Ancora su Annamaria Ferramosca, Andare per salti

fotografia di Dino Ignani

Se la sfida è cercare, nell’andare per salti, un filo conduttore, ebbene la sfida è raccolta.
La raccolta di Annamaria Ferramosca, Andare per salti (Arcipelago itaca edizioni 2017), delicatissima nella scrittura quanto visionaria nelle immagini, dà l’impressione a lettura conclusa di aver ruotato senza mai perdere l’orientamento attorno a un tema preciso. Un tema assieme sconsolato e amorevole, perché Annamaria Ferramosca non si limita a puntare il dito contro la stortura che il suo occhio sensibile denuncia, ma ne fornisce alcune ipotesi di medicina. La stortura è quella forma di cocciutaggine autodistruttiva che quello che l’autrice chiama homo insipiens si ostina a mettere in atto contro se stesso, consegnandosi a un isolamento mascherato da ipersocialità, e contro il pianeta, con forme attive come la guerra ma anche più passive quali una progressiva, stolida indifferenza, un’incapacità a essere parte armonica di un tutto naturale. Le medicine sono semplici, e per questo estremamente credibili. Sono la comunione, l’ascolto, il passaggio di testimone di una sapienza che a volte può anche risalire le generazioni, come accade con le poesie a Nicole, oltre che discenderle. E la poesia, di cui questo libro dà una magnifica definizione: «un chiamarsi tra loro – pianissimo – delle cose// e quella nostra stramba contentezza/ nell’ascoltare».
Ci si parla, così, tra poeti. Ci si parla tra umani. Si conosce la legge per cui fin dall’antichità un bisogno ha spinto a fermare, eternare, comunicare: «(lasciavamo graffiti sulle rocce/ i nostri cerchi i fuochi le impronte/ di mille mani)».
La poesia che forse fa perno a questo ragionamento si trova ad apertura della terza sezione, Per spazi inaccessibili, e ha il titolo di Posto di pietra:

cerca – ad esempio – il profilo di un vecchio
seduto su una pietra al sole      siediti accanto
inizia con un’inezia    parlagli di vigne o di mare
accogli la sua lingua spezzata che trasforma
la piazza in un fantastico teatro
di strampalati racconti
fanne ricordi fermi per l’inverno
vento caldo di favole ai tuoi figli

ritorna a fargli visita
ogni volta prima di partire
il suo posto di pietra così simile
al tuo vecchio banco a scuola
erano voli di parole-rondini
a lasciarti sigilli sulla fronte
nel becco rami che rifondano paesi
dove i profili tutti si somigliano

a mezzogiorno passarvi il pane
insieme tornare a casa
come stringendo al petto il mondo
prima della prossima tempesta

Il senso di custodia attraverso la vicinanza e lo scambio rintocca lungo la raccolta, come l’immagine della tempesta, o di altre forme di deriva, punti finali di una decadenza simili a un diluvio universale. L’abbrivio, temuto, porta con sé la considerazione di come essere perdonabili davanti agli occhi giudicatori di una generazione innocente: «come spiegheremo ai figli l’allarme ininterrotto/ se non sotto una maschera di vergogna?/ chi ritirerà la posta dalle cassette / mentre le arance rotolano dal cesto?»
Il poeta intanto, fornito di «quaderno a registrare», si muove appunto per salti questi sì necessari per conoscere un tutto che è organico, dalle pietre che rotolano solitarie agli scenari di una metropolitana. Tutto è raccolto, in maniera amorevole, e per parlarlo degnamente si costruiscono parole che sono più del loro accostamento: incontrodestinochinapazientefioreoffrireinchiostrosangue.
Non a caso la poesia che affonda nel mito, all’interno di questa raccolta, parla di Narciso. Poesia curiosa e piena di perizia, perché accosta al delirio del ragazzo-fiore sintagmi che si spezzano e si ricompongono grazie a una costruzione speculare, che ricalca la maniera di parlare di Eco. Perché mai andrebbe dimenticato che il mito di Narciso riguarda, per essere colto nella sua completezza, due persone: una capace di comunicare ma che non desidera farlo, e una che non può ma che vorrebbe essere compresa. La tragedia di Narciso, morto per il troppo sguardo verso se stesso, è speculare e complementare a quella di Eco, tragedia tutta acustica di una creatura che non è stata ascoltata. In questo senso la poesia Narciso (si) parla Eco risponde dà linfa a un libro già compatto, solido nel suo tema, e profondamente etico.

disorientami d’amore piegami
sul tuo insuperato viso    iso
isomero di te sono stordito
mille volte più bello mille volte
la madre mi ripeteva    eva
Eva?    lei no    ma    solo Ego
a sommuovermi    a smuovere
pietre nel mio stagno
dove s’intorbidano cielo e terra capovolti
e la mente ammaliata
a vuoto gira sull’asse centrifugo

amato appari scompari tra i riflessi    essi
essi chi?     nulla valgono
io solo inestimabile
mio vacuo amore in profonde    onde
a squassarmi    armi
divine armi quella sera    Era
dea per cui si fece muta Eco
condannata al lamento sillabico
pure mi amava Eco    mi diceva parlami
perché sapeva    integra di labbra in labbra resta
solo la parola che scambia generosa    osa
si salva e salva    ucciso
resta Narciso per narcosi da
selvaggio self che nascemuore
lungo i fossi
autoincoronato fiore

© Giovanna Amato

3 comments

  1. Una esatta ” traduzione in prosa”, mi sento di definire questa straordinaria lettura di Giovanna Amato della mia ultima raccolta (in versi apparentemente difformi), di cui ha saputo cogliere organicità e sfumature di senso. La ringrazio per aver attraversato ogni pagina con rara adesione empatica e intenso sguardo critico.
    Annamaria Ferramosca

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