo cardiaco delle piccole foglie è una
fortuna”, è poggiato sui formaggi in sconto alla
Despar in Corso. Mi tolgo dal tuo profumo e
dal tuo silenzio che non risolvo. Sulla pubblicità
del Tigotà ad inchiostro rosso ti segno “dall’alto
di ogni desiderio si riesce sempre a guardare il
mare”, è tra i detersivi. E aggiungo “la felicità è
il lato sbagliato dell’amore”, è su un cartoncino
azzurro, fra i volantini sul tavolo all‘ingresso
del Comune. Il mio giorno. Per il prossimo saluto
ho trovato un foglio trasparente, sarà più fragile
e dirà così, “si nasce male e, per vivere meglio,
poi si cresce storti”, ma questo non te lo scrivo.

*

(#30)

Gorizia sotto la pioggia è un silenzio con la colpa
della paura, in ogni respiro che scopri è anche
il tuo. La galleria Bombi si apre su piazza Vittoria,
ha trecento metri di budello, e stasera li portano
qui. Afghani e Pakistani, più di cento. In questo
venerdì sera in cui manca l’aria che spinge al cuore
il pensiero migliore. I loro nomi hanno il suono
di una provenienza, Anwar, Iqbal, Akhund, Malik,
Massoud, Khan, Fahim, Ashraf, hanno radice in
ciò di cui hanno bisogno, latte, acqua, coperte,
zucchero, biscotti, scarpe, pane. Stasera la Galleria
Bombi è una grotta, è l’approdo al loro naufragio,
iniziato già a casa, e misurato a piedi scalzi, con
pelle scura e occhi accesi. Ti chiedo, ma perché
proprio qui? Per ricordargli che hanno bisogno
di una tana? E allora digli di inventarsi il letto,
e magari un abbraccio e anche la buonanotte.
Per il loro andare ci vuole una stretta di mano,
a riconoscere la mappa più giusta. E io so questo,
la prossima volta che ci passo, qui assieme ai miei
figli, potrò solo dire loro, “vedete, care creature,
qui si può dormire, ma non sognare”.

 

© Giovanni Fierro

*

Gorizia on/off prima parte (con nota di Gianni Montieri)

Gorizia on/off seconda parte

 

 

 

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